Mafia Capitale, chiesto il processo per l’ex sindaco Gianni Alemanno

5 Novembre Richiesta di rinvio a giudizio per corruzione e finanziamento illecito. L’avvocato dell’ex Nar Carminati: «Processetto dopato». Il Viminale ha chiesto di costituirsi parte civile. Prossima udienza il 17 novembre - di L. Di Gianvito, F. Fiano, I. Sacchettoni

Nel primo giorno di Mafia Capitale la procura chiude il capitolo di Gianni Alemanno chiedendo il rinvio a giudizio dell’ex sindaco di Roma per corruzione e finanziamento illecito. All’ex primo cittadino di Roma si contesta di aver veicolato fondi comunali a coop di Salvatore Buzzi in cambio di 135 mila euro per la sua campagna elettorale. Sarà ora il gup Nicola Di Grazia a decidere l’11 dicembre se accogliere la richiesta della procura. Immediata la reazione di Alemanno, difeso dall’avvocato Grazia Volo: «Nella richiesta di rinvio a giudizio bisogna cogliere la notizia più importante e cioè che ogni accusa e ogni aggravante connessa all’associazione mafiosa è completamente caduta. Spero che, dopo un anno di massacro mediatico, questa notizia venga data dai media con tutta la rilevanza che merita e che finora non è stata garantita. Dimostrerò la mia totale estraneità alle residue accuse che mi vengono mosse», ha concluso. In realtà l’accusa legata alla mafia non è stata, per ora, archiviata.

Mafia capitale, consociativismo alla sbarra: classe dirigente corrotta senza possibilità di ricambio

Il Fatto Quotidiano – Primo Di Nicola  - Lo spettacolo farà epoca. Dovessero o meno essere convocati tutti i testimoni citati dalla difesa di Salvatore Buzzi per il processo Mafia capitale che sta per aprirsi. Nomi celebri e pesanti, praticamente una carrellata della classe dirigente che negli ultimi anni ha governato Roma facendo il bello e cattivo tempo.

Farà epoca lo spettacolo perchè raramente in un processo di mafia si sono visti, oltre che sul banco degli imputati, anche su quello dei testimoni tanti rappresentanti delle istituzioni: ministri, sottosegretari, prefetti, sindaci, assessori e magistrati. Naturalmente, qualcuno come semplice teste, qualcun altro, tanti, troppi, per la verità, come persone direttamente coinvolte nella gestione, anzi nella malagestione del comune di Roma ( e non solo).

Certo, si dirà che l’associazione a delinquere inchiodata dalla procura della capitale tira in ballo soprattutto le vecchie consiliature. Con una spiccata tendenza a gettare la colpa sull’epoca Alemanno, quella dello strapotere del centrodestra. Certo, ammettono anche nel Pd, ci sono responsabilità pure della classe dirigente democratica. Ma per carità, dice il commissario Matteo Orfini, il Pd ha fatto pulizia e sarà in grado di assicurare un futuro tranquillo ai romani attraverso suoi nuovi dirigenti, un nuovo sindaco e tanti assessori specchiati.

Che così possano andare le cose non ne siamo proprio sicuri. Dalla lista degli imputati e quella dei testimoni esce uno spaccato raccapricciante sui metodi di gestioni del potere a Roma. Una gestione consociativa che vede legati in un asfissiante abbraccio criminalità e politica, anzitutto. E, per quanto riguarda quest’ultima, una gestione consociativa del potere che vede accumunate destra, sinistra e centro, in una grande ammucchiata nella quale il colore politico sparisce, offuscato da quello dei soldi e del malaffare.

Ebbene, che cosa accadrà su questo fronte? Per spazzare via le classi dirigenti inadeguate e corrotte, per mandare a casa politici e amministratori dediti al malaffare, in democrazia esiste solo una medicina oltre le manette dei magistrati. Quella del voto, magari utilizzando un sistema elettorale in grado di garantire l’alternanza. Chi sbaglia a casa, tutti e senza sconti, e  via libera ad amministratori e politici nuovi e non compromessi.

