Dia sequestra in una settimana oltre 50mln a mafia e camorra Tre provvedimenti, sequestrati beni mobili e immobili

 (ANSA) - La Direzione Investigativa Antimafia ha inflitto, nell'ultima settimana, un duro colpo a mafia e camorra, eseguendo tre provvedimenti di sequestro, tutti su proposta del Direttore della Dia, Nunzio Antonio Ferla, nei confronti dei patrimoni illecitamente accumulati da imprenditori ritenuti contigui alla criminalità organizzata, stimati in oltre 50 milioni di euro. E' il bilancio tracciato dalla stessa Dia.
Nello specifico il Centro Operativo di Catania, il 12 novembre, ha operato la misura ablativa nei confronti di Giacomo Consalvo, 60 anni, originario di Vittoria (Ragusa) e capo del nucleo familiare contiguo al clan mafioso degli stiddari, denominato "Dominante". A Consalvo, pluripregiudicato per associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, omicidio ed altro, sono stati sequestrati fabbricati, terreni, automezzi, società e disponibilità finanziarie, per un valore complessivo di circa 7 milioni di euro. Il Centro Operativo Dia di Roma, lo stesso giorno, ha eseguito un analogo provvedimento a carico dell'imprenditore Vincenzo Zangrillo, ritenuto vicino al clan dei casalesi, che, gravato da numerosi precedenti penali tra cui associazione a delinquere, riciclaggio e traffico internazionale di autoveicoli, è stato denunciato per traffico internazionale di sostanze stupefacenti, di rifiuti illeciti e insolvenza fraudolenta. I beni che sono stati sottoposti a sequestro si riferiscono a 200 camion, a 2 cave di marmo, a società, terreni e immobili per un valore di oltre 20 milioni di euro. Ieri, infine, la Sezione Operativa Dia di Trapani, ha proceduto nei riguardi dell'imprenditore Andrea Moceri, 57enne, il quale, pur non annoverando a proprio carico condanne per il reato di associazione di tipo mafioso, ha intrattenuto, nel tempo, stretti legami di natura economica e finanziaria con gli ambienti della criminalità organizzata di tipo mafioso, attiva nei comuni di Campobello di Mazara e Castelvetrano. In particolare, è stata, tra l'altro, accertata la sua attività di finanziamento, mediante l'esercizio abusivo di attività creditizia, nei confronti dell'oleificio denominato "Fontane d'oro s.a.s.", con sede a Campobello di Mazara, oggi in amministrazione giudiziaria, già riconducibile a Francesco Luppino, detenuto, elemento di spicco della locale famiglia mafiosa e fedelissimo del noto latitante Matteo Messina Denaro. L'attività ha portato al sequestro di terreni, quote societarie e relativi compendi aziendali, beni mobili e immobili, deposti bancari e rapporti finanziari il cui valore è stato stimato in 25 milioni di euro. (ANSA).

Bruno Contrada, la revisione del processo alla Storia

Luca D’Auria - La rivista Crimen, nell’edizione in edicola questo mese, ha messo a segno un colpo di grande interesse, sia giornalistico ma anche, e specialmente, per quanto attiene al mio interesse specifico, giuridico. Edoardo Montolli ha infatti intervistato Bruno Contrada, personaggio di punta dell’antimafia e poi oggetto di indagini, processi e condanne con riferimento al “mondo” delle istituzioni delle Repubblica ritenuto attiguo alla mafia siciliana negli anni delle stragi e quelli del presunto rapporto Stato-mafia. E’ interessante rilevare come Contrada abbia ottenuto la revisione del processo in ragione di nuove prove (presupposto indispensabile per riaprire un processo ormai chiuso) anche sulla base del contenuto di due libri che ricostruiscono quegli accadimenti e come sia in attesa di un ulteriore giudizio della Corte Europea (due ne ha già vinti, ma questi non consentono la revisione) che, se accolto, certificherebbe un comportamento non imparziale da parte di quei giudici che lo hanno condannato (quello della ricaduta “interna” della vittoria a Strasburgo per violazione delle regole sul “giusto processo” è una novità piuttosto recente). Insomma, Contrada, nel volgere di breve tempo, potrebbe vedere la sua immagine di uomo dello Stato completamente rovesciata per l’ennesima volta e tornare, così, a poter vantare il suo ruolo di “servitore dello Stato” ligio e corretto, come sempre da costui rivendicato. Beninteso, uno sguardo agli esiti delle revisioni ammesse, suggerisce cautela. Infatti il panorama dei processi (chiusi) che vengono riaperti e che poi, a seguito della revisione, vedono invertito il verdetto è desolante. Questo è un corollario piuttosto naturale e ciò perché stravolgere tre gradi di giudizio è certamente un compito processuale differente dalla difesa nel corso del procedimento ordinario. Basti pensare che il nostro codice prevede la colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio” come standard di colpevolezza, il che presuppone che la presenza di un elemento concreto di dubbio impone l’assoluzione e che la difesa può limitarsi a riscontrare la presenza di questo nelle prove d’accusa, senza spingersi a proporre prove della difesa.

Nella revisione l’onere probatorio può dirsi invertito ed è dunque la difesa che deve dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio” l’innocenza, operazione evidentemente non riuscita (e nemmeno richiesta) nel processo. Non è stabilito dal codice che il ragionevole dubbio della colpevolezza dell’accusato (anche dopo le nuove prove d’innocenza) “salva” le sentenze di merito e di Cassazione ma si può utilizzare questo argomento intuitivo per dare una ragione della difficoltà di vincere (per il condannato) questa nuova fase. In buona sostanza: i testi che hanno permesso a Contrada di vedersi accolta la richiesta di riaprire il processo dovranno essere trasformati indagati processuali empirici e concreti tali da azzerare anni di processi. E specialmente di ricostruzioni degli accadimenti della Repubblica Italiana. Questa banale considerazione, unitamente al resto dell’intervista di Montolli a Contrada, suggerisce anche una riflessione di ordine quasi storiografico. Il cittadino non riesce realmente a capire cosa sia accaduto in Italia in quegli anni, come lo Stato abbia scelto di combattere la criminalità mafiosa e come la mafia abbia risposto a tutto questo. Un passaggio che anche Contrada sottolinea con una certa determinazione il che fa realmente dire che per il comune cittadino è legittimo formarsi un’opinione personale ma scade nel “tifo calcistico” trasformare l’idea personale in una verità da spendere con giudizi tanto affrettati quanto, in concreto, infondati.

