La mafia si è infiltrata anche a Pisa e provincia

Se ne è parlato al vertice della Fondazione Caponnetto contro la criminalità Presenti forze dell’ordine, politici, associazioni e allievi dell’istituto Pesenti

Carlo Palotti

CASCINA. La mafia c’è, ed è attiva anche sul nostro territorio. Nella terza e ultima giornata di lavori del 21° vertice antimafia, la Città del teatro di Cascina ha accolto alcune delle più importanti figure di riferimento nazionali impegnate nella lotta al crimine organizzato.

Di fronte a un gruppo di studenti dell’Istituto Pesenti e ai vertici delle forze di polizia, la Fondazione Antonio Caponnetto ha organizzato un dibattito sui beni confiscati alle mafie. Presenti il senatore Mario Giarrusso (componente della Commissione parlamentare antimafia), il magistrato Catello Maresca della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, il questore di Pisa Alberto Francini e il sindaco di Cascina Alessio Antonelli. «Come sede del vertice abbiamo scelto la Toscana - dice il presidente della Fondazione Caponnetto, Salvatore Calleri - perché non esistono più isole felici. Non dobbiamo assolutamente abbassare la guardia». Anche il nostro territorio non è rimasto immune alle infiltrazioni mafiose. «Pisa e provincia - continua Calleri - hanno subìto la stessa sorte delle altre parti d’Italia. Questi incontri servono per parlare del problema, senza allarmismi, ma nemmeno sottovalutandone l’entità. Nel complesso la Toscana è una terra sana e, tolti alcuni casi isolati, dobbiamo impedire il rischio di colonizzazioni mafiose del territorio».

La mafia, però, non è più quella raffigurata nei film, anzi, se non strettamente necessario, difficilmente vuole farsi notare. «C’è una mafia arcaica, quella delle sparatorie - conclude Calleri - e c’è una mafia commerciale. Il nostro compito è di rammentare a tutti che queste sono due facce della stessa medaglia. Convivono, e la mafia degli affari ha sempre anche un braccio armato». Proprio negli affari e intorno al potere, il crimine organizzato sembra avere trovato il migliore modo per espandersi.

«Quando ci sono soldi ed imprenditori poco rispettosi delle regole - conferma il questore di Pisa, Alberto Francini - la mafia c’è sempre: che sia Palermo, Napoli, Milano o Pisa. Le azioni possibili sono due: mantenere alta la vigilanza avvalendoci degli organi di repressione ormai collaudati; e qui, più che altrove, fare in modo che le istituzioni, i gruppi imprenditoriali e i cittadini, presidino il territorio con atteggiamenti giusti, volti ad escludere tutto ciò che non sta nelle regole».

Anche Fernando Mellea, presente all’evento nella doppia veste di professore e assessore alla legalità del Comune di Cascina, ha le idee chiare. «Diverse classi dell’Istituto Pesenti - racconta Mellea - hanno partecipato a un progetto della Fondazione Caponnetto. Lo sviluppo di una coscienza critica nelle giovani generazioni rimane in assoluto uno delle migliori risposte al crimine organizzato».

In Svizzera essere mafioso non è reato…

Madeleine Rossi 

C’è nello splendido film “Il terzo uomo” – che tratta dei traffici di medicinali nella Vienna dell’immediato dopoguerra – questa barzelletta: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù.”  … senza dimenticare Heidi, la cioccolata ed i lingotti d’oro.

I due lati della medaglia svizzera 

Ma a proposito, che cos’è la Svizzera? Una lunga storia iniziata nel 1291, 26 cantoni, 4 lingue nazionali senza contare l’inglese, un garantismo a favore del cittadino e una certa cultura dell’essere un vero e proprio stato di diritto. Un paese che, secondo l’indicatore di democrazia del giornale “The Economist”, fa parte delle democrazie complete – ossia “veraci”.

