Estorsioni e attentati a Foggia, questore: “Denuncerò per mafia i commercianti che non si ribellano al pizzo”

Il fatto Quotidiano – Luisiana Gaita

La presa di posizione di Piernicola Silvis arriva dopo le due esplosioni che nel giro di 48 ore hanno preso di mira altrettanti negozi. “Non tollereremo l’omertà, piuttosto agli esercenti e ai cittadini dico di farsi avanti perché siamo in grado di proteggerli”

“Denuncerò i commercianti che non si ribellano al pizzo per concorso esterno in associazione di stampo mafioso o associazione per delinquere finalizzata al reato di estorsione”. Sono le parole del questore di Foggia, Piernicola Silvis, dopo gli ultimi due attentati dinamitardi messi a segno nel giro di 48 ore ai danni di altrettanti negozi nel capoluogo di provincia. Questa presa di posizione ha già dato i primi frutti. “Abbiamo ricevuto delle richieste di contatto” svela Silvis a ilfattoquotidiano.it. E lancia un appello agli operatori economici del territorio: “Non tollereremo l’omertà, piuttosto agli esercenti e ai cittadini dico di denunciare perché siamo in grado di proteggerli”. È da quando si è insediato, oltre un anno fa, che il questore cerca di attirare l’attenzione sulle infiltrazioni criminali a Foggia e nel Gargano. Un fenomeno per molto tempo sottovalutato, se non completamente ignorato.

LA PRESA DI POSIZIONE DEL QUESTORE - “Sapevo di attirarmi delle critiche con queste dichiarazioni impopolari nei confronti dei commercianti” conferma Silvis, che si dice “convinto di questa presa di posizione, peraltro molto meditata”. Non svelare i nomi di chi chiede il pizzo, danneggiare le proprietà degli esercenti che non pagano e, nei casi più estremi, attentare alla loro vita significa in qualche modo essere complici. “È chiaro che si dovrà valutare caso per caso – spiega il questore di Foggia – perché non tutte le situazioni sono uguali e non tutti gli imprenditori o i negozianti che non denunciano gli estortori possono essere considerati loro complici”. Eppure secondo Silvis “in alcuni casi c’è un atteggiamento di convenienza”. La sfida, invece, è arrivare a una presa di coscienza. Che al momento non c’è. “Sono convinto che se tutti i commercianti denunciassero il pizzo alle forze dell’ordine, la piaga delle estorsioni si ridimensionerebbe e potrebbe persino essere debellata” spiega. Invece le denunce sono ancora troppo poche.

IL TERRITORIO SOTTO SCACCO – Il diktat di Piernicola Silvis a molti è sembrato quasi una minaccia nei confronti dei commercianti, già esposti a continue pressioni da parte della criminalità organizzata. Ma questo Silvis lo sa bene. Fu lui a raccontare nel giugno del 2014 alla Commissione parlamentare per i reati contro gli amministratori pubblici quello che stava accadendo a Foggia. E della ‘Società’, una mafia autoctona che ha mani ovunque: dagli appalti pubblici al riciclaggio di denaro nei centri scommesse, dalle estorsioni al business del fotovoltaico. “Una vera e propria associazione per delinquere di stampo mafioso ex 416 bis” disse Silvis alla presidente della Commissione, la senatrice Doris Lo Moro, nel corso di un’audizione sconcertante. “E mentre si cerca di seminare il terrore nel nostro territorio – dice oggi il questore – il resto del Paese non sa nulla di ciò che accade da queste parti. Ancora mi chiedono della Sacra Corona Unita. Che qui non c’è”. Già, perché qui la criminalità organizzata si chiama ‘Società foggiana’, comanda tutto tra Foggia e San Severo e “si sta consociando con le associazioni criminali che operano sul Gargano”. Quello di Foggia è lo stesso territorio dove solo lo scorso anno Tano Grasso, presidente onorario della Fai, è riuscito ad aprire un’associazione antiracket. Quest’estate Grasso aveva già detto la sua sui commercianti. Prima la premessa: “Si registra un incremento delle persone che denunciano il racket”. Poi la batosta: “Basta con gli alibi e la ricerca di convenienza. In 25 anni non mi ero mai trovato in questa situazione”. Qualcuno aveva persino rifiutato l’aiuto dopo essere rimasto vittima del racket.