Colpisce il passaggio dove Contrada racconta la sua modificazione del pensiero rispetto ad un momento cruciale di questo spaccato di storia (civile e giudiziaria) e cioè l’omicidio di Salvo Lima. E’ sempre passata l’idea che si sia trattato di un “messaggio” all’allora Presidente del Consiglio Andreotti o comunque alla “politica romana” di riferimento e lo stesso Contrada riferisce di averla sempre pensata così. Poi avrebbe cambiato idea, offrendo una ricostruzione del tutto nuova: quell’omicidio non sarebbe stato compiuto per vendicare o lanciare un avvertimento ad Andreotti ma per colpire Buscetta e chi con lui aveva avuto rapporti. E ciò a seguito del suo pentimento. Ancora dubbi e quesiti su quegli anni. Ho definito l’intervista come un “colpo” a carattere storiografico. Lo ribadisco: la giustizia credo sia solamente una sede dove far luce sui fatti ma, il tempo trascorso, e il limite della ricostruzione giudiziaria (lo storico può ricostruire i fatti utilizzando fonti diverse, anche le più varie, inammissibili nel giudizio penale) ritengo che impongano di porre, se non maggior attenzione, almeno uguale, a ciò che può offrire una luce diversa da quella dell’aula di giustizia. Forse in questo modo sarà possibile un dibattito e una soluzione più veritiera di quanto avvenuto. Ma c’è ancora chi, come lo stesso Contrada, deve ancora ricevere da quel metodo ricostruttivo processuale (si ripete, limitato) Giustizia (con la G maiuscola). Speriamo che almeno in questo ambito arrivi una valutazione definitiva e non un processo alla storia, come suggerito da costui nell’intervista.

Aemilia: la Dda conferma le accuse

Al maxi processo i Pm chiedono il rinvio a giudizio per tutti gli imputati È terminata la richiesta di rinvio a giudizio della Dda di Bologna al processo Aemilia, di scena nella maxi aula allestita di Bolognafiere.

Il rinvio è chiesto per tutti gli imputati che non procederanno coi riti alternativi, non ci sono proscioglimenti. Le difese interverranno via via da lunedì fino all'11 dicembre, poi toccherà al gup Francesca Zavaglia. In mattinata è partito il pm Marco Mescolini, inoltrandosi in una approfondita analisi del compendio probatorio per sostenere il dibattimento, in particolare per i capi di imputazione di associazione di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsioni e reati finanziari. Terminata una breve pausa dell'udienza, dopo Mescolini in aula ha parlato la collega della Dda Beatrice Ronchi. Considerato che non sono previsti altri interrogatori, dopo l'intervento dei pm è prevista l'escussione delle parti civili. Parleranno l'avvocato Alessandro Gamberini per la regione e gli altri colleghi interessati, rappresentando dai comuni reggiani agli enti modenesi passando per i sindacati, l'ordine e l'associazione stampa dei giornalisti, cinque persone fisiche. Le richieste di rinvio a giudizio riguardano dunque solo una parte dei 236 imputati complessivi coinvolti nel processo di 'ndrangheta: si procedera' dall'11 gennaio coi riti alternativi, si contano un'ottantina di posizioni tra abbreviati e patteggiamenti per i reati minori. Tra chi ha chiesto lo sconto di un terzo della pena con l'abbreviato c'è Nicolino Grande Aracri, considerato il capo della cosca omonima ma che al processo emiliano non risponde del reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, contestato a 54 persone. Ieri presenti all’udienza preliminare tra gli altri Vincenzo e Giuseppe Iaquinta, assistiti dall'avvocato Carlo Taormina. Il calciatore campione del mondo 2006 è a processo per violazione di leggi sulle armi; imputato anche il padre Giuseppe, imprenditore cui la Dda contesta l'associazione di tipo mafioso.

«Ciò che è successo e succede in Emilia deve insegnare che gli “anticorpi” di cui tanto si parla in verità non ci sono stati, è un errore colossale pensare che i primati civili mettano al riparo dalle mafie, e il processo Aemilia smentisce anche il luogo comune che la mafia nasca dal degrado sociale». Lo ha detto il direttore dell'Osservatorio sulla criminalità organizzata dell'Università di Milano, Nando Della Chiesa, in un incontro in Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna.

Mafia Capitale, il processo a Rebibbia: bagarre in Aula. La procura: "Comune non può essere responsabile civile"

Atteso il pronunciamento sulla costituzione di 50 parti civili. Carminati e Buzzi seguono l'udienza in videoconferenza. Il legale dell'ex Nar: "No a processo carrozzone dove tutti vogliono salire"