Lato oscuro: un profilo di crocevia per il reinvestimento o il transito di fondi illegali – ma anche, e questo purtroppo non cambia, per il traffico di beni culturali ed archeologici. Insomma, tutto ciò che assomiglia a una “moneta”. La Svizzera cerca di non vantare troppo i suoi porti franchi, che non sono altro che un “limbo fiscale” – perché liberi da vincoli doganali – e che dovrebbero essere oggetto di un libro più che di un articolo, pur approfondito. Orbene, scherzi ed orologi a cucù a parte, la Svizzera ospita, se posso dire, un altro meccanismo ad orologeria: la mafia o, come dice un inquirente del nostro Ufficio centrale di polizia, la Fedpol: un cancro generalizzato. Emergono delle fasce ad elevata mafiosità (accontentiamoci per ora della mafie italiane), ossia una parte della Svizzera tedesca (Zurigo, Turgovia), il Ticino per motivi storici e ovvie vicinanze linguistiche e culturali, ma anche il Vallese, che confine al Val d’Aosta e il Piemonte. E queste tre zone sono solo quelle “più importanti”…

La Svizzera non è un’isola felice, immune del fenomeno mafioso, e se ne è resa conto – perlomeno gli addetti ai lavori se ne sono accorti – all’inizio degli anni ’90, epoca in cui il giudice Falcone si recava spesso in Ticino ed a Zurigo. Ci lavorava assieme alla grande Carla Del Ponte, futuro procuratore federale di Lugano, ed il suo vice Claudio Lehmann, ed erano impegnati in una rogatoria internazionale sul riciclaggio del denaro sporco in provenienza della Sicilia… e che finiva (già) nelle banche svizzere. Nel 2011, lavorando sul fallito attentato dell’Addaura, ho avuto modo di parlare con la Del Ponte ed un suo collaboratore di allora, Clemente Gioia, commissario della polizia svizzera. Tutti e due, emozionati da questi vecchi ricordi, sorridevano evocando quel periodo, ma anche un Falcone che apprezzava trovarsi a Lugano per godersi cose semplici una volta finita la giornata di lavoro, come andare al cinema… È lì che la giustizia svizzera ha iniziato a seguire i soldi… per poi trovare la mafia.

Un arsenale legislativo? Piuttosto un coltello svizzero monolama…

E oggi, 20 anni dopo, che cosa si dice della mafia, o meglio, delle mafie in Svizzera? Non tante cose, a dire la verità. Non è che il Ministero pubblico della Confederazione sia cieco o manchi di volontà. Anzi. Il procuratore federale, Michael Lauber, sostiene che il semplice sospetto di appartenenza a un’organizzazione criminale non può essere perseguitato. In altri termini: nonostante l’articolo 260ter (ter!) del Codice penale svizzero, nella Confederazione, essere mafioso non è reato. Lo ricordava il 5 gennaio 2015 un articolo di Swissinfo: “I criteri per dimostrare che qualcuno appartiene a un’organizzazione criminale sono infatti troppo elevati. A metà dicembre dello scorso anno, l’MPC si era visto costretto ad archiviare un procedimento contro cinque persone per presunta appartenenza alla ‘Ndrangheta. L’inchiesta era durata oltre 13 anni.” Il procuratore federale ha proposto dunque al Parlamento di modificare la legislazione, dopo aver già presentato almeno un progetto di modifica dell’articolo di legge in questione. La quale permette al massimo di “fare solletico ai membri della mafia”, come diceva l’ex procuratore ticinese Paolo Bernasconi.

A richiedere un’importante modifica c’è anche il parlamentare – guarda caso – ticinese Giovanni Merlini, che a settembre 2014 aveva depositato un’interpellanza circa l’efficacia o meno dell’articolo 260ter, a secondo del quale “Chiunque partecipa a un’organizzazione che tiene segreti la struttura e i suoi componenti e che ha lo scopo di commettere atti di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi criminali, chiunque sostiene una tale organizzazione nella sua attività criminale, è punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria.

Il problema è duplice: o non è possibile dimostrare l’esistenza dell’organizzazione o non è possibile dimostrare che è segreta… E quale fu la risposta, a novembre 2014, del Consiglio Federale all’interpellanza di Merlini? In sostanza, tra vari fronzoli tesi a giustificare il rifiuto ostinato di prendere il toro per le corna, l’organo esecutivo “ritiene che il diritto penale materiale vigente sia sufficiente e adeguato”. Come si dice in francese, “circulez, y a rien à voir”: circolate, non c’è niente da vedere.