Questo ci vorrebbe, ma così non sarà. Almeno pare. Le forze politiche a Roma tutto sembrano orientate a fare meno che mettersi in competizione per favorire questo indispensabile processo di ricambio. Ma quale alternanza?, già ci dicono. Per Roma ci vuole una largo accordo politico per portare in Campidoglio un nome che sia una garanzia per tutti. Magari Alfio Marchini, magari qualcun altro, in fondo fa poca differenza. Quello che conta è la grande ammucchiata, sempre e solo unanimemente consociativa, in grado di assicurare “a ciascuno il suo” senza mettere a rischio le posizioni guadagnate dai grandi potentati economico-politici e affaristici.

Significativa in questo andazzo la proposta lanciata da Fabrizio Cicchitto, ex forzista ora nel Nuovo centrodestra: un grande listone civico capitanato proprio da Marchini con i partiti fuori, chiamati solo a sponsorizzarlo questo listone e a portare voti. Una boutade? Solo una proposta destinata al fallimento? Può darsi. Ma il semplice fatto che sia stata avanzata la dice già lunga sul come quei grandi potentati potrebbero stare muovendosi per garantirsi lo status-quo e comunque la difesa degli interessi acquisiti.

Nemmeno le idee che circolano nel Pd (non solo capitolino) commissariato da Orfini e Renzi sembrano per la verità offrire grandi possibilità di ricambio in tema di classe dirigente. Da Palazzo Chigi fanno sapere anzi che a Roma  sarebbe meglio cancellare persino le primarie. In modo che, insomma, sindaco e giunta (almeno se vincerà il Pd) possano sceglierseli direttamente, esclusivamente loro. Cioè Renzi.

E i cittadini? E la loro volontà di vedere cambiare le cose dopo la brutta pagina segnata dall’esperienza Marino? Beh, i cittadini possono attendere, perchè loro, tra primarie cancellate e liste bloccate dell’Italicum, sono d’altra parte già destinati a contare sempre meno. Se non già ridotti al silenzio. 

Beni confiscati alla mafia, il Governo rimuove il prefetto di Palermo

Il Sole 24 ore - 6 novembre 2015 - Su proposta del ministro dell'Interno Angelino Alfano, Francesca Rita Maria Cannizzo cessa dalle funzioni di prefetto di Palermo per essere destinata ad altro incarico. È quanto si legge nel comunicato del Consiglio dei ministri. Il nome del prefetto Cannizzo, che non risulta indagata, era finito nelle carte dell'inchiesta sulla mala gestione dei beni confiscati alla mafia, che vede tra gli indagati il giudice Silvana Saguto, ex presidente delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Nei giorni scorsi il nome del prefetto era comparso nella vicenda dei beni confiscati alla mafia che vede tra gli indagati il giudice Silvana Saguto, ex presidente delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, ed altri magistrati.

Mafia Capitale, la Procura deposita 33 nuovi atti. Cantone: «Prevenzione alla corruzione non solo nei processi»

Non ci sono solo le 800 pagine della relazione prefettizia della Commissione di accesso, ormai desecretata da qualche giorno. Tra gli atti che la Procura ha annunciato di aver depositato ieri, alla fine della prima udienza del processo a «Mafia Capitale», c'è il risultato di tutto un lavoro investigativo che copre questi ultimi mesi, a cominciare da una serie di informative redatte dai carabinieri del Ros tra cui quella, datata 12 ottobre, denominata «Erogazione fondi Municipi». I nuovi documenti sono 33 In tutto, comunque, sono 33 i nuovi documenti messi a disposizione delle difese e dei giudici della decima sezione penale del tribunale. Tra le carte depositate dai pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli c'è un rapporto dell'Anac del 7 agosto scorso, firmato dal presidente Raffaele Cantone con l'esito dell'acquisizione documentale effettuato tre settimane fa al Dipartimento tutela e ambiente del Comune di Roma e al Municipio X (quello di Ostia). Non manca il verbale dell'ultimo interrogatorio reso il 19 ottobre nel carcere di Terni da Luca Odevaine, l'ex componente del Tavolo di Coordinamento nazionale per l'accoglienza dei richiedenti asilo, ai domiciliari da qualche giorno proprio alla luce della collaborazione avviata con gli inquirenti. Oltre ad aver depositato integrazioni che consentirebbero una rilettura di intercettazioni telefoniche e ambientali, i Pm della Capitale hanno pure allegato carte relative alla gara Cup, sequestrata a una funzionaria della Regione Lazio, e gli atti del 2013 e del 2014 riguardanti gli appalti per il verde e i centri di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati.

