NON È GRADITA DA PARTE DI CHI GESTISCE IMPRESE SEQUESTRATE ALLA CRIMINALITÀ L’ASSIMILAZIONE ALLA FIGURA DEL CURATORE FALLIMENTARE, MENTRE I COMPENSI NON SONO PARAMETRATI ALLA DURATA DELL’INCARICO

Stefania Pescarmona – 5 ottobre 2015

Forte presa di posizione del Consiglio nazionale dei commercialisti e dei professionisti che svolgono la funzione di amministratori giudiziari di fronte al decreto sui compensi per la gestione dei beni sequestrati, che è stato approvato il 25 settembre dal Consiglio dei ministri in via definitiva e che prevede, come modello di riferimento, la disciplina regolamentare del curatore fallimentare e un sensibile contenimento dei compensi attualmente liquidati dagli uffici giudiziari. “L’errore di fondo – afferma Maria Luisa Campise, consigliere nazionale dei commercialisti delegato alle funzioni giudiziarie - è l’assimilazione della figura dell’amministratore giudiziario a quella del curatore fallimentare, riducendo, peraltro, la quantificazione dei compensi, in luogo di un suo aumento, tenuto conto delle attività ulteriori svolte dall’amministratore rispetto al curatore”. Parla anche di “erroneo accostamento ad altre figure professionali che svolgono funzioni ontologicamente diverse” Luca D’Amore, avvocato e ricercatore della Fondazione nazionale commercialisti, con una lunga esperienza all’Agenzia nazionale per i beni confiscati, che poi aggiunge che “nella gestione di compendi, in particolare di valore medio-basso, le percentuali previste appaiono non in grado di remunerare adeguatamente le complesse attività gestorie dell’amministratore giudiziario”. “Questo decreto, che arriva dopo ben cinque anni di attesa – continua Campise – è di fatto disincentivante per chi vuole svolgere una funzione come questa dalla forte valenza sociale oltre che professionale e che implica una esposizione personale del professionista, specie in territori nei quali la presenza malavitosa è purtroppo particolarmente significativa”. In linea generale, “il curatore fallimentare si occupa della mera liquidazione in un’ottica di soddisfazione dei creditori, mentre l’amministratore giudiziario (in genere un commercialista o un avvocato, ndr) gestisce beni e aziende in una prospettiva di continuità e di miglioramento rendendo un servizio allo Stato cui quei beni sono destinati”, prosegue Domenico Posca, fondatore e presidente onorario Inag (Istituto nazionale amministratori giudiziari), che evidenzia come il decreto appena approvato sia assolutamente uguale o peggiorativo rispetto alla bozza di maggio 2015 e come - al suo interno non si sia chiarito l’ambito di applicazione. “Tra le diverse criticità che immediatamente emergono dalla lettura della nuova tariffa non può non evidenziarsi la (voluta) assenza di riferimento a un fisiologico parametro di durata temporale dell’amministrazione, che normalmente è quello dell’annualità”, prosegue Giovanni Mottura, commercialista e amministratore giudiziario in Roma. “È illogico pensare di pagare le stesse somme per uno o per più anni di lavoro”, rincara Posca, che spiega che in caso di gestione di un’azienda di piccole dimensioni e di 1-2 immobili si parla di un compenso complessivo di circa 20mila euro lordi, che rapportato all’intera durata del sequestro, mai meno di 4 anni, diventano 5mila euro l’anno, ossia 400 euro al mese. “Secondo il codice antimafia, l’amministratore giudiziario può svolgere fino a 13 funzioni: manager, commercialista, pubblico ufficiale e avvocato”, puntualizza Campise, solo per ricordarne alcune. Si tratta di una funzione che “presuppone una qualifica altamente specialistica in quanto il professionista chiamato a svolgere questo incarico assume, specie in presenza di patrimoni aziendali e societari rilevanti e complessi, la funzione di manager e di legale rappresentante, con decisioni strategiche, tipiche di un top management”, aggiunge Davide Franco, commercialista e amministratore giudiziario in Roma. Tornando al decreto, secondo Bruno D’Urso, presidente aggiunto Ufficio Gip del Tribunale di Napoli, l’unico ufficio Gip in Italia che si è dato trasparenza circa la rotazione del conferimento degli incarichi e dei compensi, “il decreto continua a non soddisfare le esigenze di chi si dedica a questo settore”. Interpellato proprio sui compensi, D’Urso risponde che bisogna fare i conti per capire se sono soddisfacenti o meno perché nel decreto si parte da uno 0,25% del valore delle aziende e si arriva anche a un aumento del 100% nel caso di complessità dell’amministrazione. “La verità è che il carattere insoddisfacente deriva dalla generalizzazione che è un elemento che ostacola la possibilità di avere degli schemi chiari ai quali fare capo per togliere d’impaccio amministratori e giudici”, commenta D’Urso. Intanto, gli attori coinvolti, a cominciare dal Consiglio nazionale dei commercialisti, valuteranno tutte le azioni a tutela di chi svolge la funzione di amministratore giudiziario. Qui sopra, la Casa del Jazz a Roma è sorta su una proprietà a suo tempo sequestrata alla criminalità