Passiamo dall’altro lato della trincea per parlare dell’Ufficio centrale di polizia (Fedpol), diretto dal Ministero pubblico e che ha competenza per la criminalità organizzata, il finanziamento del terrorismo e i reati economici complessi tra altre mansioni specifiche. Agisce in base a segnalazioni e si può dire che il suo ruolo è “passivo ma reattivo”: non interviene direttamente ma compie un ottimo lavoro (come lo dimostrano i report disponibili online sul sito dell’amministrazione federale)… che purtroppo non è messo abbastanza in evidenza. Cultura della discrezione efficace… probabilmente un pregio tipicamente svizzero… e vicini alla realtà del terreno, ottimi segugi che non prendono guanti per dire che la popolazione svizzera non percepisce la pericolosità delle infiltrazioni mafiose. E ci sarà un motivo, oltre al fatto che la Svizzera non è terra di mafia, ma “solo” terra di accoglienza di fondi di origine criminale: non se ne parla, o poco, anzi, “non si sa”.

Questo si vede nei media svizzeri: eccezione fatta del sito Swissinfo, che regolarmente pubblica articoli di approfondimento sul tema “mafia+Svizzera”, e della Radio Televisione della Svizzera italiana che qualche anno fa ha diffuso trasmissioni molto interessanti sulla presenza mafiosa sul territorio, non si parla di mafia. O così poco…

L’Agenzia telegrafica svizzera (ATS), per voce di due capiredattori intervistati brevemente nei giorni scorsi, ha un discorso piuttosto incoraggiante: non solo esiste la consapevolezza del fenomeno mafioso, ma se l’agenzia stampa ne avesse i mezzi – oltre al fatto che un’agenzia stampa non ha vocazione a sviluppare indagini – approfondirebbe l’argomento quando gli capita di trovare notizie provenienti, ad esempio, dall’Italia e relative a cose che devono diventare nostre… Per il resto, trattare o meno l’argomento ed “educare” i Svizzeri circa il fenomeno mafioso rientra nel quadro della scelta editoriale. Non è bello dirlo ma più volte, proponendo articoli di approfondimento “sulla mafia”, mi sono sentito dire: “Mah, lasciamo questa roba alla Repubblica e agli Italiani…”. Con tutti i sottointesi che si possono capire.

Conclusione? Se la Svizzera non vuole essere presa alla sprovvista da un fenomeno che va crescendo sul suo territorio e che non può più ignorare, deve – magari – riformare il suo Codice penale e osare parlare delle mafie. Perché non è possibile avere i soldi della mafia – e ci sono – senza prendersi anche la mafia. Perché se arrivano i soldi della mafia, non solo è perché arriva anche la mafia… ma perché c’è già la mafia. Discorsi ovvi in Italia… ma altrove? Me lo domando. E vanno dunque ribaditi all’infinito.

Affari e mafia nell’edilizia

Giuseppe Faro, cinquantotto anni, è imprenditore a capo di imprese del settore dell’edilizia e del movimento terra, ritenuto vicino all’organizzazione mafiosa affiliata alla famiglia Santapaola. Già...

Il Mattino – Padova - Giuseppe Faro, cinquantotto anni, è imprenditore a capo di imprese del settore dell’edilizia e del movimento terra, ritenuto vicino all’organizzazione mafiosa affiliata alla famiglia Santapaola. Già condannato in passato per reati non legati alla criminalità organizzata è finito al centro di un’indagine di natura economico-finanziaria che comprende un arto temporale di dieci anno (tra il 1992 ed il 2011), finalizzata a rilevare la capacità reddituale di Faro e dei suoi familiari, e che hanno permesso di accertare forti profili sperequativi tra i redditi dichiarati e i beni posseduti. Sono state dimostrate le sue attività delittuose connesse al suo rapporto con famiglie mafiose.

Due imprenditori “in odore“ di mafia a Verona

Alessandra Vaccari - Pizza connection nella nostra provincia? Nei giorni scorsi lo aveva annunciato, adesso le ha firmate. Salvatore Mulas, prefetto di Verona per tutelare il territorio veronese da tentativi di infiltrazione e per consentire alle aziende sane e produttive di proseguire nelle loro attività, sviluppando anche importanti potenzialità imprenditoriali, ha adottato altre due interdittive antimafia. Mulas ha firmato un’interdittiva nei confronti di Francesco Piserà, calabrese, 48 anni sul Garda da tempo, titolare di diverse attività operanti nel settore della ristorazione e del turismo, con esercizi pubblici presenti in più comuni; l’altra nel settore delle tabaccherie. Nel primo caso il titolare ha una decina tra bar e pizzerie, tra Verona e la Lombardia.

