Mafia Capitale, la legge piegata da Renzi e Alfano

Enrico Fierro

Se queste sono le conclusioni dei prefetti mandati a verificare lo stato di penetrazione di Mafia Capitale nel Comune di Roma, perché non siete andati avanti? Perché non avete sciolto per mafia Roma Capitale e mandato, ma per le loro complicità con Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, la loro incapacità ad assicurare onestà e trasparenza, il sindaco Ignazio Marino, la sua giunta e l’intero Consiglio? Perché ad agosto, dopo aver letto la relazione e la conclusione con la richiesta di scioglimento per mafia scritta a chiare lettere in 800 e passa pagine, il ministro dell’Interno Angelino Alfano se ne uscì con una frase che oggi desta indignazione. “Non esistono i presupposti per lo scioglimento per mafia”? Punto. Stop. Il lavoro di prefetti, investigatori, anche funzionari onesti del Comune di Roma, buttato nell’immondezzaio delle convenienze politiche. Perché, regnante Matteo Renzi, Roma non poteva subire l’onta di uno scioglimento per motivi così gravi.

Lasciamo stare l’ingenuità di Ignazio Marino, che lesse la relazione, ma al contrario, al punto da dichiarare che “si è chiarito che le infiltrazioni mafiose che hanno inquinato l’amministrazione durante la consiliatura di Gianni Alemanno, hanno trovato un muro di discontinuità con la mia giunta”. Ex sindaco, quei muri erano di carta velina. Stendiamo un velo pietoso.

Insomma, Renzi così volle, Alfano si piegò e entrambi piegarono le ragioni della legge a quelle del loro potere politico. Marino, come si sa, resistette altri tre mesi. Poi arrivò la sentenza. Decisa nelle stanza di un notaio, un raccoglitore di firme. E fu così che i prefetti della Repubblica mestamente riposero nelle borse le loro carte sulla Mafia che aveva conquistato la Capitale.

Mafia Capitale, Odevaine: "Sistema Buzzi riferimento per Alemanno". E accuse a Totti

L'ex componente del tavolo nazionale sull'immigrazione e capo di gabinetto del sindaco Veltroni nell'interrogatorio del 15 ottobre scorso: "Il calciatore della Roma pagava in nero 'la scorta' ai figli". E parla di tangenti a politici e accordi sui soldi dei gruppi consiliari. L'ex sindaco, Umberto Marroni e il Gruppo Caltagirone: "Pronti a querele e denunce"