Cantone, contro corruzione non solo processi «Il processo Mafia Capitale è importantissimo ma resto dell'idea che la lotta alla corruzione non vada fatta solo attraverso i processi, servono dei meccanismi per evitare l'attività corruttiva». Parole del presidente dell'autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone a margine della presentazione del piano anticorruzione per la sanità. «Gli anticorpi - ha aggiunto Cantone - sono attività che responsabilizzano la amministrazione, come l'attuazione di un piano anticorruzione ben fatto. Ho promesso a me stesso - ha aggiunto il presidente rispondendo alla domanda sul perchè l'inchiesta non ha toccato la sanità - che non utilizzerò più la parola anticorpi, è una parola che cancellerò dal vocabolario. Il tema sanità non è stato sviscerato da Mafia Capitale perchè l'inchiesta riguardava il Comune, e la sanità non è tra le sue competenze». 

Mafia Capitale, via al processo ma Roma non è imputata

Saranno mesi di sovraesposizione mediatica ma i tanti cittadini onesti non meritano di essere accomunati e confusi con chi è alla sbarra. E meritano rispetto

Il Corriere della Sera - di Paolo Fallai - La ressa fuori e dentro l’aula intitolata a Vittorio Occorsio è la prima scena di un film destinato a durare i mesi che serviranno per arrivare a una sentenza nel processo «Mafia Capitale». E se saranno le udienze a scriverne la sceneggiatura, alcuni elementi del soggetto sono già evidenti. Il primo lo ha dichiarato fin da subito la difesa dei principali imputati: «Ma quale mafia?» hanno obiettato, questo è solo un «processetto».

Manifesta l’intenzione di sminuire la portata delle accuse, ridimensionarle, presentare i propri assistiti come ladruncoli. Accusando i media di aver amplificato la eco sull’inchiesta. Legittimo, da parte degli avvocati difensori. Sulla definizione «associazione mafiosa» solo i giudici hanno competenza a esprimersi, anche perché non si tratta di una definizione generica ma di una specifica aggravante dei reati. Ma sul processo «mediatico» possiamo dire qualcosa.

Cosa si aspettavano i legali degli imputati? Qui si tratta di persone accusate di aver distolto denari pubblici, intascato o distribuito tangenti, alterato gare e appalti. Molti di loro hanno già ammesso in tutto o in parte gli addebiti. Credevano forse, questi legali, che una vicenda che ha coinvolto il cuore stesso dell’amministrazione pubblica della capitale, potesse risolversi tra le quattro mura di un’aula di tribunale?

È talmente alta la rilevanza sociale dei fatti contestati (le responsabilità sono e restano individuali e non sta certo a noi giudicarle) sono tali che la corte non ha esitato ad autorizzare le riprese Rai. Perché questo processo riguarda tutta la nostra comunità. Ma in questa sovraesposizione che porterà, ancora una volta, Roma sui siti, nelle televisioni, sui giornali di tutto il mondo (ieri il francese Le Monde titolava «Roma si gioca la reputazione»), diventa indispensabile chiarire che Roma non è «Mafia Capitale». Se una infima minoranza è riuscita a insinuarsi nel cuore della macchina politica e amministrativa, non significa che 2 milioni e 800.000 residenti, più un milione al giorno tra turisti e pendolari, possano essere accomunati a questo malaffare.

La stragrande maggioranza segue le leggi e le regole, anche quando le leggi e le regole non sono all’altezza della Capitale di questo nostro paese, dell’unica metropoli italiana, la quarta in Europa. Sopportano l’indifferenza, non i luoghi comuni e le semplificazioni. Se lo ricordino anche i partiti, tutti, alla vigilia di una lunga campagna elettorale: si pongano il problema di rappresentare con rispetto e dignità questa maggioranza.

Le carte di Mafia Capitale: Marino sottovalutò la corruzione

La relazione del prefetto: l’ex sindaco non ha percepito il contagio mafioso

07/11/2015 - Francesco Grignetti - Ignazio Marino «non sempre è riuscito ad opporsi al condizionamento del sodalizio». Non c’è riuscito innanzitutto per «mancanza di percezione del “contagio mafioso”». In un’audizione all’Antimafia, difendendo il suo assessore alla Casa Daniele Ozzimo, appena arrestato per corruzione, e prossimamente a processo con rito abbreviato, disse: «Tutte le azioni (di Ozzimo, ndr) che ho potuto valutare, erano non solo legali, ma all’insegna della più severa legalità». E invece no, la severa commissione prefettizia lo bacchetta: «Il Sindaco pare qui dimenticare, molto probabilmente, che il reato di corruzione, già di per sé incompatibile con lo status di “persona che ha agito a difesa della legalità”, era stato commesso al fine di favorire Buzzi... Marino dimostra di avere commesso l’errore, più volte denunciato come grave dagli organi chiamati alla repressione della criminalità mafiosa, di sottovalutare la corruzione e non identificarla per quello che è: un veicolo del contagio mafioso».