Nel secondo caso, l’interdittiva riguarda Maria Anna Vaccaro, siciliana, che gestiva una tabaccheria ai Navigatori, in via Vasco de Gama, 10. Un anno fa la donna, che ha 35 anni, ha chiesto il rinnovo della licenza, ma non era stato concesso. La tabaccheria da quasi un anno dunque risulta chiusa. In questo caso non sarebbe la commerciante in odore di mafia, ma i suoi familiari che abitano in provincia di Palermo.

La novità vera di queste interdittive sta proprio in questo cambio di tipologia. Le precedenti interdittive riguardavano tutte il settore dell’edilizia, in questo caso, la svolta. L’interdittiva prefettiva antimafia, è una misura a carattere preventivo, prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti di soggetti che hanno rapporti con la pubblica amministrazione. Si fonda sugli accertamenti compiuti dai differenti organi di polizia valutati dal prefetto competente territorialmente, adesso i titolari potranno a fare ricorso.

Dev’essere il Comune, in qualità di ente erogatore della licenza, a decidere, nel caso di una sospensione, piuttosto che di una revoca, cui i soggetti possono comunque fare ricorso al Tribunale amministrativo regionale. E in questo caso i comuni interessati gravitano sul lago di Garda, già in passato area di interesse per persone vicine alle organizzazioni criminali organizzate.

«Le interdittive nei confronti di questi aziende, di cui una ampiamente radicata, sono l'ulteriore conferma della presenza stabile di situazioni collegate alla malavita organizzata», spiega il deputato Pd Vincenzo D’Arienzo, «per fortuna l'attenzione del prefetto è costante ed è innegabile che da lì passa tutto il sistema di prevenzione, a tutela della nostra sicurezza e tranquillità». D’Arienzo aggiunge: Colpisce il fatto che vi siano altri settori economici intaccati dalla criminalità. Rendo merito agli inquirenti che sono riusciti ad ampliare il campo d'azione anche fuori dai comparti tipici dell'edilizia e della logistica. Ho il sospetto concreto che possano cominciare a monopolizzare i settori economici. Quando uno detiene tanti locali in una determinata zona, come il nostro Lago, il rischio che si crei un monopolio concorrente a tutti gli altri è un fatto reale. Hanno capacità e volontà di entrare nella gestione di tante attività, anche di proprietà pubblica».

Gratteri ai sindaci: «Non volete la mafia? Allora fatevi un esame di coscienza»

Marco Barbieri - Prima Pagina Reggio - «Cari sindaci, non volete mafiosi nei vostri Comuni? E allora cominciate a farvi a un esame di coscienza per capire quando siete stati distratti e disattenti. Il mafioso cerca consenso, vota e fa votare e quando in un territorio è presente una colonia di calabresi ben strutturata e con un bel bacino di voti, questi voti fanno gola a tutti». Il consiglio è di uno che se ne intende: il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, ieriospite dell’assemblea dei sindaci a cui ha dato ben più di una raccomandazione.

Gratteri qual è la prima regola che un sindaco deve seguire per contrastare le mafie?

Bisogna avere la forza di capire che quei voti non servono. Non si deve cedere alla paura delle ultime 24 ore, quando si teme di non essere eletti. Fare patti col diavolo sarebbe l’inizio della fine, perchè un mafioso non ci se lo si toglie mai di dosso. E una volta eletti?

Una volta eletti, senza essere caduti in tentazione si deve subito dire “no” su ogni richiesta sospetta. Mai dire “vediamo, ne parlo col tecnico…”, perché un mafioso di fronte a questo tentennare capisce di avere di fronte un interlocutore col quale si può iniziare a discutere. In questo modo i sindaci inizieranno a sentirsi avviluppati dai suoi modi gentili che poi si trasformeranno in intimidazione.

Ci sono anche piccoli comportamenti da tenere per allontanare il mafioso? Certo. Le mafie vivono di gesti e di comportamenti: allora anche il farsi vedere alla mattina prendere il caffè col maresciallo della stazione è un segnale importante, perchè il mafioso capisce da che parte si sta.