Luca Odevaine (ansa)"La destra non aveva soggetti economici di riferimento, dunque l'amministrazione Alemanno, nel giro di qualche anno, individuò nel 'sistema Buzzi' il riferimento nel settore del sociale per l'aggiudicazione dei lavori, complice il rapporto di conoscenza che vi era tra Alemanno, Buzzi, Mancini, Carminati e Pisu, nato in carcere tempo prima". Sono le parole, rilasciate in un interrogatorio davanti al pm Paolo Ielo del 15 ottobre scorso, da Luca Odevaine, già appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull'accoglienza per i richiedenti ora imputato al processo mafia Capitale e da qualche giorno agli arresti domiciliari dopo una detenzione nelle carceri di Torino e di Terni. Il verbale è stato depositato il 5 novembre scorso agli atti del processo. Nel ricordare il passaggio dall'amministrazione Veltroni a quella Alemanno, Odevaine, che era stato capo di gabinetto vicario del primo, spiega il motivo per cui conservò lo stesso incarico con l'avvento del secondo: "Diversamente da quello che normalmente accade in questi casi il nuovo sindaco mi chiese di rimanere fino a luglio. Nella sostanza mi resi conto che egli non credeva di vincere e quindi non aveva una classe dirigente pronta al governo della città. Io accettai e in tale periodo egli mi presentò Riccardo Mancini e l'onorevole Pisu, indicandomeli come interlocutori per suo conto per tutte le questioni di mio interesse". "Nella gestione del comune, Mancini e Piso mi dissero di voler inserire nei ruoli apicali e dirigenziali persone che, a prescindere dalla loro competenza e dalla competenza di chi in precedenza rivestiva quei ruoli, fossero di loro fiducia" racconta ancora, nella sua versione dei fatti, Odevaine. "Una tangente per Bufalotta". "Mancini - dice ancora l'ex capo di gabinetto di Veltroni - mi disse che era stata pattuita una tangente, pagata da Caltagirone, in relazione all'affare edilizio della Bufalotta, in direzione di Marroni (ex capogruppo del Pd in Campidoglio, ndr), Smedile (ex consigliere comunale del Pd e poi del'Udc, ndr) e Alemanno". Nel corso dell'atto istruttorio svolto nel carcere di Terni, Odevaine dice che nel periodo in cui sotto Alemanno rivestiva la carica di vicecapo di gabinetto vicario, "Mancini mi disse che non ero particolarmente amato neppure dai miei referenti politici: in particolare, mi disse che in occasione di un incontro tra il sindaco e il capogruppo dell'opposizione Marroni e il presidente della commissione urbanistica Smedile, entrambi appartenenti all'apposizione, era stata chiesta la mia testa". "La ragione - prosegue Odevaine - credo fosse da individuare nei contenuti di quell'incontro, che avevano ad oggetto delle delibere urbanistiche relative alla Fiera di Roma e alla Bufalotta". Si trattava, è detto ancora nel verbale di interrogatorio, di un "settore di interesse su cui vi era stata una forte pressione di Smedile e Marroni, pressione cui il commissario Mario Morcone (commissario straordinario del Comune di Roma dopo le dimissiono di Veltroni, ndr) ed io resistemmo, nel senso che facemmo passare le delibere che erano state già approvate in commissione, mentre bloccammo altre. Con Alemanno, i due ripresero la questione". La replica di Alemanno. "Dopo avermi lanciato addosso l'accusa di aver esportato soldi in Argentina, illazioni che la Procura stessa ha giudicato prive di fondamento, Luca Odevaine mi ha nuovamente inondato di chiacchiere e calunnie in libertà: basandosi su una serie di "sentito dire" e di teoremi personali ora cerca di dare un orientamento politico ai suoi interrogatori, inventandosi tangenti inesistenti e accordi trasversali tra destra e sinistra che mi dovrebbero riguardare" replica però in una nota Alemanno. "La balla più clamorosa è quella relativa ad una tangente di Caltagirone per la questione di Bufalotta, che sarebbe stata indirizzata ad esponenti di sinistra oltre che al sottoscritto - conclude Alemanno - Luca Odevaine nel suo delirio si dimentica un piccolo particolare: la nostra Amministrazione non ha approvato alcuna delibera riguardante Bufalotta, i cui atti politici e amministrativi risalgono tutti all'epoca di Veltroni". Annuncia querela per diffamazione e denuncia per calunnia anche il Gruppo Caltagirone che in una nota afferma: "La convenzione urbanistica Bufalotta è di proprietà dei gruppi Parnasi e Toti; il Gruppo Caltagirone ha costruito alcuni fabbricati residenziali nel quartiere acquistando le aree dai suddetti gruppi già convenzionate nonché completamente urbanizzate dai medesimi; che il Cav. Lav. Caltagirone non ha mai avuto rapporti né con l'onorevole Smedile né con l'onorevole Marroni, anzi quest'ultimo è stato uno dei più fieri avversari del Gruppo Caltagirone per lui 'reo' di avere legittimamente acquistato in borsa una partecipazione in Acea". "Quanto al Sig. Mancini, che ha cercato per anni di prendere contatti con Caltagirone, tra l'altro, telefonando più volte in ufficio - prosegue la nota - si precisa che