LA STRATEGIA DEL TERRORE E LA TUTELA – La recrudescenza degli attentati dinamitardi è solo la conseguenza di un ‘sistema’ molto più grande. Per chi vive da queste parti, non c’è nulla di nuovo sotto il cielo. Ci si abitua a periodi di calma alternati a quelli di guerriglia, in cui il racket alza il tiro. Le ultime due esplosioni, pochi giorni fa, ai danni di altrettanti negozi, uno di casalinghi (nel centro di Foggia) l’altro di scarpe (in una delle principali vie dello shopping). Tutto nel giro di 48 ore. Tre giorni prima una bomba era stata piazzata ai piedi di un altro negozio di calzature in una zona più periferica. Non solo. La scorsa settimana due agguati mortali, a Torremaggiore e a Cerignola, mentre altri tre tentati omicidi si sono registrati sul territorio un mese fa. “Qui tutti vogliono sicurezza – commenta il questore – ma pochi sono disposti a fare qualcosa per ottenerla. Basta lamentarsi, le forze dell’ordine possono tutelare a pieno chi denuncia”. E rassicura: “Non lo dico io, lo dicono gli stessi pentiti della ‘Ndrangheta. Le vittime che denunciano oggi non vengono più toccate, perché sarebbe controproducente”. Così il questore invita gli esercenti a seguire l’esempio di Bagheria, dove molti commercianti hanno denunciato le estorsioni o, comunque, collaborato con gli inquirenti. Un’altra storia, un’altra mafia quella. Un altro livello di attenzione sulla guerra che si stava combattendo. Mentre altrove si è preferito chiudere gli occhi.

 

Mafia Capitale e la maledizione dell’ufficio nomadi

Il Fatto Quotidiano - Carlo Stasolla 

Il maxi-processo di Mafia Capitale si è aperto nelle scorse settimane e il primo colletto bianco ad essere condannato è stata Emanuela Salvatori, ex direttrice dell’Ufficio Nomadi di Roma accusata di corruzione. Quattro anni è la condanna per l’ex dipendente del Campidoglio colpevole di aver favorito un finanziamento a una cooperativa della galassia di Buzzi in cambio dell’assunzione della figlia.

Non è la prima volta che un funzionario a capo dell’Ufficio Nomadi di Roma finisce dietro le sbarre.

Il primo a dirigere quindici anni fa l’“Ufficio Nomadi” di Roma fu Luigi Lusi, condannato per essersi appropriato di 25 milioni di euro. Poi, sotto l’amministrazione Veltroni fu la volta del suo capo-gabinetto Luca Odevaine a condizionare fortemente le scelte dell’Ufficio con la decisione di costruire il nuovo “villaggio” di Castel Romano nel 2005. Anche lui si trova da qualche giorno agli arresti domiciliari dopo una detenzione per corruzione nell’inchiesta denominata “Mondo di Mezzo”. Quando il governo della città passò al sindaco Alemanno fu la volta del soggetto attuatore del Piano Nomadi, Angelo Scozzafava a commissariare l’Ufficio prendendolo nelle sue mani. Sul suo capo pende l’accusa di associazione mafiosa e corruzione aggravata.

Nei giorni scorsi è stata la volta di Emanuela Salvatori, condannata per corruzione. Il suo posto era stato preso nel gennaio 2015 dalla dirigente Ivana Bigari nominata più volte all’interno della Relazione desecretata della Commissione di Accesso presso Roma Capitale e poi trasferita presso il Dipartimento Politiche Scolastiche di Roma Capitale. Nella Relazione la Commissione rileva la “assoluta incapacità (della Bigari ndr) di deviare da quei percorsi già delineati che, grazie all’attività pervasiva del sistema realizzato da Buzzi e dalla connivenza di altri funzionari, vicini alla stessa Bigari, continuano anche con l’avvento della nuova Giunta”.

E così, mentre a colpi di proclami inneggianti alla legalità i sindaci che si sono succeduti in Campidoglio, chiedevano alle comunità rom il rispetto delle regole, l’Ufficio della porta accanto, diventato nel frattempo “Ufficio Rom, Sinti e Camminanti”, ha rappresentato per vent’anni la massa tumorale che ha paralizzato ogni azione, schiacciato i diritti e distribuito risorse a pioggia. Secondo la puntuale legge del contrappasso, “chi di legalità ferisce, per la legalità perisce”.