Piccoli flash di una corposa relazione, quella firmata dal prefetto Marilisa Magno, da ieri a disposizione del tribunale di Roma, in cui si proponeva lo scioglimento del Comune di Roma per infiltrazioni mafiose. Le infiltrazioni, a giudizio della commissione prefettizia, c’erano eccome. È lungo e doloroso, ad esempio, il capitolo dei consiglieri comunali (ora ex) dalle posizioni opache. E qui si parla delle seconde file, non degli indagati.

Erica Battaglia, Pd, in flagrante conflitto di interessi, essendo stipendiata dal consorzio tra cooperative Coin, e l’aveva omesso. Lo stesso può dirsi di Luca Giansanti, Lista civica per Marino, assunto dal consorzio Cns. Sospetti gli intrecci azionari che coinvolgono due consiglieri Pdl, Davide Bordoni e Enrico Cantiani: il primo con il Consorzio per l’audiovisivo, il secondo con la Romana immobiliare commerciale alimentaristi Spa. Condividevano cariche con uomini di Buzzi. E non meraviglia, allora, che Cantiani fosse una sua testa d’ariete per spingere la «squadra». Intrecci da chiarire anche per gli ex assessori Guido Improta (Consigliere della coop Marina di Calapiatti, collegata con una delle coop sotto inchiesta) e Francesca Danese (che aveva quote della società L. S. Immobiliare, poi rilevate nel 2006 da calabresi con precedenti penali per ’ndrangheta). Nella relazione si rimarca anche che l’ex vicesindaco Luigi Nieri, Sel, è stracitato dalle intercettazioni, così come il capogruppo Pd Francesco D’Ausilio, e che la consigliera Annamaria Proietti Cesaretti, Sel, era anche lei una dipendente di Buzzi.

A sua volta, l’ex assessore all’Ambiente, Estella Marino, omonima e fan sfegatata dell’ex sindaco, ha emesso atti «illegittimi» per favorire le cooperative sociali. «Atti che esulavano dalle competenze di indirizzo... Favoriva illegittimamente una categoria».

Ad Ostia, poi, amministrata da quel presidente di Municipio del Pd, Andrea Tassone, di cui Buzzi in un’intercettazione dice «è mio», la commissione ha ricostruito l’incredibile iter per la nuova caserma dei vigili urbani che dovrebbero lasciare la vecchia sede.

L’obiettivo è condivisibile: dove si trovano, pagano più di 1 milione di euro d’affitto. La nuova costerebbe quattro volte di meno, peccato che sia piccola, fatiscente, neanche accatastato come ufficio pubblico, e che il comando centrale dei vigili urbani scopra la procedura quasi per caso. Il comando mette il veto, ma il Municipio va avanti senza remore. Ed ecco il retroscena. «La società (proprietaria dello stabile prescelto, ndr) è riconducibile effettivamente a Mauro Balini, imprenditore di spicco e patron del Porto di Roma, legato alle organizzazioni mafiose operanti su Roma».

Mafia Capitale, atti choc: "A Roma la democrazia è stata compromessa"

"Ignazio Marino - scrivono i commissari - dimostra di aver commesso l'errore, più volte denunciato come grave dagli organi chiamati alla repressione della criminalità mafiosa, di sottovalutare la corruzione e non identificarla per quello che è: un veicolo del contagio mafioso"

Il Giornale - Massimo Malpica - Roma - «È parere di questa Commissione d'accesso, pertanto, che l'esercizio dei poteri di indirizzo politico e di gestione amministrativa degli organi di Roma Capitale, sia stato fortemente condizionato da un'associazione criminale di stampo mafioso».