Caltagirone non ha mai voluto neanche parlargli al telefono". Le accuse a Totti. Altra circostanza, tutta da verificare, raccontata da Odevaine è quella secondo cui il calciatore della Roma, Francesco Totti, avrebbe pagato 'in nero' alcuni vigili urbani per l'attività di vigilanza ai figli. "E' vero che dei vigili urbani facevano vigilanza ai figli di Totti - ha affermato Odevaine, ribadendo quanto già detto in passato da Buzzi - ma lo facevano fuori dall'orario di lavoro e venivano pagati in nero, dallo stesso Totti". Secondo Odevaine, "l'esigenza era nata dal fatto che era giunta una voce di un progetto di rapimento del figlio di Totti". La voce, racconta Odevaine, gli era arrivata da Vito Scala, preparatore atletico: "Mi disse che un tifoso ultrà della Roma, che era appena uscito dal carcere, era andato a dirgli che gli avevano offerto 50mila euro per rapire il figlio di Totti. Allora ne aveva uno, mi pare che c'avesse un anno, e dice 'io adesso francamente...' lui sostiene che non lo farà, si è rifiutato, era sì un bandito, ma di fronte al capitano...". "Mi chiese - aggiunge Odevaine - se era possibile verificare se la cosa avesse qualche fondamento o fossero solo chiacchiere perché ovviamente il padre e la madre erano preoccupati. Io parlai con l'allora comandante dei carabinieri Salvatore Luongo e col sindaco di Roma e con il questore Nicola Cavaliere, che dopo un po', mi pare proprio Luongo, mi confermarono che qualcosa c'era. Quindi, senza portarlo a livello di comitato dell'ordine pubblico e sicurezza e quindi affidare una scorta a un bambino così piccolo, dice: 'se tu c'hai un altro modo per proteggerlo sarebbe meglio, oppure se si possono rivolgere a un'agenzia privata'". "Loro si rivolsero a due, tre agenzie private - prosegue -. Alla fine la scelta cade su alcuni vigili che avevano fatto parte di un gruppo, i Pics (Pronto Intervento Centro Storico) durante il Giubileo (giunta Rutelli): alcuni di loro stavano per andare in pensione". L'ex capo della polizia provinciale ha spiegato: "Dissi al capo di questo gruppo: 'senti, c'e' qualcuno che vuole fare dell'extra lavoro?'. Sei di loro effettivamente hanno svolto questa funzione, ma fuori dall'orario di lavoro e pagati direttamente da Totti, non pagati in straordinario dal Comune". Una circostanza, secondo Odevaine, verificabile perché sarebbe stato lui stesso a ricevere via assegno i soldi dal calciatore  e a girarli ai vigili. Rispondendo al pm Odevaine ha aggiunto: "Si' loro facevano il doppio lavoro non nelle ore di servizio. Si erano organizzati in turni e non nelle ore di servizio e credo che questa cosa sia cessata l'anno scorso quando Totti si è trasferito nella nuova casa, dove ha messo un sistema di videosorveglianza, poi i bambini vanno alla scuola americana, alcuni vigili sono andati in pensione... Non ce n'era più bisogno". Il monopolio dei Tredicine. L'attenzione, nel corso dell'interrogatorio, si sposta poi sul commercio. "Di 500 licenze rilasciate, 430 erano tutte intestate a membri della famiglia Tredicine-Falasca che, fino all'avvento di Giordano Tredicine al consiglio comunale, finanziava tutta la politica romana". "Durante il periodo di Veltroni - si legge nel verbale - avevo individuato seri problemi nell'assegnazione delle concessioni. Si trattava di licenze che erano state rilasciate con il carattere della temporaneità e in relazione ad ambiti molto ristretti. Molte di esse erano state rilasciate da Gianmario Nardi ma via via si erano espanse illegittimamente quanto al contenuto e quanto ai tempi". Nardi, che era stato prima dirigente del primo municipio, e poi direttore del Gabinetto del sindaco Rutelli, tornò a fare il vicecapo di gabinetto con l'avvento di Alemanno "gestendo insieme a Lucarelli tutti gli affari più rilevanti, e con lui riprendono i contrasti, culminati nella nomina del dirigente al decoro, che lui fece senza interpellarmi, di Mirko Giannotta" sostiene Odevaine che "chiese al sindaco di mandare gli atti in Procura. Egli mi disse di aver sollecitato uno studio delle carte al segretario comunale e all'assessore competente e che io sappia non se ne fece nulla". "L'accordo sui soldi ai consiglieri". In un altro passaggio dell'interrogatorio si legge che "Umberto Marroni, nella sua qualità di capo dell'opposizione Pd all'epoca dell'amministrazione Alemanno, aveva chiuso con il sindaco un accordo in forza del quale ciascun consigliere comunale aveva a disposizione una somma, originariamente quantificata in 400 mila euro, da destinare a iniziative di suo interesse". Ma la circostanza è subito smentita da Umberto Marroni, ora deputato Pd, che denuncia Odevaine per calunnia: "Come sanno tutti, in quanto scritto nella legge del testo unico degli enti locali, i consiglieri comunali non hanno alcun 'potere di spesa' ma solo di indirizzo e controllo" spiega. "False le accuse a Zingaretti". C'è un punto su cui invece Odevaine sostiene che Buzzi abbia torto e riguarda una presunta tangente pagata a Nicola