Le carte del processo. Da palazzo di Giustizia il processo si sposta a Rebibbia Da piazzale Clodio a Rebibbia. Riparte da un'aula bunker gremita il maxi processo a 'Mafia Capitale', che ha preso il via giovedì 5 novembre nell'aula Vittorio Occorsio del Tribunale di Roma. Questa mattina davanti alla decima sezione penale del Tribunale presieduta da Rosanna Ianniello ci sono tutti gli imputati ad eccezione di Massimo Carminati, del 'ras' delle cooperative Salvatore Buzzi e dell'ex Nar Roberto Brugia che sono collegati in videoconferenza. Un provvedimento preso per motivi di sicurezza: Carminati, il presunto capo dell'organizzazione, resta nel carcere di Parma dove è detenuto al regime del 41bis, Buzzi in quello di Tolmezzo, Brugia a Terni e Fabrizio Franco Testa a Secondigliano.
In aula nel pomeriggio si è scatenata però la bagarre dopo gli interventi degli avvocati difensori chiamati a discutere sulle istanze di parte civile. I legali che avevano presentato la richieste di costituirsi parte lesa hanno chiesto la parola ma il presidente della X sezione Rosanna Ianniello l'ha negata perché "il codice non prevede repliche". "Non si tratta di repliche" hanno detto i legali dell'Avvocatura dello Stato e del M5s. I toni si sono alzati e dopo circa 20 minuti di discussione il tribunale è andato in camera di consiglio. La seconda udienza del maxi processo che ha messo in ginocchio Roma vedeva infatti come protagoniste le parti civili. Nella prima udienza, durata quasi nove ore, erano state oltre cinquanta le richieste di costituirsi come tali al processo. La lunga e disparata lista conta, tra gli altri, il Comune di Roma, la Regione Lazio, Ama, diversi esponenti politici, tra cui Riccardo Magi e i due grillini Roberta Lombardi e Marcello De Vito, 37 nomadi di Castel romano (presenti in aula) e un rifugiato politico pachistano di 23 anni.

Mafia Capitale a Rebibbia, code all'ingresso e l'aula bunker chiude

La Procura ha intanto espresso il suo parere negativo in relazione alla citazione come responsabile civile del Comune di Roma nel processo a Mafia Capitale. Prendendo la parola in aula il pm Paolo Ielo ha chiesto di rigettare una delle istanze presentate dal Codacons che chiedeva di individuare nell'amministrazione comunale uno dei responsabili civili. La Procura ha, inoltre, proposto alla corte anche la non ammissione come parte civile dei cittadini di Roma, quasi tutti esponenti del M5S, che hanno fatto richiesta. Secondo alcuni difensori l'ammissione dei 'cittadini' potrebbe rendere il collegio incompatibile e imporrebbe il trasferimento del processo a Perugia.
"Che questo sia un processo o processetto non dovrebbe essere scambiato per un carrozzone sul quale provare a salire - ha detto l'avvocato Ippolita Naso, difensore di Massimo Carminati, prendendo la parola al processo su Mafia Capitale in relazione alla costituzione di parti civili - Se in un procedimento penale si costituiscono parti civili e lamentano danni in giudizio da Confindustria a un gruppo di signori rom c'è qualche cosa che non va o quanto meno stona". La prima e affollatissima udienza, quella del 5 novembre, aveva visto subito le prime schermaglie tra accusa e difesa. L'avvocato di Carminati, Giosuè Naso, nel suo intervento aveva definito Mafia Capitale un "processetto". Dura era stata la replica del pm Giuseppe Cascini: "Tutti i processi sono seri e tutti gli imputati vanno rispettati".
Ora il penalista, che difende anche il braccio destro dell'ex Nar, Riccardo Brugia e il manager Fabrizio Franco Testa, parlando delle oltre 50 istanze presentate ai giudici della X sezione ha affermato che "le 54 parti civili paralizzerebbero il processo" dicendosi però d'accordo sull'ammissione del Comune, Regione e Ama. L'avvocato Ippolita Naso, legale dell'ex Nar, ha incalzato: "Credo che se il Pd lamenta danni di immagine dovrebbe chiederli a chi ha effettivamente danneggiato il partito e a chi lo rappresentava: tenderei ad escludere che Carminati sia mai stato iscritto al Pd", ha detto in un passaggio del suo intervento. Parlando delle altre istanze presentate, l'avvocato ha detto che "le varie associazioni antimafia e antiracket non sono legittimate a costituirsi parte civile perché non c'entrano nulla con questa vicenda, essendo sorte in aree e realtà criminali ben diverse dalla nostra".
Il legale nel suo intervento ha anche citato l'intercettazione "trasmessa da tutte le tv" in cui Buzzi parla dei soldi fatti più con gli immigrati che con la droga" definendola "la maledetta intercettazione". "Un trailer cinematografico - ha sottolineato il legale - che ha preparato questo processo". L'esclusione della richiesta di costituzione di parte civile della Regione Lazio nell'ambito del processo di Mafia Capitale è stata chiesta dall'avvocato Pier Gerardo Santoro, legale di Salvatore Buzzi, al presidente della X sezione penale, Rosanna Ianniello. Che ha chiesto anche le esclusioni delle associazioni anti usura, antimafia, di quelle che tutelano i consumatori e del Pd, e sottolineato che "non si contesta alle coop di Buzzi la qualità del servizio reso, che è indiscutibile, quanto una presunta attività corruttiva. Quindi le richieste di costituzione di parte civile di quelle associazioni che hanno tra i loro scopi la garanzia di un'accoglienza adeguata non hanno ragione d'essere".
L'avvocato Cataldo Intrieri, durante una pausa del processo 'Mafia Capitale', in riferimento al suo assistito Carlo Maria Guarany che da quasi un anno è in carcere, accusato "di essere lo 'spicciafaccende' di Salvatore Buzzi, ha detto: "Ha perso 27 chilogrammi. Le sue condizioni di salute sono precarie. Il suo stato psichico anche".
Questa mattina l'udienza è iniziata con un po' di ritardo a causa di lunghe file per l'accesso tra avvocati, giornalisti e pubblico. Oltre settanta le testate accreditate e circa ottanta gli accrediti per operatori televisivi e fotografi. Oggi in aula c'è anche l'ex amministratore delegato di Ama e fedelissimo dell'ex primo cittadino Gianni Alemanno, Franco Panzironi, accusato di aver ricevuto da Buzzi denaro in contante. Presente poi l'ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio Luca Gramazio, considerato parte dell'associazione per delinquere di stampo mafioso e considerato dai pm legame chiave di Buzzi e Carminati all'interno delle istituzioni. Tra gli imputati presenti in aula accanto ai loro legali vi sono gli ex consiglieri comunale Pierpaolo Pedetti, Giordano Tredicine, l'ex dirigente Eur spa Carlo Pucci, l'ex dirigente dell'ufficio giardini di Roma Capitale Claudio Turella, l'ex Ad Ama Giovanni Fiscon. Assente, invece, il componente del tavolo di coordinamento nazionale sull'accoglienza per i richiedenti asilo Luca Odevaine.