A Roma l’illegalità non è una questione che riguarda primariamente i rom. Da vent’anni l’illegalità romana ha preso forma in amministratori incapaci, in dirigenti corrotti, in “rappresentanti” kapò e in quella parte di associazionismo autoreferenziale e incompetente che non ha provato vergogna nel sottoscrivere convenzioni illegittime. Una massa di cialtroni, distruttori di speranza e ideatori di un assistenzialismo sfrenato che ha umiliato la comunità rom affossando i suoi diritti, deriso la restante comunità cittadina distraendo denaro pubblico e promosso una “guerra tra poveri”.

Eppure l’Ufficio Nomadi ancora sopravvive con la sua “maledizione” e la probabile preoccupazione del prossimo dirigente che sarà chiamato a guidarlo. Visitando il sito del Comune di Roma, in sostituzione del suo nome e cognome, per adesso c’è solo uno spazio bianco…

 

La ‘legalità’ in Sicilia ai tempi dei beni sequestrati alla mafia e del PSR. E del centrosinistra al governo…

Giulio Ambrosetti

Abbiamo chiesto ‘lumi’ sui fondi riservati del presidente della Regione. Risultato: il silenzio. Idem per i fondi di rappresentanza. Ora sono di scena gli oltre 2 miliardi di Euro del PSR 2007-2013. Antonello Cracolici ci dirà qualcosa? Oppure comincerà a spendere i fondi del nuovo PSR senza far conoscere nelle tasche di chi sono finiti i fondi del vecchio Piano di Sviluppo Rurale? Intanto vogliono far chiudere TeleJato di Pino Maniaci. Così il silenzio sugli imbrogli sarà totale

Lo sappiamo: anche questo articolo non sortirà alcun effetto. Chiedere, dalle nostre parti, a un governo regionale di centrosinistra come spende il denaro pubblico è tempo perso. L’abbiamo chiesto per i fondi riservati del presidente della Regione e registriamo il silenzio. Idem per i fondi di rappresentanza di Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione siciliana. Insomma, non sapremo mai nelle tasche di chi sono finiti gli oltre 2 miliardi di Euro del PSR 2007-2013, sigla che sta per Piano di Sviluppo Rurale. Del resto, siamo in Sicilia. Per la precisione a Palermo, che non è solo la ‘Capitale’ storica della mafia, ma ormai è anche la ‘Capitale’ dei ‘Professionisti dell’antimafia’, cioè di coloro i quali utilizzano l’antimafia per farsi gli affari propri (la dizione, in realtà, sarebbe un’altra…).

Sì, siamo a Palermo, città che, in queste ore piene di ‘trepidazione’, è impegnata a spegnere TeleJato di Pino Maniaci, tv che si è ‘macchiata’ di un reato gravissimo: ha messo a nudo le ‘operazioni’ organizzate da un ristretto gruppo di magistrati, avvocati e commercialisti. Nessuno di questi è finito in galera, naturalmente. Si sa, la Giustizia è uguale per tutti…

Però bisogna farla pagare a questo Pino Maniaci, che ha rotto un ‘giocattolo’ collaudato nei primi anni ’80 del secolo passato e poi sempre in piedi, sempre attivo, sempre presente, sempre con le stesse facce e con gli stessi metodi. Ma come si è permesso questo Pino Maniaci a scoperchiare il pentolone della Sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo? Da non crederci!

Ma la cosa incredibile è che questo Pino Maniaci insiste. Lo sapete che cosa si è messo in testa, adesso? Di scoperchiare altri due pentoloni del Tribunale di Palermo: la Sezione fallimentare e, niente poco di meno, i CTU, i Consulenti Tecnici del Tribunale. Lo capite o no a che punto siamo arrivati? Ma riuscite a immaginare cosa succederebbe se Pino Maniaci e TeleJato dovessero andare a mettere il naso nelle curatele fallimentari? O tra gli incarichi affidati ai consulenti? E ve l’immaginate che cosa succederebbe se in tutti i Tribunali della Sicilia dovessero spuntare tre, quattro, dieci Pino Maniaci che vanno a spulciare tra le carte dei beni sequestrati alla mafia, tra le curatele delle Sezioni fallimentari e tra gli incarichi assegnati dai Tribunali?   

Eh sì, il momento è brutto. Dopo oltre vent’anni di sana antimafia di facciata, con le associazioni antiracket che sono diventate holding e che incassano un sacco di piccioli, arriva questo Pino Maniaci e si mette a fare antimafia per davvero. Ma siamo impazziti? Ma da dove spunta questo Pio La Torre delle tv?