Zingaretti sul Palazzo della Provincia. "Una dichiarazione falsa" sostiene rispondendo alle domande del pm "per quanto riguarda l'attuale presidente della Regione", e anche per "Peppe Cionci (braccio destro di Zingaretti, ndr), Maurizio Venafro (ex capo di gabinetto del governatore, ndr) e Antonio Calicchia". Riferendosi a Buzzi, l'ex vice capo di gabinetto del sindaco Veltroni afferma che "talvolta millanta rapporti che non ha".

Vaticano, hotel di lusso ceduto alla coop vicina a Cl di due arrestati di Mafia Capitale

il Fatto Quotidiano

Cosa c'entra il Vaticano con Mafia Capitale? Nell'inchiesta del procuratore Giuseppe Pignatone, come riporta un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, ci sarebbe un affaire che lega un albergo per pellegrini all'Eur venduto a una coop ciellina vicina al ras di Mafia Capitale, Salvatore Buzzi. Cooperativa di cui due uomini sono finiti agli arresti.

C’è un brutto grattacapo per il vescovo ausiliario di Roma Agostino Vallini. Una sorta di incubo che lo insegue dal 2 dicembre del 2014, quando tra le mille pagine dell’ordinanza di custodia cautelare di Mafia Capitale appare il nome dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento e San Trifone. Un nome altisonante che a Roma per anni coincideva con una rete di centri di assistenza per profughi, minori in difficoltà e anziani non autosufficienti. Un’opera buona, insomma. Meno noto era l’altro business dell’ente ecclesiastico. Un albergo a tre stelle, con una centinaio di camere, tutte con frigobar, televisione e collegamento internet, a due passi dall’abbazia Tre Fontane, zona Eur. Struttura che finirà, per una cifra appena simbolica, ad una società di due personaggi ben noti del processo Mafia Capitale.

Quando scoppia l’inchiesta sul “mondo di mezzo” descritto da Carminati, sui giornali finiscono i nomi di Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara, imprenditori romani cresciuti all’interno dell’Arciconfraternita, a loro volta in rapporti stretti con la galassia Buzzi. “Non c’entriamo nulla”, spiegò a inizio dicembre il cardinal Agostino Vallini. Anzi: “Nel mese di marzo del 2010 ho ordinato una visita canonica all’Arciconfraternita per procedere a una ricognizione della vita associativa”. Insomma, la Chiesa già vigilava. Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara sei mesi dopo il comunicato di Vallini finiscono agli arresti nell’ambito del secondo troncone dell’indagine. Dall’Arciconfraternita i due erano passati alle coop bianche, area Comunione e Liberazione. Il cardinal Vallini di quella Arciconfraternita non ne ha più parlato. Eppure i punti ancora oscuri della vicenda e i passaggi societari tutti da chiarire sono tantissimi.

Il Fatto Quotidiano scrive che l'intero complesso è parte dei beni dell’Arciconfraternita, l’ente ecclesiastico legato al Vicariato di Roma. O almeno, lo era fino a cinque anni fa.

È lo stesso cardinal Vallini a dirci di aver ordinato una visita canonica – ovvero una forma di commissariamento – nel marzo del 2010. Vede che le cose non vanno come dovrebbero e come primo atto la confraternita cede quell’albergo. A chi? Qualche anno prima a Roma si era costituita la società Ft 2000 srl, che firma come affittuario l’atto di cessione. I soci sono due nomi ben noti alle cronache giudiziarie di Mafia Capitale: lo stesso Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara. Se Zuccolo era stato amministratore dell’Arciconfraternita fino al 2008, Ferrara lo sostituisce subito dopo, e firma per l’ente ecclesiastico l’atto notarile di affitto per otto anni dell’albero alla FT 2000. Insomma il tutto finisce ad una società controllata dagli stessi amministratori della Confraternita. Consultando l’atto di affitto – firmato il sei dicembre 2010, nove mesi dopo il commissariamento voluto dal Cardinal Vallini – si scopre anche il prezzo decisamente fuori mercato della cessione. Duemila euro al mese. Ovvero il prezzo che a Roma si paga normalmente per un negoziato in semi periferia.

Vaticano, l’hotel di lusso ceduto alla coop ciellina di due arrestati di Mafia capitale

Andrea Palladino

La strana storia Arciconfraternita del SS. Sacramento e San Trifone: da un lato la rete di centri convenzionati per l'accoglienza dei profughi, dall'altra un albergo "per pellegrini" da cento camere. Finita poi nelle mani di Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara, uomini della galassia Buzzi coinvolti nell'inchiesta di Pignatone. Che prima avevano affittato il ramo d'azienda a soli 2mila euro al mese. L'intervento del Vicariato

C’è un brutto grattacapo per il vescovo ausiliario di Roma Agostino Vallini. Una sorta di incubo che lo insegue dal 2 dicembre del 2014, quando tra le mille pagine dell’ordinanza di custodia cautelare di Mafia Capitale appare il nome dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento e San Trifone. Un nome altisonante che a Roma per anni coincideva con una rete di centri di assistenza per profughi, minori in difficoltà e anziani non autosufficienti. Un’opera buona, insomma. Meno noto era l’altro business dell’ente ecclesiastico. Un albergo a tre stelle, con una centinaio di camere, tutte con frigobar, televisione e collegamento internet, a due passi dall’abbazia Tre Fontane, zona Eur. Struttura che finirà, per una cifra appena simbolica, ad una società di due personaggi ben noti del processo Mafia Capitale.