Alla faccia della discontinuità. La relazione della commissione d'accesso che ha fatto per sei mesi le pulci al Campidoglio, finalmente declassificata, conclude che gli «schemi» e i «copioni» di Mafia Capitale andati in scena con la giunta Alemanno sono stati «sostanzialmente non intaccati» dopo l'elezione di Marino. Finendo per indebolire «i presidi di legalità di Roma Capitale», grazie a una «pluralità di situazioni patologiche». Tanto che il «capitale istituzionale» (a cui la relazione dedica un devastante capitolo) del Campidoglio guidato dall'ormai ex sindaco chirurgo non ha impedito all'organizzazione criminale di «infiltrare la pubblica amministrazione, assoggettandone le funzioni grazie ad amministratori corrotti, a “portatori sani” del contagio mafioso ed alla programmata anestesia degli organi deputati al controllo». Insomma, scrivono sempre i tre commissari, i sei mesi di lavoro hanno fornito sufficienti elementi «concreti, univoci e rilevanti», per poter affermare che «i principi di democraticità di Roma Capitale siano fortemente compromessi».

Conclusioni che spiegano la «blindatura» del documento. Certo, la relazione che caldeggiava il commissariamento è stata poi ammorbidita da quella del prefetto di Roma, Franco Gabrielli, che ha accompagnato il primo documento fin sul tavolo del ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che come noto a fine agosto ha poi portato il caso in consiglio dei ministri, sciogliendo solo il municipio di Ostia e «salvando» Roma dall'onta. E in fondo, anche il fatto di averla desecretata a orologeria, quindi solo dopo che il Pd era riuscito a defenestrare il primo cittadino, e dunque con Roma comunque già «commissariata», svuota il potenziale esplosivo del documento. Ma di certo, a leggere il lavoro della commissione di accesso è evidente che i tre uomini guidati dal prefetto Marilisa Magno hanno finito il compito con i capelli dritti. E senza lesinare bastonate anche all'ex sindaco. «Ignazio Marino - scrivono i commissari - dimostra di aver commesso l'errore, più volte denunciato come grave dagli organi chiamati alla repressione della criminalità mafiosa, di sottovalutare la corruzione e non identificarla per quello che è: un veicolo del contagio mafioso».

E per chiarire il concetto, ricostruiscono anche «la parabola» della «considerazione che di lui hanno i membri» del Mondo di mezzo: «Se al momento dell'elezione essi esprimono preoccupazione ed addirittura ne programmano la caduta, dopo un periodo di “aggancio” ed essere riusciti anzi ad ampliare la propria presenza all'interno dell'Amministrazione, auspicano infine che il suo mandato giunga al termine naturale», come dimostra la celebre intercettazione di Buzzi: «lui (Marino, ndr ) se resta sindaco altri tre anni e mezzo, con il mio amico capogruppo ci mangiamo Roma». 

Mafia capitale, sequestrati beni per 360 milioni

Il Sole 24 ore - Roberto Galullo - Conto alla rovescia per i procedimenti di confisca di beni, società, consorzi e cooperative, direttamente o indirettamente sequestrati a 10 tra i principali indagati dell’indagine Mondo di mezzo sulla cosiddetta Mafia Capitale.

Tutte le udienze per decidere sulle confische sono state fissate a marzo 2016 (il giorno deve essere ancora deciso) e nel frattempo il Nucleo di polizia tributaria-Gico della Guardia di Finanza di Roma, agli ordini di Cosimo di Gesù e Gerardo Mastrodomenico, ha terminato l’inventario dei beni in amministrazione giudiziaria oltre che l’elenco dei beni mobili e immobili posti sotto sequestro.

Nell’ambito dell’indagine della Procura di Roma il valore dei sequestri ammonta complessivamente a oltre 360 milioni. All’interno dell’elenco dei beni c’è ogni ben di Dio: ville, locali, macchine di lusso ma anche distributori di benzina, centri di estetica e lidi balneari. In totale, secondo le analisi del Sole-24 Ore sui dati forniti dal Nucleo Pt-Gico della Gdf di Roma, ci sono 185 tra immobili e terreni, 87 tra partecipazioni societarie e fondi comuni, 43 automobili e via di questo passo (si veda la tabella in pagina).

Tutto il gruppo che ruota intorno alla Cascina (cooperativa, consorzio e srl) oltre che la cooperativa sociale Domus Caritatis, da circa un anno non sono più nella disponibilità di Salvatore Buzzi, uno dei principali indagati per associazione di stampo mafioso con il presunto ”socio” di sistema, er cecato Massimo Carminati. Nella disponibilità indiretta di Buzzi anche la società cooperativa 29 giugno, che nel tempo i Ros dei Carabinieri hanno imbottito di microspie per intercettare i dialoghi.