Processo Mafia Capitale, decise le parti civili: c'è il Pd. Respinti i grillini

Cinque ore di camera di consiglio e una decisione resa nota solo prima di mezzanotte. Tra gli ammessi il Pd Lazio, respinta invece la richiesta dei consiglieri regionali e comunali del M5s

Doveva essere un'udienza di passaggio, di secondaria importanza. Il processo a Mafia Capitale ha invece vissuto ieri una giornata fiume, con un'attesa infinita per conoscere chi potrà costituirsi parte civile al processo. Cinque ore di camera di consiglio e una decisione resa nota solo prima di mezzanotte. Il Comune di Roma, il ministero dell'Interno e la Regione Lazio. E poi il Comune di Sant'Oreste, le amministrazioni giudiziarie delle cooperative sotto sequestro, l'Ama spa, ilPd Unione Regionale Lazio, l'associazione antimafia Antonino Caponnetto. Queste alcune delle parti civili ammesse dai giudici della X sezione penale del tribunale di Roma nel processo 'Mafia Capitale'. Il collegio, dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, ha deciso di ammettere tra le parti lese legittimate a rivendicare danni dalle condotte degli imputati anche Sos Impresa, l'associazione Libera, Cittadinanzattiva Onlus, il Centro di iniziativa per la legalità democratica, l'Associazione nazionale vittima di usura, l'Ambulatorio Usura onlus, l'associazione antimafia Paolo Borsellino, la Lega cooperative sociali e nazionali.

Nella prima udienza erano state oltre cinquanta le istanze depositate ai giudici della X sezione penale. Un vero e proprio esercito di soggetti, tra associazioni, partiti politici ed enti locali, che hanno chiesto di poter figurare in giudizio come parti lese. E ieri questa pletora di aspiranti parti civili si è fatta sentire, provocando anche qualche momento di tensione. Il Giudice infatti non ha concesso le repliche, scatenando da parte degli avvocati difensori una vera e propria rivolta. Non sono state ammesse la Confindustria, la Camera di commercio di Roma, la Fondazione Antonino Caponnetto, la cooperativa Capodarco, il Codacons, Legambiente Onlus e Lazio, il gruppo di rifugiati e profughi, singoli cittadini, 37 rom del campo nomadi di Castel Romano e gli ex consiglieri comunali e regionali del m5s.

Mafia Capitale, riuniti in unico processo i tre filoni di inchiesta

Una vista aerea del Tribunale di Roma

Tutti riuniti in unico processo, per complessivi 46 imputati, i tre filoni di inchiesta di “Mafia Capitale” al vaglio dei giudici della decima sezione penale del Tribunale di Roma. Al termine di una breve camera di consiglio, il collegio, presieduto da Rosanna Ianniello, ha deciso che i due giudizi immediati (quelli legati agli arresti del dicembre 2014 per associazione di stampo mafioso e quelli scaturiti dalla seconda ordinanza cautelare per corruzione del giugno scorso) possono essere riuniti perché si trovano «allo stesso stato e grado davanti a uno stesso giudice». Anche il filone che comprendeva il solo Giovanni Fiscon, ex dg dell’Ama spa al quale era stata bocciata dal gup una richiesta di giudizio abbreviato condizionato all’audizione di alcuni testimoni, viene accorpato a tutto il resto.

Riunificazione necessaria per completo accertamento dei fatti «Tenuto conto che molti testi indicati nelle liste sono comuni ad accusa e difesa, la trattazione congiunta dei procedimenti - ha affermato il tribunale - appare l’unica misura idonea che consente un accertamento dei fatti contestati approfondito e completo». In più viene fatto salvo «il principio della ragionevole durata del processo», perché la riunione evita perdite di tempo e «duplicazioni processuali». 
Oggi la terza udienza, schermaglia difensori-Procura Dopo la riunificazione dei tre filoni, la terza udienza è stata di nuovo segnata da schermaglie tra i difensori degli imputati e la procura. La presidente del collegio ha respinto innanzitutto la questione preliminare presentata dal difensore di Sergio Menichelli (ex sindaco di Sant’Oreste, accusato di corruzione e turbativa d’asta) che chiedeva lo spostamento del processo nel Tribunale di Tivoli. Poi sono state affrontate altre questioni preliminari avanzate dalle difese (tra le quali quelle di Buzzi, Gramazio, Coratti e Figurelli). 
Buzzi chiede di nuovo il patteggiamento I legali del ras delle cooperative sociali Salvatore Buzzi hanno reiterato la richiesta di patteggiamento a 4 anni e 10 giorni, con 1.200 euro di multa, ma ha incassato per la terza volta il “no” dei pm. «Buzzi non ha fornito collaborazione», ha spiegato il pm Paolo Ielo. «Nel corso degli interrogatori ha salvato i suoi amici, ha lanciato strali contro i nemici: si tratta di una condotta che non può fare concedere attenuanti. I reati contestati a lui, tra cui l’associazione di stampo mafioso sono, in linea teorica, punibili fino a un massimo di 30 anni». Patteggiamenti sono stati sollecitati per Alessandra Garrone (moglie di Buzzi), 2 anni e 4 mesi, e Paolo Di Ninno, 2 anni e 4 mesi, ed Emanuela Bugitti, 2 anni, entrambi collaboratori di Buzzi. Sulle varie richieste di patteggiamento il tribunale potrà pronunciarsi al termine del processo.