Quando scoppia l’inchiesta sul “mondo di mezzo” descritto da Carminati, sui giornali finiscono i nomi di Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara, imprenditori romani cresciuti all’interno dell’Arciconfraternita, a loro volta in rapporti stretti con la galassia Buzzi. “Non c’entriamo nulla”, spiegò a inizio dicembre il cardinal Agostino Vallini. Anzi: “Nel mese di  marzo del 2010 ho ordinato  una visita canonica all’Arciconfraternita per procedere a una ricognizione della vita associativa”. Insomma, la Chiesa già vigilava. Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara sei mesi dopo il comunicato di Vallini finiscono agli arresti nell’ambito del secondo troncone dell’indagine. Dall’Arciconfraternita i due erano passati alle coop bianche, area Comunione e Liberazione. Il cardinal Vallini di quella Arciconfraternita non ne ha più parlato. Eppure i punti ancora oscuri della vicenda e i passaggi societari tutti da chiarire sono tantissimi.

L’albergo dell’Eur. A due passi dal parco degli eucalipti del quartiere Eur di Roma c’è una struttura alberghiera degna di nota. Secondo il sito ha un centinaio di stanze, una sala riunioni da 80 posti, con un affaccio su una delle zone verdi più pregiate del quartiere. Sulla carta è una “casa di ferie”, una struttura ecclesiastica destinata ai pellegrini. In realtà basta chiamare per capire subito che è un albergo a tutti gli effetti: “Una doppia? Ottanta euro a notte, in camera con bagno, frigobar e internet”. Su Tripadvisor le recensioni sono in gran parte entusiastiche: “La location è fantastica, sia all’interno della struttura che nel parco che la circonda”. L’intero complesso è parte dei beni dell’Arciconfraternita, l’ente ecclesiastico legato al Vicariato di Roma. O almeno, lo era fino a cinque anni fa. E qui c’è un passaggio chiave, che ilfattoquotidiano.it ha ricostruito.

E’ lo stesso cardinal Vallini a dirci di aver ordinato una visita canonica – ovvero una forma di commissariamento – nel marzo del 2010. Vede che le cose non vanno come dovrebbero e come primo atto la confraternita cede quell’albergo. A chi? Qualche anno prima a Roma si era costituita la società Ft 2000 srl, che firma come affittuario l’atto di cessione. I soci sono due nomi ben noti alle cronache giudiziarie di Mafia Capitale: lo stesso Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara. Se Zuccolo era stato amministratore dell’Arciconfraternita fino al 2008, Ferrara lo sostituisce subito dopo, e firma per l’ente ecclesiastico l’atto notarile di affitto per otto anni dell’albero alla FT 2000. Insomma il tutto finisce ad una società controllata dagli stessi amministratori della Confraternita. Consultando l’atto di affitto – firmato il sei dicembre 2010, nove mesi dopo il commissariamento voluto dal Cardinal Vallini – si scopre anche il prezzo decisamente fuori mercato della cessione. Duemila euro al mese. Ovvero il prezzo che a Roma si paga normalmente per un negoziato in semi periferia.

Quanto vale un rifugiato? Nel 2012 c’è un secondo intervento del vicariato romano. Questa volta l’arciconfraternita deve cedere la parte più ricca e consistente del patrimonio: una lunga serie di convenzioni con Roma capitale e con il governo per la gestione dei rifugiati. E’ quel business che per Buzzi vale più del traffico di stupefacenti, che a Roma è stato in buona parte preso in mano dal gruppo finito all’interno dell’inchiesta su Mafia Capitale. L’atto notarile viene firmato nell’ottobre del 2012 con l’espressa autorizzazione del cancelliere del Vicariato di Roma. Il compratore è questa volta la cooperativa Domus caritatis, che tre anni dopo finirà al centro di uno dei due filoni dell’inchiesta del procura guidata da Giuseppe Pignatone, con Zuccolo e Ferrara protagonisti. Il “ramo d’azienda” ceduto dall’arciconfraternita è consistente: diversi asili per minori stranieri, la gestione del centro polifunzionale da 400 posti per rifugiati e richiedenti asilo di via Boccea (con relativi ampliamenti che aggiungono ulteriori 600 posti), il servizio di prima accoglienza per richiedenti asilo a Fiumicino, più una lunga serie di altri servizi convenzionati. Un’attività che mostrava all’epoca un attivo e che quindi non costava nulla al vicariato romano: il tutto era finanziato dal comune di Roma e dai fondi per l’emergenza rifugiati.