Poi arriviamo pure noi e, in un momento così difficile, andiamo a chiedere chiarezza sui fondi riservati del presidente della Regione, sui fondi di rappresentanza della Presidenza della Regione e sui 2 miliardi a passa del PSR finiti chissà dove. Ma possibile che neanche noi ci rendiamo conto di quanto siamo inopportuni? Possibile che io che scrivo questo articolo non mi vergogno? Ma dove sono cresciuto? A Sciacca? 

Figuriamoci se, in un momento del genere, mentre è in atto il tentativo si spegnere TeleJato per far tornare a trionfare l’antimafia di facciata, la Giustizia di Palermo trova il tempo per andarsi a occupare degli oltre 2 miliardi di Euro del PSR. Nemmeno se si trattasse di un governo regionale di centrodestra! Ragazzi, non scherziamo con le cose serie.

Tra l’altro, lo ricordiamo a noi stessi, quello di Rosario Crocetta è un governo di centrosinistra che, in quanto tale, ha diritto, d’ufficio, a sconti per comitive antimafiose… Altro che rendicontare fondi riservati, di fondi rappresentanza e del PSR. Marameo!

Come facciamo noi a non sapere queste cose? Chiedere ‘trasparenza’ amministrativa a un esponente del PD: ma dove siamo arrivati? 

Alla fine che volete che siano questi quattro soldi di fronte all’eternità del potere siciliano? Nulla. C’è il dubbio, anzi la certezza, che una parte di questi soldi siano finiti ai parenti dei politici? Tutto buono e benedetto, si usa dire in Sicilia. Una parte di questi soldi è finita a parenti di burocrati regionali? Cose che capitano. Notizie ininfluenti. Hanno spartito una barca di soldi per i “Giovani imprenditori agricoli” – sembra 70 mila Euro cadauno – senza che sia rimasta traccia di queste nuove imprese? Ma quanto siamo curiosi! Andare a chiedere conto e ragione di questi soldi quando governa l’antimafia del centrosinistra in salsa sicula: ma smettiamola!

Per non parlare del fatto che, da vent’anni, nessuno tocca Rosaria ‘Rosa’ Barresi, la donna più potente dell’assessorato all’Agricoltura. Già in auge con Totò Cuffaro, diventa potentissima con il governo di Raffaele Lombardo. E rimane tale con l’attuale governo di Rosario Crocetta. Centrodestra e centrosinistra per lei pari sono: lei c’è sempre. Inamovibile. Dirigente generale, fino a qualche settimana fa assessore. E ora di nuovo dirigente generale.

Che dite? La legge Severino le impedirebbe di tornare a occupare il posto di dirigente generale dell’assessorato all’Agricoltura? Ragazzi, allora non avete capito nulla: per il centrosinistra la Legge non si applica: si interpreta. La legge Severino è stata giustamente applicata per l’ex sindaco di Marsala, Giulia Adamo. Che ha perso il posto di sindaco. Signori, Giulia Adamo non era mica esponente del centrosinistra! Se invece di mezzo c’è un esponente di centrosinistra – o comunque protetto dal centrosinistra – si trova un modo per eludere la Legge Severino. Funziona così.

Ma torniamo al PSR. Pensate: appesi negli autobus dell’AMAT di Palermo campeggiano già i manifesti del nuovo PSR: quello del 2014-2020. Non sappiamo nulla di come sono stati spesi gli oltre 2 miliardi di Euro di questi fondi europei del 2007-2014. Ma già il nuovo assessore regionale al ramo, il ‘mitico’ Antonello Cracolici, naturalmente del PD – partito di ‘trasparenza’ amministrativa e antimafia – fa sapere ai cittadini siciliani che ci sono questi soldi disponibili. La scritta che campeggia sui cartelloni invita i cittadini siciliani a farsi sentire: coraggio, veniteci a trovare, ce n’è per tutti…

Coraggio, siciliani, andate negli uffici dell’assessorato regionale all’Agricoltura: andate a chiedere notizie del nuovo PSR: con altri 2 miliardi di Euro si possono fare tante cose. E, soprattutto, potete fare quello che volete, perché avete la certezza matematica che mai nessuno vi verrà a chiedere conto e ragione su come utilizzerete questi soldi. Sarà sempre così? Questa certezza non ve la possiamo dare. Però vi possiamo assicurare che se la Regione sarà ancora governata dal centrosinistra potete dormire sonni tranquilli: nessuno vi verrà a chiedere conto e ragione di questi soldi: ammuccamu! Se volete ci metto pure la firma…

p.s.