A Carminati – nonostante il generoso tenore di vita – la Gdf è riuscita a togliere al momento solo una moto e qualche disponibilità finanziaria. Il grosso (case, terreni, automobili) era intestato alla convivente e al figlio Andrea (a partire da una società sportiva dilettantistica e un’associazione che si chiama, paradossalmente, Libertà e Sviluppo): via tutto in attesa delle decisioni del Tribunale di Roma sulle confische.

A Riccardo Brugia – che nell’ipotesi accusatoria rappresentava il terzo anello della catena di comando criminale – sono state sottratte soprattutto attività di ristorazione riconducibili indirettamente a lui attraverso convivente e figlia, tra le quali un locale che ispira valori e principi di cristianità: “Al Frate”.

Matteo Calvio, passato alle cronache come il presunto “spezza pollici” a disposizione di Carminati, non può al momento godersi immobili e terreni a lui riconducibili in quel di Sacrofano (Roma), buen ritiro anche del cecato, mentre a Giovanni De Carlo, non a caso soprannominato da taluni il “miliardario”, è stato sequestrato un elenco infinito di quote societarie di holding gestionali e immobiliari, disponibilità finanziarie e una ventina tra ville e appartamenti, intestati a lui direttamente ma soprattutto ad una fitta rete di terzi interessati e società con sede legale anche a Londra. Lo stesso schema che, con le dovute varianti, vale per Agostino Gaglianone, al quale la Gdf ha fatto risalire direttamente o indirettamente una ragnatela di case, terreni, fabbricati e diritti di usufrutto immobiliare, mentre erano moglie, conviventi e figlie a detenere le quote societarie.

Fabio Gaudenzi, uno dei capi riconosciuti del tifo giallorosso, invece, formalmente non aveva nulla ma la Gdf ha sequestrato a madre, fratello, sorella, terzi e società immobiliari ritenute nella sua indiretta disponibilità, un vasto ventaglio di quote societarie, immobili e disponibilità finanziarie.

Cristiano Guarnera – che il “pirata” Carminati chiamava Chicco, “piccolo” o “gaggio” – che a Roma, per quanto intraducibile in italiano, può essere più o meno proposto come sinonimo di “smargiasso” – invece, aveva anche nonne e cognati e dunque per le quote da queste ultimi detenute sono scattati i sequestri di un patrimonio fittissimo di immobili e società, perché ritenute, anche in questo caso, nella sua indiretta disponibilità. A lui direttamente hanno sottratto, tra le altre cose, uno yacht Maxim 45 di 14,54 metri, munito di due motori entrobordo.

A Giuseppe Ietto hanno tolto per il momento appena 100 euro di quote societarie, una moto 125 e una particella immobiliare ma il grosso del sequestro riguarda le quote di alcune società ben avviate, intestate a madre, moglie e figlia. Una di queste aveva praticamente il monopolio dei bar delle sedi romane della Rai. A Roberto Lacopo, infine, lo Stato ha momentaneamente sottratto – perché riconducibili a lui oppure moglie, figlia e nipote – appartamenti, quote societarie, e rimesse.

Mafia capitale, Marino pubblica sul suo sito la relazione inviata a Gabrielli

"Visto che la relazione della commissione sulle infiltrazioni del malaffare a Roma è stata desecretata, pubblico anche la memoria che avevo inviato al Prefetto" ha scritto sulla sua pagina Facebook

Roma Today - "Visto che la relazione della commissione sulle infiltrazioni del malaffare a Roma è stata desecretata, pubblico anche la memoria che avevo inviato al Prefetto". Continua a far sentire la sua posizione, l'ex sindaco di Roma Ignazio Marino che oggi, dopo che nei giorni scorsi la relazione prefettizia in merito alla possibilità di sciogliere il Comune per infiltrazioni alla luce di mafia capitale è stata diffusa, ha deciso affidare ai social network la sua posizione. 19 pagine, fino ad oggi rimaste 'segrete', oggi pubblicate sul sito del chirurgo nelle quali l'ex primo cittadino segnalava al prefetto Franco Gabrielli tutte le anomalie riscontrate. 