Procuratore cosa pensa del fatto che il processo Aemilia potrebbe non essere svolto a Reggio ma, a quanto pare, addirittura a Firenze? Non è possibile una cosa del genere. Il codice prevede che sia fatto qui. Il giudice naturale per questo processo è il tribunale di Reggio. Inoltre in questo modo si darebbe un messaggio importante alla comunità. Trovo inconcepibile che in una regione di grandi tradizioni democratiche e di libertà, in una terra così ricca come Reggio, non si riesca a fare un procedimento perché non si può allestire un’aula…

Invece pare proprio sia così… Non sarebbe un buon segnale. Credo si potrebbe riutilizzare parti della tecnologia comprata per l’udienza preliminare a Bologna cercando adattarla alla nuova collocazione reggiana, che potrebbe essere il palazzo di giustizia di Reggio o un’area allestita appositamente nel cortile.

In Aemilia sono alla sbarra 236 imputati. Tra loro però non c’è praticamente nessun amministratore e soltanto un politico di opposizione. Non le sembra un po’ anomalo in un processo che in pratica descrive il radicamento di un’organizzazione criminale all’interno di un territorio come il nostro? Quando si fa un’indagine penale capita che certi fenomeni non si riescano a dimostrare. Questo non significa che non esistano.

Quindi dobbiamo aspettarci altri capitoli d’indagine?

Certo. Le inchieste non sono finite qui. Non è che nel momento in cui si fa un’indagine si azzera completamente un fenomeno. I processi tendono a far abbassare il livello di penetrazione della ‘ndrangheta, però è ovvio che si tratta di fenomeni che si rigenerano se non si tiene alta la guardia dal punto giudiziario e da quello del controllo del territorio. Come è possibile che ci siano imputati che hanno accumulato ricchezze, mobili e immobili, per centinaia di milioni di euro, che ora sono state sequestrate, e che fino a ieri nessun amministratore pubblico si sia accorto di nulla? Ci sono varie concause: sia va dalla non conoscenza della realtà alla disattenzione. La responsabilità in concorso è di tutti gli addetti ai lavori, nessuno escluso. In provincia di Reggio c’è stato un sindaco, quello di Brescello, che ha detto, riferendosi all’impresa del boss Francesco Grande Aracri “Sono contento che si sia rimesso in attività dopo un periodo di crisi. qui a Brescello dà lavoro molti”. Quanto l’offrire occupazione permette alla ‘ndrangheta di radicarsi nel territorio ed essere accettata in una comunità? Bè prima di tutto le imprese mafiose non creano occupazione. Chi lavora in queste aziende è sottopagato. Si tratta di aziende che non rispettano alcuna regola del mercato e che esistono perché dietro hanno l’indotto del traffico di cocaina. Sono imprese che drogano il mercato. Il problema delle mafie non è arricchirsi, ma giustificare la loro ricchezza.

Con le sue interdittive l’ex prefetto Antonella De Miro ha contribuito a far aprire gli occhi a chi credeva che la nostra terra avesse gli anticorpi contro la ‘ndrangheta. Questo strumento a disposizione dei prefetti è efficace nella lotta alla criminalità organizzata? Certo, sono strumenti fondamentali perché prevengono quello che poi potrebbe diventare irreparabile.

Quali sono le altre mafie, oltre alla ‘ndrangheta, che agiscono in Emilia Romagna? C’è la Camorra che è presente nel campo del movimento terra e trasporto di inerti. Quella però che più si è radicata nei vostri comuni è la ‘ndrangheta.

Perché la ‘ndrangheta ha trovato terreno fertile proprio in Emilia Romagna? C’è stato un abbraccio tra l’imprenditoria locale e la ‘ndrangheta. In pratica qualcuno ha bussato e altri hanno aperto. Parecchi imprenditori, soprattutto in momenti di crisi come quelli che stiamo attraversando, si sono rivolti alla mafia per avere denaro credendo di salvare le loro imprese. Ma in quel modo non salvano proprio nulla, anzi, la loro vita diventerà un inferno. Cedere quote di minoranza di un’impresa alla ‘ndrangehta significa finire di vivere, perdere sia la società, che la famiglia, che la dignità. Per un imprenditore di fronte al bivio è sicuramente meglio fallire e poi tentare di ricominciare da zero.