Per completezza d’informazione va detto che l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao, su questi 2 e passa miliardi di Euro del PSR 2007-2013 e su altri 3 miliardi di euro di fondi pubblici – utilizzati sempre in agricoltura (o quasi) – ha presentato una bella interrogazione. Ma fino ad ora non si sa nulla. Sembra che le ‘sabbie’ della Sicilia abbiano raggiunto anche Bruxelles…

 

Rai news - MAFIA CAPITALE, CANTONE: LA CORRUZIONE OGGI FUNZIONA COSÌ Il capo dell'Authority anticorruzione parla di "un sistema gelatinoso" dove il tradizionale rapporto fra corrotto e corruttore "è completamente saltato", in una logica "in cui i soggetti venivano pagati a prescindere dagli atti". Nuove notizie sul fronte giudiziario, resta ai domiciliari Clelia Logorelli, 50 anni, ex dirigente al Settore verde di Eur Spa Tweet Mafia capitale, ecco la timeline dei processi Mafia Roma, Buzzi chiede di patteggiare, no della Procura Mafia capitale, seconda udienza al via. Il processo riparte da Rebibbia Mafia Capitale: Odevaine racconta ai pm le sue verità. Marroni e Caltagirone annunciano querele Mafia Capitale, la verità di Odevaine: "Totti pagò i vigili in nero per scortare i figli" 23 novembre 2015 Il sistema di Mafia Capitale è "un sistema gelatinoso" dove il tradizionale rapporto fra corrotto e corruttore "è completamente saltato", in una logica "in cui i soggetti venivano pagati a prescindere dagli atti", e quindi "è interessante per capire come funziona oggi la corruzione". Lo ha detto Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, nel corso di un convegno all'Università di Firenze. "In quella indagine - ha detto Cantone - ci sono cose devastanti, consiglieri comunali allevati come polli da batteria, vengono fatti eleggere e si fa far loro carriera, partecipano spesso alle primarie di un partito e le vincono pure, tutto grazie a un sistema organizzato in cui c'è un meccanismo di disponibilità rispetto al sistema che assomiglia a quello dei mafiosi". Intanto arrivano nuove notizie sul fronte giudiziario. Resta infatti ai domiciliari Clelia Logorelli, 50 anni, ex dirigente preposto al Settore verde di Eur Spa, accusata di corruzione nell'ambito dell'inchiesta a Mafia Capitale. Lo ha deciso il tribunale del Riesame di Roma che ha respinto l'istanza di scarcerazione presentata dai suoi difensori. La donna era stata arrestata il 30 ottobre scorso. Secondo l'accusa la Logorelli - in concorso tra gli altri con Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative - nella sua qualità di dirigente preposto al Settore verde di Eur Spa, responsabile parchi e giardini, avrebbe compiuto atti contrari ai doveri di uffici in cambio di uno "stipendio" mensile pari a 2.500 euro. Denaro che avrebbe ricevuto a più riprese da Buzzi, amministratore delle cooperative riconducibili al gruppo criminale capeggiato da Massimo Carminati. Nel confermare i domiciliari, il tribunale della Libertà scrive che Logorelli "ha dimostrato di avere una particolare propensione a delinquere rinunciando totalmente all'utilizzo delle propria discrezionalita' nell'interesse della collettivita' ponendola a servizio dei privati dei quali era a libro paga". L'ex dirigente di Eur Spa ha "ricevuto per un lungo periodo di tempo, un vero e proprio stipendio 'parallelo' a quello corrisposto dalla Amministrazione". In sostanza per i giudici del Riesame "la determinazione delinquenziale dimostrata" dall'indagata "rende particolarmente attuale il pericolo che possa continuare a svolgere la propria infedele opera professionale anche se non in servizio".

