Camillo Pignata 21 ottobre 2015

Marino si è dimesso. Si pensa al dopo Marino, si fanno i nomi dei possibili candidati alla successione, ma non si pensa a ciò che occorre, fare per debellare il cancro di Roma, che è mafia capitale.

Ha ragione Sabella, per sconfiggere il malaffare a Roma occorre intervenire sulla burocrazia, sui dirigenti che o sono incapaci o corrotti, sulla normativa che regola la gestione del danaro. Ma non basta, perché dietro i dirigenti, dietro le loro malefatte, i loro favoritismi, c’è la politica. E allora occorre intervenire sulla politica. Ma non basta, perche dietro la politica ,il suo finanziamento, le sue campagne elettorali,ci sono gruppi affaristici in cui si insinua la mafia.

Il Comune di Roma è diventato un mercato in cui la mafia compra assessori, consiglieri, vende servizi di accoglienza, offre posti di lavoro. La mafia controlla Roma e il malaffare della capitale diventa sistema, che non coinvolge solo la gestione dell’accoglienza degli immigrati.

Ci sono una pluralità di episodi corruttivi, concussivi e minatori, che gli danno una dimensione sistemica. Un sistema che non investe solo la responsabilità di singoli soggetti, ma coinvolge tutti centri decisionali, politici e burocratici nei processi di nomina.

Ne viene fuori un'organizzazione strutturata, gerarchica, radicata anche nella società civile, con cui la mafia domina le forze politiche. Un sistema che interviene sulla selezione delle priorità e dei contenuti, dei provvedimenti amministrativi e normativi, di comune e regione. E se arriva un marziano che vuol fare pulizia ed intacca centri di interessi, lo blocca fino a farlo dimettere.

Per questo, il sistema è anche il risultato del degrado di una politica senza valori, senza ideologie, che non pensa alla gente, ma a se stessa, non pensa a risolvere i problemi, ma a conservare il suo potere.

Insomma è il risultato dello stravolgimento della funzione e della natura dei partiti, che perdono i loro fattori immunizzanti (etica e ideologia) e per questo sono esposti al contagio mafioso.

L’etica e l’ideologia sono l’unico baluardo della politica contro la criminalità e quando vengono a mancare la politica diventa un mestiere e non una missione, l’incarico parlamentare un posto di lavoro da conquistare e conservare la campagna elettorale, un investimento che costa tanti quattrini.

In queste condizioni, le forze politiche divengono fabbriche del consenso, che preferiscono al candidato onesto che porta pochi voti, il candidato disonesto che porta tanti voti e per conquistare il potere si alleano con tutti i soggetti che fanno comodo, di destra, sinistra e centro, avversari e camorristi. Diventa così facile per la mafia insinuarsi nella cittadella della politica e imporre scelte e decisioni che passano al di sopra dell’etica e dell’onestà. Oggi nella gestione dell’accoglienza, domani in altri business.

Fino a quando la soluzione dei problemi avrà un ruolo secondario rispetto alla conquista e conservazione del consenso, la mafia avrà sempre vita facile, a Roma e in tutta Italia.

E allora ci saranno sempre assessori da comprare e servizi da vendere. Ci sarà sempre una destra e una sinistra, che non penseranno a risolvere il problema, ma a difendere dallo scandalo il proprio consenso.

Ci saranno sempre una Meloni e un Salvini, che per conservare il consenso e far dimenticare le responsabilità della destra, in certi affari, chiederanno al Marino di turno di dimettersi, e di abbattere i campi rom.

Ci sarà sempre un Orfini che per conservare il consenso penserà di nascondere, dietro il paravento delle indagini di Barca e del commissariamento della federazione romana, le responsabilità del PD.

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