Sabella: «A Ostia sostanziale illegalità» Ascoltato oggi in audizione davanti alla commissione parlamentare Antimafia, l’ex assessore comunale alla Legalità Alfonso Sabella ha intanto dipinto la situazione di Ostia: «Fin dall’inizio del mio mandato ho preso atto di una sostanziale illegalità, nel rilascio delle concessioni balneari, oltre a mancati accertamenti. La mia consapevolezza che a Ostia vi fossero famiglie mafiose risale al 1997 e l’ho subito rilevata con una palestra data alla famiglia Spada in un immobile di proprietà del Comune. A Ostia, insomma, vi era una quantità di omissioni e non veniva fatto nulla per far rispettare la legalità». Sabella ha riferito che le concessioni di stabilimenti balneari a Ostia - dove la Commissione andrà in missione il 3 dicembre - sono 71, «le ho fatte verificare tutte e ho trovato tantissime irregolarità e violazioni palesi, che dovrebbero portare alla revoca o alla decadenza di concessioni. Ho fatto il gravissimo errore di rimandare tutto al primo ottobre, per non pregiudicare la stagione estiva. Poi i fatti di Mafia Capitale mi hanno impedito di portare a termine quel lavoro». 

Orlando: "Ora liberatevi dalla vostra mafia"

di SARA SCARAFIA

Invita i musulmani a combattere la loro "zona grigia": "Così come i siciliani devono combattere chi accetta la mafia". Dopo il massacro di Parigi, il sindaco Leoluca Orlando da Tunisi si augura che la manifestazione contro l'Is indetta per domani dall'imam della moschea di piazza Gran Cancelliere sia partecipata: "Andrò se invitato. Ma nessun altro può prendere le distanze dalla perversione musulmana se non i musulmani stessi".
Sindaco, chiede ai musulmani di dissociarsi pubblicamente dal terrorismo così come chiede ai siciliani di prendere le distanze dalla mafia?
"Ogni cultura è esposta al rischio che io chiamo perversione identitaria. La mafia siciliana nasce pervertendo valori come onore, famiglia, amicizia e fede cattolica. Il boss mafioso dice che lui è un uomo d'onore, quando viene arrestato esibisce subito qualche immagine sacra. È la perversione di una identità. Chi è il peggior nemico di un siciliano se non un boss mafioso? Così il peggior nemico dell'Islam è la perversione musulmana".
La partecipazione alla manifestazione di venerdì sarà un termometro?
"L'unica rivolta autorevole contro l'Is è quella dei musulmani ma non cadiamo nell'errore di immaginare che le posizioni siano chiare solo quando sono pubbliche o quando fanno rumore. Io credo che ci sia grande rabbia nel mondo islamico che si percepisce come vittima di questa violenza".
Crede che quello di condanna al terrorismo sia il sentimento comune dei musulmani che vivono a Palermo?
"Assolutamente sì: chi ha scelto di vivere a Palermo, dove convivono il gatto, il topo e il cane, ha scelto il dialogo. Detto questo anche i musulmani devono combattere la zona grigia che sicuramente ci sarà al loro interno. Ce n'è una in ogni cultura e va combattuta perché a lungo andare la zona grigia è il nome che danno quelli della zona nera al luogo in cui vivono".
Lei parla di Palermo come di una città di integrazione. Eppure Sumi Aktar, la vice presidente della Consulta delle culture, su "Repubblica" ha invitato la sua comunità, quella del Bangladesh, a tendere la mano ai palermitani perché sostiene che la maggior parte non voglia integrarsi. Sbaglia?
"Sumi fa fino in fondo la sua parte, perché parla alla sua comunità. E io dico ai palermitani che sono loro a dover fare ogni sforzo senza aspettare che lo facciano i bengalesi".
Eppure c'è un tema integrazione: le bambine a scuola con il velo, le donne che non parlano italiano. Questi non sono ostacoli?
"Io non parlo di integrazione ma di coabitazione e dico che non bisogna avere fretta: la democrazia, la libertà, il cambiamento sono percorsi. Prima di convivere con qualcuno devo conoscerlo".
Ma sono le seconde generazioni che chiedono ai propri genitori di fare il salto...
"Le seconde generazioni hanno avuto più tempo".
Quando ci sarà la terza generazione, la prima si adeguerà?
"I ragazzi che frequentano le scuole già insegnano l'italiano ai loro genitori, vivono il loro percorso in classe come una forma di aiuto alla famiglia. Il cammino è lungo e l'amministrazione deve fare la sua parte. Ormai il mio dono istituzionale è la Carta di Palermo, che promuove la mobilità umana internazionale. Non esiste più uno Stato, esiste il mondo con i suoi villaggi, l'identità è una scelta e la patria è dove vivi. Così crollano i muri dell'incomprensione e del pregiudizio".

Mafia Capitale, 41 "bocciati" e 23 parti civili - Tra i grandi esclusi le associazioni storiche dei consumatori e Legambiente