Il pacchetto nel 2012 passa dunque alla Domus Caritatis, cooperativa che gravita nell’area di Comunione e liberazione. Quanto valgono quelle convenzioni? L’intero pacchetto viene pagato, secondo l’atto notarile che ilfattoquotidiano.it ha consultato, 464mila euro. Ovvero la differenza tra attivo e passivo al 30 giugno 2012, secondo i conti allegati all’atto di cessione del ramo d’azienda. Ma una cifra decisamente ben lontana dal giro d’affari che le convezioni permettevano. E se l’albergo era in fondo una questione tra privati, quella cessione di convenzioni pubbliche forse avrebbe dovuto attirare l’attenzione di qualcuno. Di certo del cardinal Vallini, per sua stessa ammissione decisamente preoccupato per quello che avveniva all’interno della confraternita.

Oggi la questione è tutt’altro che chiusa. Se in camera di commercio l’Arciconfraternita risulta cessata alla fine del 2014, per il Vicariato di Roma in realtà l’ente ecclesiastico è commissariato. A scrutare carte e conti il cardinal Vallini ha chiamato un collega decisamente esperto, monsignor Liberio Andreatta, da molti anni responsabile del colosso del turismo religioso “Opera romana pellegrinaggi”. Mario Guarino nel suo libro uscito lo scorso anno, “Vaticash”, lo pone in cima alla classifica dei religiosi decisamente ricchi, con un patrimonio personale di svariate centinaia di ettari di terreni, coltivati a uliveti, frutteti, boschi da taglio e castagneti, sparsi tra la Maremma e le campagne di Treviso. Chissà quanto valuterà quell’albergo all’Eur affittato a duemila euro alla società di Zuccolo e Ferrara.

Il ministro Orlando: «Ombre dal caso Saguto ma in Sicilia prevale la antimafia vera»

di Mario Barresi

Nonostante lo scandalo Saguto, «un’ombra così forte in un settore importante» e le altre devianze affaristiche, nell’Isola ci sono «storie di successo» nella lotta a Cosa Nostra: quelle «dei giudici, dello Stato e della società civile». Ovvero, «l’antimafia vera, quella che prevale in Sicilia». Non vuole buttare via l’acqua sporca con tutto il bambino, Andrea Orlando. Che, ammettendo i timore per il ritorno della stagione dei veleni a Palermo («il rischio esiste»), è certo dell’efficacia degli anticorpi anche dentro il Palazzaccio: Di Vitale e Lo Voi hanno dato prova di «capacità di reazione». Il ministro della Giustizia – oggi in visita a Catania e a Caltagirone, domani a Messina – minimizza le lungaggini nell’abbreviato di Mannino, «un processo con importanti implicazioni, non lo prenderei come parametro sui tempi della giustizia». E in questa lunga intervista ci parla anche di altri temi: dal caso Crocetta–Tutino all’evaso di Lecce, fino al Ponte sullo Stretto. È un modo «per accontentare Alfano» come definì il tetto dei contanti a 3mila euro sul quale lui era contrario? «No, qui siamo tutti d’accordo: prima si devono fare le strade, poi si vedrà».

– Ministro Orlando, a Catania parteciperà alla commemorazione dei 20 anni dalla morte di Serafino Famà. Nell’Isola–cimitero di giudici e poliziotti, ci fu un avvocato, forse non ricordato come meriterebbe, che fece il suo dovere e venne ucciso dalla mafia.

«Assolutamente. Ho aderito volentieri a questo invito, mi pare un’occasione anche per ricordare il fatto che l’avvocatura, per la sua funzione, ha un ruolo essenziale nella tutela dei diritti, e quindi nel contrasto di soggetti che pongono in discussione l’affermazione dello stato di diritto, a partire dalla mafia».

– A Catania c’è un’emergenza sugli spazi giudiziari. In attesa della Cittadella, c’è la necessità di reperire degli immobili in affitto. Come interverrà?

«Questi incontri che stiamo facendo nei territori sono occasioni di scambio di informazioni, ma anche un momento per affrontare alcuni problemi. Mi auguro che questo passaggio ci consenta di portare a compimento l’interlocuzione che già esiste con gli enti locali. Tanto più in seguito al fatto che la competenza sull’edilizia è passata da settembre al ministero. Per Catania ci sono delle soluzioni importanti in campo, le stiamo valutando dal punto di vista tecnico».

– Nel pomeriggio sarà a Caltagirone. Dove, come a Sciacca, c’è preoccupazione per la chiusura del tribunale.

«Sto visitando le sedi che hanno una situazione di difficoltà sulla base di parametri oggettivi, cioè l’andamento dell’arretrato e i tempi del processo nell’ambito civile. Si tratta di capire intanto che cosa non funziona e cercare di dare una mano al miglioramento della situazione».