 

COMPENSI DEGLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI

Disposizioni in materia di modalità di calcolo e liquidazione dei compensi degli amministratori giudiziari iscritti all’albo (decreto presidenziale)

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Matteo Renzi e del Ministro della giustizia Andrea Orlando,  ha approvato, in via definitiva, uno schema di decreto presidenziale che dà attuazione all’art. 8 del Decreto legislativo n. 14 del 2010 e che stabilisce le modalità di calcolo e di liquidazione dei compensi degli amministratori giudiziari dei beni sottoposti a misure reali di prevenzione. Si tratta di un provvedimento da tempo atteso per assicurare l’uniformità, l’economicità e la trasparenza delle prassi giudiziarie e, nel contempo, l’efficace gestione dei patrimoni illeciti destinati alla confisca e alla successiva destinazione sociale. 

Le percentuali adottate nello schema di decreto consentono un sensibile contenimento dei compensi attualmente  liquidati dagli uffici giudiziari. Il decreto assume, come modello di riferimento,  la disciplina regolamentare in materia spettante al curatore fallimentare e al commissario giudiziale nella procedura di concordato preventivo. I procedimenti di prevenzione disciplinati dal Codice antimafia presentano infatti, in merito alla gestione dei beni sottoposti a sequestro (o a confisca), innegabili elementi di connessione con le procedure concorsuali.

Si è però operato un adattamento dei criteri propri della materia fallimentare, perché questi riguardano la liquidazione del compenso complessivamente dovuto alla conclusione della procedura concorsuale (la cui ragionevole durata è fissata, a norma della c.d. legge Pinto, in 6 anni), quando invece l’attività dell’amministratore giudiziario, da remunerare sulla base del regolamento in esame, cessa al momento della pronuncia del provvedimento di confisca di primo grado. La riduzione è stata compiuta tenendo conto espressamente della maggiore delicatezza dell’incarico di amministratore in contesti di criminalità organizzata.

È importante evidenziare che si è avuto cura di dare puntuale attuazione alla previsione di legge secondo cui il compenso deve essere stabilito sulla base di scaglioni commisurati al valore dei beni o dei beni costituiti in azienda, quale risultante dalla relazione di stima redatta dall'amministratore giudiziario, ovvero al reddito prodotto dai beni. Si è dunque dato rilievo al valore dell’azienda, che non deve essere in alcun modo confuso con il fatturato (criterio previsto invece attualmente per le amministrazioni straordinarie), né con i ricavi lordi (parametro contemplato per le procedure fallimentari). Il valore dell’azienda va determinato detraendo i debiti; si tratta dunque di un criterio che preclude il ricorso ad altri commisurati su indici contabili che non tengono conto dell’esposizione debitoria dell’impresa.

 

Seguiteci sui Social Media dell'Associazione

Pagina Facebook Manager WhiteList Pagina G+ Manager WhiteList Pagina Linkedin Manager WhiteList

Logo CNA Professioni

 Affiliato a 

 CNA Professioni