Valeria Di Corrado - Ventitre promossi e quarantuno bocciati. La prima decisione della X sezione del Tribunale, sulle parti civili ammesse nel processo "Mafia Capitale", ha già suscitato un mare di polemiche. Tra gli esclusi vi sono storiche associazioni dei consumatori come Codacons, Codici, Movimento difesa del cittadino, Assoconsum e Confconsumatori. Tali enti «si limitano soltanto a ipotizzare un danno generico - si legge nell’ordinanza - assumendo apoditticamente che il cittadino avrebbe beneficiato di un servizio di qualità inferiore a quello erogabile in altre condizioni». Tra i grandi esclusi c’è anche Legambiente, perché, secondo i giudici, non è stato precisato «quali specifici danni siano configurabili all’ambiente in conseguenza delle condotte addebitate». Stesso discorso per gli enti a tutela del fenomeno migratorio e alcune associazioni antiracket. Per quanto riguarda la Camera di Commercio di Roma e Confindustria, non sono state ammesse come parti civili perché «non hanno prospettato alcun danno specifico», ma si sono limitate a contestare la violazione dei principi di libertà di inziativa economica e di libera concorrenza. C’è poi il caso dell’associazione Oikos, eslusa perché «non è stato nemmeno prodotto lo statuto», dell’associazione First, che si occupa di enogastronomia: per i giudici «i fini statutari rendono evidente l’assenza di pregiudizio derivante dai fatti contestati» e della cooperativa Capodarco, il cui rappresentante legale risulta indagato. Restano fuori dal processo anche deputati e consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle, come Roberta Lombardi e Marcello De Vito, e il presidente dei radicali italiani, nonché consigliere capitolino, Riccardo Magi. «Per i singoli che hanno avanzato richiesta come membri del Parlamento va ricordato che la legittimazione processuale spetterebbe all’ente - si legge nell’ordinanza - mentre per quelli che hanno avanzato richieste quali membri di consigli comunali o municipali, la richiesta di costituzione del Comune deve ritenersi assorbente». Bocciate anche le istanze proposte da 24 cittadini romani, 37 rom residenti nel campo di Castel Romano e alcuni rifugiati. La posizione del Tribunale è chiara: «debbono essere escluse - eccezion fatta per il Consorzio Castelporziano 98 - le persone fisiche (cittadini romani, stranieri ospitati nei centri di accoglienza, nomadi accolti nei campi loro destinati) le quali non fanno valere una specifica pretesa, ma prospettano lesioni generiche, frutta di indeterminata cattiva gestione della res publica». Saranno invece parti civili nel processo "Mafia Capitale": Comune di Roma, Regione Lazio, Ministero dell’Interno, Comune di Sant’Oreste, Ama, Eur spa, Pd, Cittadinanzattiva, Libera, le amministrazioni giudiziare delle società sequestrate e altri 13 enti. Per il Pd, i giudici hanno specificato che «la legittimazione va limitata, con riferimento al danno morale, nei confronti dei soli imputati iscritti o presenti nelle liste del partito». «Propongo che ogni risarcimento dei danni morali e materiali che verranno riconosciuti vada alle scuole romane, perché le ragazze e i ragazzi siano il primo presidio di legalità», ha scritto su Facebook Ignazio Marino, commentando l’ammissione del Campidoglio come parte civile.

Mafia Capitale, Buzzi chiede il patteggiamento, il pm: "Non merita attenuanti"

I legali di Buzzi, durante l'udienza sul processo di Mafia Capitale, hanno richiesto il patteggiamento, ma il pm Ielo si oppone - Gabriele Bertocchi

I legali di Salvatore Buzzi, il ras delle coop, durante la terza udienza del processo di Mafia Capitale nell'aula bunker di Rebibbia, hanno formalizzato per la terza volta consecutiva un patteggiamento di 4 anni e 10 giorni e una multa di 1200 euro. Il pm Paolo Ielo ha risposto con un secco no, aggiungendo che Buzzi "non merita attenuanti" in quanto "non ha fornito nessuna seria collaborazione, ha salvato i suoi amici e lanciato strali contro i suoi nemici. I reati a lui contestati tra cui l'associazione a delinquere di stampo mafioso sono punibili, in via teorica, fino a 30 anni".

La richiesta di patteggiamento non è l'unica, infatti, l'avvocato Piergerardo Santoro, ha inoltrato la domanda per Alessandra Garrone, moglie di Buzzi (2 anni e 4 mesi); per Paolo Di Ninno (2 anni e 4 mesi) e per Emanuela Bugitti (2 anni). Il tribunale però potrà rispondere solo a fine processo. Prima che intervenisse l'avvocato Santoro, la difesa dell'ex direttore generale dell'Ama spa Giovanni Fiscon aveva rinnovato la richiesta di giudizio abbreviato condizionato all'audizione di alcuni testimoni mentre i difensori di altri imputati (Cristiano Guarnera, Claudio Caldarelli, Franco Figurelli, Guido Magrini, Sandro Coltellacci, Rocco Rotolo, Michele Nacamulli, Pierpaolo Pedetti, Claudio Turella, Luca Gramazio, Mirko Coratti, Andrea Tassone, Angelo Scozzafava, Stefano Bravo, Giuseppe Ietto) avevano sollevato una serie di questioni preliminari, eccependo, tra l'altro, la nullità del decreto che dispone il giudizio immediato "per genericità o indeterminatezza dei capi di imputazione" o lamentando il diritto di difesa per non avere avuto copia dei file audio delle intercettazioni.

Mafia, i boss di Corleone progettavano un attentato contro Alfano

Tra gli arrestati dai carabinieri del Gruppo di Monreale c'è anche Rosario Lo Bue, capomafia già finito in carcere nel 2008, ma poi assolto e liberato

I carabinieri del Gruppo di Monreale, con l'aiuto di unita' cinofile per la ricerca di armi e di un elicottero, hanno eseguito un'operazione antimafia tra i comuni di Corleone, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina, nel palermitano. L'inchiesta, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha svelato i nuovi assetti di Cosa nostra nel mandamento dei boss Riina e Provenzano. Le attività di indagine avrebbero scongiurato un omicidio già pianificato.

Alcuni mafiosi arrestati dai carabinieri pensavano di colpire il ministro dell'Interno Alfano, responsabile dell'inasprimento del 41bis. "Dovrebbe fare la fine di Kennedy", avrebbero detto in una intercettazione. "Se c'è l'accordo gli cafuddiamo (diamo ndr) una botta in testa. Sono saliti grazie a noi. Angelino Alfano è un porco. Chi l'ha portato qua con i voti degli amici? E' andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti". "Dalle galere dicono cose tinte (brutte ndr) su di lui", commentano i mafiosi Masaracchia e Pillitteri, riferendosi alle lamentele dei boss carcerati sul ministro dell'Interno. "E' un cane per tutti i carcerati Angelino Alfano", aggiungono. Poi il riferimento a Kennedy, presidente degli Stati Uniti ucciso nel 1993. "Perché a Kennedy chi se l'è masticato (chi l'ha ucciso ndr)? Noi altri in America. E ha fatto le stesse cose: che prima è salito e poi se li è scordati". Nella conversazione i due mafiosi accennano, dunque, alla circostanza che Kennedy sarebbe stato eliminato dalla mafia perché, eletto coi voti dei boss, non avrebbe poi mantenuti i "patti". 