– Allora non è una visita al capezzale di un tribunale moribondo, né una sorta di “estrema unzione” a una struttura che verrà accorpata?

«Ho visitato altri tribunali la settimana scorsa con lo stesso criterio, come quello di Nola che ha competenza su 500mila abitanti, e martedì (domani per chi legge, ndr) visiterò il tribunale di Messina. Si può ipotizzare anche solo in astratto la chiusura di queste sedi? Il punto fondamentale, invece, è come restituire efficienza in un campo specifico come quello del civile, fondamentale per la competitività del Paese. E queste sedi sono emerse come quelle con una situazione di maggiore difficoltà».

A Palermo tiene banco il caso Saguto. Lei è stato molto duro, ha inviato anche degli ispettori. Che idea s’è fatto di questo enorme scandalo nella gestione dei beni confiscati alla mafia?

«È presto per tirare delle conclusioni. Il lavoro degli ispettori deve ancora concludersi e la vicenda deve svilupparsi dal punto di vista penale. E poi io non sono stato duro: ho ritenuto che nel momento in cui c’era un’ombra così forte in un settore così importante come quello del contrasto patrimoniale alla mafia, fosse nostro dovere, anche a titolo cautelare, intervenire».

– Ma ci sono stati, per fortuna, anche gli arresti di Bagheria, grazie a chi ha denunciato il racket. In Sicilia allora c’è una antimafia sana, che fa da contraltare a quella degli affari con protagonisti pezzi dello Stato e dell’imprenditoria?

«Non parlerei di contraltare. Credo che l’antimafia, compresa quella delle misure di prevenzione, sia una vicenda di successo della giurisdizione, dello Stato e della società siciliana che ha saputo mobilitarsi in momenti cruciali determinando un salto di qualità nella capacità di contrasto alla mafia. Una capacità che caratterizza la grande maggioranza della attività degli uffici giudiziari. La vicenda in sé è molto grave e non va sottovalutata, proprio perché rischia di dare un’ombra negativa su tutto questo lavoro, che è assolutamente quello prevalente. È l’antimafia vera, quella che prevale in Sicilia».

– Eppure a Palermo c’è chi parla di nuova stagione dei veleni in tribunale. C’è da aver paura di arsenico e vecchi merletti?

«Il rischio, quando esplode una vicenda come questa, esiste. A far sì che questo rischio sia evitato ci sono personalità forti e capaci come il presidente Di Vitale e il procuratore Lo Voi, che mi pare anche in questa vicenda abbiano dato segno di capacità di reazione. Lo stesso si dica per chi guida Corte d’Appello e Procura generale, magistrati autorevoli chiamati a supportare gli uffici direttamente interessati. L’equilibrio e la tempestività con cui si sta muovendo la Procura di Caltanissetta mi paiono ulteriori elementi di rassicurazione».

– E nel pieno della lunga estate calda siciliana c’era stato il caso della telefonata Crocetta–Tutino, la cui esistenza è stata smentita, che rilanciano il tema delle intercettazioni sul quale lei sta lavorando con molta attenzione.

«Mi pare che questo sia un caso assolutamente “sui generis”, per il resto ritengo che l’intervento che si deve realizzare è un intervento finalizzato a ridurre il rischio di fuga di informazioni attraverso un processo di scrematura del materiale, tanto di quello destinato alla emanazione delle ordinanze, tanto di quello destinato a finire nei fascicoli».

– Restiamo a Palermo: Mannino è stato appena assolto al processo sulla trattativa Stato–mafia. Era un rito abbreviato, ma è durato quasi tre anni. L’ex ministro s’è detto «vittima di pm ostinati».

«Si tratta di un processo che aveva una serie importante di implicazioni. Quindi non prenderei questo processo come un parametro sui tempi della giustizia in generale. Perché credo ci fosse un elemento di particolare complessità».

– Ma è una sconfitta del teorema della trattativa o un semplice incidente di percorso?

«Ogni processo deve avere la sua storia. Dopo di che io non commento i processi in corso e non commento le sentenze, anche per un dovere di carattere istituzionale».

 – Il detenuto evaso all’ospedale di Lecce pone un tema di qualità del sistema penitenziario. Ci sono delle falle?

«Anche qui non trarrei conseguenze da una vicenda specifica. Il numero delle evasioni è assolutamente inferiore a quello degli altri Paesi. C’è sicuramente un problema di riconoscimento delle funzioni della polizia penitenziaria e da fare un salto di qualità anche nell’organizzazione. Credo che un primo obiettivo da perseguire subito sia quello del riallineamento di carriera. Che mi auguro possa essere un risultato conseguito in breve tempo».