Dai bilanci approvati in ritardo agli affidamenti diretti arrivando fino alla gestione delle partecipate. Marino ricorda il duro lavoro con il governo per raggiungere un accordo in merito al piano di rientro e la rotazione del personale "sulla base delle indicazioni dell'Anac". E ancora. La lunga vertenza relativa al salario accessorio, in seguito alle indicazioni avanzate dal Mef, e tutti i suoi dubbi in merito alla gestione delle partecipate. Scrive Marino all'inizio del documento: "Fin dalla campagna elettorale della primavera 2013, ho osservato e stigmatizzato una modalità di gestione della cosa pubblica che evidenziava un disinteresse per il bene comune, in favore del perseguimento di interessi privati".

"Marino sottovalutò la corruzione mafiosa"

L’"accusa" è contenuta nella relazione del capo ispettori del prefetto in Comune

Il Tempo Vincenzo Bisbiglia Ivan Cimmarusti - «Ignazio Marino dimostra di aver commesso l’errore di sottovalutare la corruzione e di non identificarla per quello che è: un veicolo del contagio mafioso». Una pecca «più volte denunciata come grave dagli organi chiamati alla repressione della criminalità mafiosa». È il passaggio chiave della relazione stilata dal prefetto Marilisa Magno, a capo della commissione d’accesso che fra gennaio e giugno 2015 ha lavorato per produrre una fotografia il più possibile nitida delle infiltrazioni di Mafia Capitale in Campidoglio. Una sentenza politica sul biennio del chirurgo Dem a Palazzo Senatorio, contenuta tutta in quel verbo, «sottovalutare», che dà l’idea di quello che stava accadendo prima dell’intervento della magistratura, il 4 dicembre 2014. Intorno all’ex sindaco il «capitale politico di Mafia Capitale» agiva senza grossi argini. C’era Daniele Ozzimo, assessore alla Casa che stava per diventare anche assessore alle Politiche Sociali, del quale Marino diceva che «è indagato per corruzione, non per reati di associazione mafiosa» e di averlo conosciuto «come una persona che ha agito a difesa della legalità». Ma c’erano anche Mirko Coratti, che sarebbe potuto diventare vicesindaco, Pierpaolo Pedetti e altri soggetti non indagati come Francesco D’Ausilio e Erica Battaglia, su cui il prefetto Magno si sofferma a lungo.

I FONDI PER IL LITORALE - Intanto sotto inchiesta sono finiti i «fondi regionali per lo sviluppo del litorale laziale», varati dalla Giunta regionale a maggio scorso. Agli atti dell'inchiesta Mafia Capitale, depositati al maxi processo, risulta un'informativa dei carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) datata 25 settembre scorso, in cui sono illustrati particolari circa erogazioni e finanziamenti deviati al X Municipio di Ostia. Si tratterebbe di parte delle erogazioni per 12 milioni di euro destinate alla riqualificazione del litorale, in cui sono previste nuove realizzazioni per 2 milioni 400mila euro, interventi in corso per 2 milioni 800mila euro e opere sbloccate per 7 milioni di euro. L'operazione della Regione Lazio rientra in un più ampio investimento per 65 milioni di euro, tra fondi regionali ed europei, per la complessiva riqualificazione turistica del litorale laziale. In particolare, nel mirino ci sono le erogazioni per 1,2 milioni di euro che l'ex capogruppo Pdl in Regione, Luca Gramazio, avrebbe fatto avere - attraverso presunti emendamenti al piano di riqualificazione, da dirottare al Municipio di Ostia - alle coop di Salvatore Buzzi, braccio imprenditoriale di Mafia Capitale, che dovevano svolgere lavori per il «verde pubblico». Nella relazione del prefetto Magno, però, sono svelati anche altri particolari. E' il caso degli accertamenti investigativi in corso sui fondi per il Pua, il piano di utilizzazione degli areni. Nella relazione si legge che «è materia di attenzione da parte delle Forze di polizia, poiché riguarda il Pua regionale, che prevede l'erogazione di enormi investimenti pubblici finalizzati a valorizzare il demanio marittimo lidense con la realizzazione di importanti infrastrutture, per le quali, quindi, non è possibile escludere l'interesse della criminalità organizzata».

Seguiteci sui Social Media dell'Associazione

Pagina Facebook Manager WhiteList Pagina G+ Manager WhiteList Pagina Linkedin Manager WhiteList

Logo CNA Professioni

 Affiliato a 

 CNA Professioni