Tra gli arrestati dai carabinieri del Gruppo di Monreale, che hanno azzerato i vertici del mandamento di Corleone, c'è anche Rosario Lo Bue, capomafia già finito in carcere nel 2008, ma poi assolto e liberato, fratello di uno dei fiancheggiatori dell'ultima fase della latitanza del boss Bernardo Provenzano. La Cassazione dichiarò nullo il decreto che aveva autorizzato le intercettazioni a suo carico. L'indagine ha svelato anche il progetto di un omicidio imminente: alcune persone si sarebbero rivolte a Cosa nostra per risolvere problemi legati alla riscossione di una grossa eredità. L'inchiesta, che è una prosecuzione di due blitz dell'Arma sulle "famiglie" di Corleone e Palazzo Adriano, è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Leonardo Agueci. A carico dei sei fermati le accuse sono di danneggiamento, illecita detenzione di armi e associazione mafiosa. Lo Bue, capo carismatico e autorevole, porta avanti una linea d'azione prudente, sulla strada indicata dal boss Bernardo Provenzano. Proprio questo suo modo di condurre le attività del mandamento avrebbe creato non poche fibrillazioni all'interno della famiglia mafiosa di Corleone. Dall'indagine emerge come un altro esponente mafioso, Antonino Di Marco, arrestato nel 2014, da sempre ritenuto vicino alle posizioni dall'altro storico boss corleonese Salvatore Riina, si sia più volte lamentato del modo di gestire gli affari di Lo Bue. Le attività hanno, dunque, ribadito che ancora oggi sussistono in Cosa nostra due anime: una moderata che fa riferimento e l'altra più oltranzista fedele a Riina. Dall'indagine è emerso che la mafia disponeva di un piccolo arsenale di armi nascoste.

Nuova mafia, vecchi boss Stangata per il clan di Bagheria

Riccardo Lo Verso

PALERMO - Ci sono i picciotti e i capimafia di Bagheria. I pezzi da novanta che parteciparono al tentativo di ricostituire il vecchio direttorio di Cosa nostra e gli uomini che facevano il lavoro, sporco ma redditizio, delle estorsioni. Per ventiquattro imputati oggi è arrivata la stangata giudiziaria con la pioggia di condanne inflitte dal Tribunale di Palermo. La sentenza è stata emessa nella tarda serata di ieri, ad un'ora dalla scadenza dei termini di custodia cautelare. Scongiurata, dunque, una scarcerazione di massa.
Tra i vecchi boss sempre in auge, dopo avere scontato lunghe condanne, ci sarebbero stati Giuseppe Di Fiore e Nicolò Greco. Il primo sarebbe stato il braccio operativo del secondo, considerato la testa dell'acqua ma che nel frattempo è deceduto. Quando Di Fiore fu arrestato, nel 2005, nel doppiofondo del comodino di casa nascondeva la lista dei commerciante da mungere con il racket. Nel 2014, anno del blitz Reset da cui è scaturito il processo, la storia si sarebbe ripetuta. Il pizzo lo hanno pagato 44 commercianti. Molti, seppure costretti dalle evidenze investigative, hanno ammesso di avere subito le angherie mafiose.
Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo hanno dato una chiave di lettura sulla stagione dei grandi summit di mafia culminata nell'incontro organizzato il 7 febbraio 2011 a Villa Pensabene. Allora sarebbe stato Giulio Caporrimo, reggente di San Lorenzo, a convocare il direttorio provinciale. Dopo il suo arresto, l'uomo forte sarebbe diventato Alessandro D'Ambrogio, boss di Porta Nuova. I palermitani avvano capito che bisognava dialogare con i boss della provincia per serrare i ranghi dell'organizzazione. Decisive sono state le testimonianze dei collaboratori di giustizia Sergio Flamia ed Enzo Gennaro.
Nuova mafia, vecchi boss. Perché tra i condannati ci sono nomi storici della Cosa nostra bagherese che offrì protezione a Bernardo Provenzano. Nicolò Greco forte anche della parentela con il fratello Leonardo, che della mafia bagherese era stato il capo, avrebbe preso in mano il potere. Dell'elenco dei condannati fanno parte anche Michele Modica, di Casteldaccia, considerato affiliato alla mafia canadese, che nel 2004 scampò alla morte in un agguato a Montreal, ed Emanuele Cecala, originario di Caccamo, già coinvolto nell'inchiesta sul tentato omicidio dell'anziano boss Pietro Lo Iacono. Il primo è stato condannato all'ergastolo e il secondo a trent'anni per l'omicidio di Antonio Canu freddato il 28 gennaio 2005 a Caccamo. Chiedeva il pizzo senza senza che nessuno lo avesse autorizzato.
Tra le storie del racket c'è quella sfociata nel drammatico suicidio di un imprenditore. Un costruttore aveva denunciato i suoi estorsori. Poi, sommerso dai debiti, si tolse la vita.
Ecco l'elenco dei condannati e le rispettive pene: Salvatore Buglisi (3 anni e sei mesi), Emanuele Cecala 830 anni), Giuseppe Di Fiore (10 anni e 8 mesi), Giovanni Di Salvo (7 anni e 2 mesi), Giovanni Pietro Flamia, detto “U’ Cardiddu” (10 anni e sei mesi), Nicolò Greco (non doversi procedere per morte dell'imputato), Carlo Guttadauro (5 anni e 4 mesi), Giovanni La Rosa (6 anni), Atanasio Ugo Lonforte (10 anni e sei mesi),Nicolò Lipari (10 anni e 6 mesi), Pietro Lo Coco (10 anni e 6 mesi), Andrea Lombardo (10 anni e 6 mesi), Vincenzo Maccarrone (4 anni e 8 mesi), Fabio Messicati Vitale (3 anni e 6 mesi), Bartolomeo Militello (3 anni e 6 mesi), Michele Modica (ergastolo), Carmelo Nasta (3 anni), Francesco Pipia (è l'unico assolto, difeso dall'avvocato Salvo Priola), Francesco Pretesti (6 anni e 10 mesi), Giorgio Provenzano (10 ani e 6 mesi), Francesco Raspanti (6 anni), Paolo Salvatore Ribaudo (10 anni), Giovan Battista Rizzo (8 anni), Giovanni Salvatore Romano (6 anni e 4 mesi - difeso dagli avvocati Giovanni Castronovo e Jimmy D'Azzò - per mafia, ma sono cadute tre ipotesi di estorsioni), Francesco Speciale (8 anni e 9 mesi), Francesco Terranova (6 anni e 8 mesi).