– Ultimamente si invoca Cantone per qualsiasi problema. Perché in Italia abbiamo così bisogno di un “supereroe” anticorruzione? La pubblica amministrazione non ha gli anticorpi? Il sistema giudiziario non basta?

«L’Authority è un anticorpo! Ce ne vogliono molti altri, da quelli istituzionali, a quelli tecnici. Oltre a un ruolo che devono svolgere i soggetti sociali, i corpi intermedi, con la partecipazione democratica come condizione essenziale per ridurre il rischio di corruzione. Un piano regolatore o un piano sanitario, se costruiti nella discussione pubblica, è molto più difficile che possano essere il campo di scorreria per i criminali e reti corruttive. Spesso abbiamo visto che la corruzione nasce anche da scorciatoie procedurali, strade che riducono quanto più possibile il confronto democratico».

– La corruzione ha un suo manuale in Mafia Capitale, che ha avuto delle ricadute in Sicilia con la gestione del Cara di Mineo. Cosa pensa di questa brutta pagina della nostra storia?

«Come le ho detto non ho la facoltà di commentare indagini in corso per ovvie ragioni di carattere istituzionale. Però devo dire una cosa: ci sono elementi che possono sicuramente suscitare particolare reazione perché, se si dovessero confermare vicende di malaffare in un campo così delicato e così legato al senso di umanità, credo che la cosa non possa che suscitare ulteriore indignazione. Tuttavia, vorrei in questo caso ricordare che la storia che l’Italia può raccontare non sta solo in questa vicenda. Noi abbiamo dato nell’accoglienza una grandissima risposta di civiltà, anche a livello europeo, che non può essere oscurata da singole vicende di malaffare».

– Ha proposto una stretta sul caporalato, una piaga che colpisce profondamente la Sicilia. Cosa vuole fare?

«È un risultato che molto presto sarà approvato dalla Camera e mi auguro entro la fine dell’anno dal Senato. Si tratta di una risposta che determina un salto di qualità nel contrasto a questo fenomeno. Non più la criminalizzazione soltanto di chi recluta la manodopera attraverso questa forma, ma anche di chi da questa manodopera trae dei proventi. Con una sanzione non soltanto di carattere reclusivo, ma anche di carattere patrimoniale ed economico come la confisca del terreno. Perché non si tratta di soggetti isolati o di funghi che spuntano: sono reti consolidate che vanno smantellate anche in questo caso colpendo appunto la dimensione patrimoniale».

– Renzi ha rotto il silenzio sul Ponte: si farà, ma non subito. Cos’è, un altro modo «per accontentare Alfano» come lei stesso definì l’innalzamento del tetto dei contanti a 3mila euro?

«Per ora mi sa che siamo tutti d’accordo sul fatto che prima di parlare di Ponte si debbano fare le strade. Poi questo tema si vedrà. Oggi abbiamo bisogno di colmare un deficit di infrastrutture e il punto di partenza non mi pare davvero quello del Ponte. C’è un lavoro da parte del governo non solo per un salto di qualità di carattere infrastrutturale, ma per consentire anche che le condizioni di investimento nel Mezzogiorno siano migliori».

 – Anche nel settore della giustizia?

«Il lavoro che stiamo facendo, per esempio, sul fronte della giustizia civile si inquadra in questo ambito. Una parte delle ragioni per cui gli investitori internazionali non sceglie il nostro Paese è quello dei tempi della giustizia, e purtroppo al Sud ci sono dei tribunali che sono il fanalino di coda a livello nazionale. Ma nel frattempo ci sono dei tribunali che hanno fatto dei salti di qualità enormi, come il caso che spesso cito del tribunale di Marsala. C’è un lavoro specifico di innovazione e di supporto alla ripresa nel Mezzogiorno che, come abbiamo visto, è più faticosa e più difficile che nelle altre realtà italiane ma essenziale per uscire dalla crisi di tutto il Paese».

– A proposito di difficoltà. Il governatore siciliano, al suo quarto rimpasto, ha avuto un rapporto burrascoso col governo nazionale. Qual è il suo giudizio sull’esperienza Crocetta?

«Come ministro della Giustizia ho un osservatorio molto parziale. Non sono in grado di dare un giudizio, mi auguro semplicemente che la giunta siciliana con questo passaggio ultimo abbia trovato una sua stabilità. Perché credo che quello sia il presupposto fondamentale a realizzare un obiettivo, l’azione riformista, di cui ha necessità la Sicilia».

 

 

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