 

Mafia, il vescovo: no al silenzio e all'indifferenza

Antonio Maria Mira - ​“La Chiesa intende continuare a promuovere la legalità connessa con la moralità e contrastare fenomeni devianti come la mafia e le sue piaghe cancrenose: il pizzo, l’usura, lo spaccio della droga, i guadagni illeciti”. Queste importanti parole sono contenuto in un documento della diocesi di Monreale, letto domenica in tutte le parrocchie di Corleone e di Chiusa Sclafani. Che denuncia “il silenzio e l’indifferenza” che “possono rischiare di alimentare ogni sorta di pratica criminale”. 
È la netta presa di posizione della Chiesa locale dopo l’operazione “Grande passo 3” di venerdì scorso che ha colpito il tentativo di “cosa nostra” di riorganizzarsi nei territori di Riina e Provenzano. Un documento anticipato ad Avvenire dall’arcivescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi, che aveva commentano come “preoccupante quanto scoperto dall’inchiesta dei carabinieri, perché i mafiosi vogliono alzare il tiro. Assolutamente da non sottovalutare. Come Chiesa cercheremo di essere ancora più vigili”. 
E infatti nel documento letto nel corso delle messe domenicali (IL TESTO), si legge che “i parroci dei due paesi e la Chiesa di Monreale intendono ribadire il loro appoggio nel contrasto di tali fenomeni criminali con un sempre solerte impegno educativo che porti a un cambiamento della mentalità”. E questo, prosegue il documento, “si esprime nella denuncia dal pulpito e in una serie di iniziative concrete volte a creare un costume e una mentalità alternativi a quella della subcultura in cui alligna la mafia”. 
Così si ricorda il recente intervento sulle confraternite “nei cui statuti è stato sancito, in modo inequivocabile, il divieto di appartenenza dei singoli membri ad associazioni mafiose”. E questo anche per “mettere in guardia tutti, in particolare i cristiani, i quali possono rischiare, con il silenzio e l’indifferenza, di alimentare ogni sorta di pratica criminale”.
Denuncia, dunque, ma senza sbarrare le porte. Il messaggio domenicali sottolinea, infatti, “l’invito alla conversione al Vangelo anche dei mafiosi, per creare una cultura della giustizia e della legalità fondata sulla piena consapevolezza che il bene comune è frutto dell’apporto responsabile di tutti e di ciascuno e ciò deve essere una priorità”. Ma non manca un preciso richiamo alle responsabilità pubbliche, chiedendo “una maggiore presenza dello Stato”. Perché non basta l’”importante, quanto necessaria, opera repressiva” se manca “quella preventiva” che si concretizza nel migliorare “la qualità della vita di quel territorio”.

 

l suo comune sciolto per mafia: ex sindaco insegna religione

Milano Today - Alfredo Celeste (ex sindaco di Sedriano) è docente di religione a Corsico. La protesta di quattro sindaci del Sud Milano

E' stato protagonista del primo comune lombardo sciolto per mafia, Sedriano. Per lui il pm ha chiesto tre anni e mezzo di carcere, durante il processo sulla criminalità organizzata: stiamo parlando di Alfredo Celeste, ex primo cittadino del comune dell'hinterland milanese per il Popolo della Libertà, sospettato di corruzione con le cosche mafiose.

Proprio mentre a Sedriano, alle elezioni comunali, ha vinto il Movimento 5 Stelle, Celeste è "ricomparso" come insegnante di religione a Corsico, al liceo scientifico Vico, su incarico della diocesi di Milano. La storia è venuta alla luce perché il sindaco di Corsico, Filippo Errante (di centrodestra anche lui, fra l'altro), ha scritto all'ufficio della diocesi preposto proprio all'insegnamento della religione cattolica. La lettera è stata firmata anche da altri tre sindaci del Sud Milano: Giambattista Maiorano (Buccinasco), Fabio Bottero (Trezzano sul Naviglio) e Simone Negri (Cesano Boscone).

I quattro sindaci giudicano «inopportuna» la scelta di affidare a Celeste l'insegnamento della religione, perché «in contrasto - si legge nella lettera - con quanto previsto dai requisiti dell'arcidiocesi per il riconoscimento dell'idoneità all'insegnamento». Il riferimento è al codice di diritto canonico, secondo cui i docenti di religione dovrebbero essere «eccellenti per retta dottrina». Una definizione che sembra non calzare a Celeste, dato lo scioglimento per mafia del comune e la successiva inchiesta.

Nel Sud-Ovest Milano la 'ndrangheta è stata storicamente (ed è tuttora) molto presente. Un «fardello», affermano i quattro sindaci, «dal quale le nostre comunità si stanno liberando, giorno dopo giorno», anche con percorsi scolastici di approfondimento dei temi relativi alla legalità. Si capisce quindi il forte interesse dei quattro sindaci a chiarire al più presto la situazione con la curia milanese, a cui chiedono di trasferire altrove Celeste. 

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