La dichiarazione del procuratore Lo Voi - "Quella emessa dal gup è una sentenza importante che conferma che le operazioni di polizia e gli arresti sono certamente decisivi, ma ancor più fondamentali sono, poi, gli esiti processuali, perché, se non seguono le condanne, le attività investigative hanno un senso relativo". Lo ha detto il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi commentando la condanna di 24 esponenti mafiosi del clan mafioso di Bagheria. "Le 24 condanne a pene severe, emesse dal gup, - ha aggiunto - confermano la bontà delle indagini e dell'ipotesi accusatoria e la capacità di reazione dello Stato contro Cosa nostra". (ANSA).

Mafia Capitale, Buzzi chiede 4 anni La procura: «Ne rischia trenta» Respinta ancora una volta la richiesta di patteggiamento dell’ex ras delle coop. Pioggia di eccezioni dalle difese: «Accuse generiche, vanno annullate»

Fulvio Fiano

Il botta e risposta al veleno che dà il segno fin dalla prima udienza al processo a Mafia Capitale, non viene meno neanche al terzo appuntamento d’aula. E arriva in coda a un’altra lunghissima giornata trascorsa a registrare le obiezioni preliminari delle 46 difese. Parla l’avvocato Santoro, del pool che assiste Salvatore Buzzi, e chiede l’ennesimo patteggiamento per il ras delle coop. Il quarto, per la precisione.
Un altro leggero rilancio al rialzo, fino a quattro anni e 10 giorni e 1300 euro di penale. Proposta che il pm Paolo Ielo non esita a definire «offensiva». Perché il conteggio ignora di nuovo l’associazione mafiosa già sancita da gip, Riesame e Cassazione. Perché Buzzi «che mai ha mostrato davvero di voler collaborare e anzi ha cercato di salvare gli amicie e lanciato strali infondati» non merita attenuanti. E perché «se anche si parlasse di “mera” corruzione, si tratta di reati gravissimi e continuati che il codice sanziona fino a un massimo di trent’anni di pena». Solo un discorso teorico e non una anticipazione sulle condanne ipotizzabili, ma il segno - se ce ne fosse bisogno - che non saranno concessi sconti o scorciatoie.
Non bastasse, il collega Giuseppe Cascini, rimarcando che il tribunale non può pronunciarsi in questa fase su una richiesta di patteggiamento per non compromettere tutto il processo, derubrica di fatto a provocazione la linea difensiva. L’avvocato Santoro aveva sollevato un’eccezione di incompatibilità del tribunale così riassumibile: «Ama ha alzato le tariffe sui rifiuti per gli illeciti che sono ora a processo e i giudici, che quel rincaro subiscono come tutti i romani, non sono quindi sereni nel giudizio». La X sezione penale, presieduta dal giudice Rosaria Ianniello, si pronuncerà il 24 novembre.
La battuta, maligna e sicura, pronunciata da un avvocato di fama durante una delle pause («La gatta frettolosa ha partorito gattini ciechi») racchiude il senso delle altre richieste di nullità su singoli capi di imputazione o parti di ordinanza. «Accuse generiche» pronuncia per primo, seguendo l’ordine di chiamata, l’avvocato Scalise per Angelo Scozzafava. E tanti altri si «associano». «A quale accordo preesistente si riferisce l’accusa?», chiedono i legali di Gramazio. «Quale ramo d’impresa sarebbe coinvolto?», domanda quello di Guarnera. E quando la lista si fa davvero lunga, la difesa di Pedetti  prova a fare un distinguo: «So che la Cassazione è molto parsimoniosa in materia, ma la turbativa d’asta che ci viene contestata è davvero poco argomentata». Salvatore Sciullo per Giovanni Fiscon rigioca in contropiede la lista dei testimoni che gli è stata negata in abbreviato: «Se vengono ammessi qui, deve essere applicato anche lo sconto di pena dell’altro rito».
Un altro gruppo ritiene leso il diritto della difesa, tanto più nell’«immediato probatorio» con cui si giudicano i fatti, perché le difese hanno avuto accesso solo a una parte delle telefonate finite agli atti. Una parziale ammissione dai pm arriva in risposta all’avvocato Missori, legale di Turella, per il quale, nel rinvio a giudizio, è scomparsa la dicitura dell’aggravante mafiosa. Un errore materiale, fa ammenda la procura, ma che non giustifica la richiesta di domiciliari per l’ex capo dell’ufficio giardini, «che mai ha spiegato i 570 mila euro nascosti in casa».
Antonio Parma, difensore di Tassone, incassa invece i complimenti dei colleghi per il calcolo delle «1000 pagine al giorno per 50 giorni» che le difese sarebbero costrette a leggere se i tre filoni del processo venissero unificati, senza contare i quasi 500 testimoni superflui per l’uno o l’altro procedimento. Tentativo che il tribunale boccia, raggruppando i dibattimenti. Alle 19, dopo 10 ore tra gli scranni, arrivano, con ostentato sollievo di molti, i saluti.

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