Quanto ha inciso la modalità di assegnazione degli appalti al massimo ribasso nell’aprire le porte alla ‘ndrangheta? Quello è stato uno dei più grandi errori che il legistatore abbia fatto. Gli appalti al massimo ribasso non hanno fatto altro che favorire le mafie. Si sono costruite opere pubbliche con acqua e terra in totale difformità con le norme antisismiche. Non a caso poi le opere pubbliche realizzate negli anni scorsi crollano come cartoni al vento.

Quale provvedimento dovrebbe prendere il Governo per aiutare i magistrati che combattono le mafie? Ho scritto una riforma sul punto. le posso dire che ho presieduto una commissione e ho modificato oltre 150 articoli. Ci siamo dati come regola di fare correttivi che non rendessero conveniente delinquere, di abbattere i tempi del processo con l’informatizzazione e non abbassare il livello di garanzia dell’indagato perché non vogliamo creare vittimismo da parte di chi finisce sotto indagine.

 

Abbate: la mafia è tra noi, silente. L’autore del libro che ha svelato i mali di Roma protagonista ieri a Udine

Il Messaggero Veneto - Fabiana Dallavalle

UDINE. Tre autori per fare il tutto esaurito. Abbate, Bignardi e Cerno non deludono il pubblico della prima edizione di LibINsieme, ieri in Fiera a Udine. Ad aprire il pomeriggio il giornalista che con la sua inchiesta ha scoperchiato il baratro di Mafia Capitale. «Questa è gente brutta che fa male, a Roma lo sanno, lo sanno anche nelle redazioni dei giornali che questa gente non si deve neanche sfiorare. Perché si deve mettere nei guai?» Già la prima pagina di "I re di Roma" (Chiarelettere) di Lirio Abbate e Marco Lillo, non dà scampo a equivoci. La risposta «perché è il mio lavoro», nemmeno.

L’ autore di scottanti inchieste giornalistiche sulle mafie e la criminalità, incalzato dalle domande del giornalista del Messaggero Veneto, Domenico Pecile, ha spiegato le trame dell'inchiesta iniziata due anni fa e condotta in prima persona, arrivata poi all’attenzione dell'opinione pubblica con la copertina dell'Espresso ( con i quattro volti dei presunti sovrani della città capitolina: Carminati, Senese, Fasciani, Casamonica ) e passata all’attenzione della magistratura. Il racconto di Abbate e la sua lucida riflessione su Roma sono quanto di piú truce si possa immaginare. Perché caduto il velo dell'ipocrisia, crollati tutti gli alibi, nessuno può piú far finta di nulla, voltarsi dall'altra parte, dire che non sapeva, sindaci compresi: «Se dici che non sai, vuol dire che sei disattento e allora devi essere rimosso. Il lavoro di un amministratore è sapere». E ancora: «La mafia dei film non c’è piú, Non si spara e cosí si fanno piú affari. La mafia ha bisogno di pace sociale. Destra e sinistra sono uguali. Il colore dei soldi è verde».

La terra di mezzo, come sarà lo stesso Carminati a definirla, è un limbo dove si mettono in comunicazione "i morti e i vivi", spostando l’asse fra i due regni grazie a un sistema rodatissimo di connivenze capaci di muovere enormi quantità di denaro, orientare la concessione di appalti, infiltrarsi in qualsiasi settore pubblico e mantenere saldo il controllo su questo territorio sconfinato grazie all'intimidazione e al ricatto, ove non sia sufficiente ungere ruote.

Una saga per nulla fantasy con nomi e cognomi. «Abbiamo perduto completamente la percezione che la mafia sia intorno a noi: quando la mafia non uccide, nessuno piú se ne ricorda. E oggi la mafia uccide solo se è costretta. Persino al funerale dei Casamonica c'è voluta la musica del Padrino per farci capire, attraverso un grande show, che si trattava di una famiglia mafiosa. Eppure nessuno l'aveva mai “attenzionata”, nemmeno dopo il caso Carminati». Una possibilità per salvarsi e prevenire? chiede Pecile. «L'arma migliore è la cultura del rispetto della legalità e una buona informazione. Allo stesso modo – aggiunge Abbate – anche territori come i vostri possono essere infiltrati silenziosamente. A Palermo, in due anni, ci sono stati “solo” due omicidi. Questo non significa che la mafia sia sparita. Anzi! Gli apparati investigativi dovrebbero guardare non solo all'evasione fiscale, ma soprattutto agli investimenti che arrivano, agli acquirenti che si presentano con soldi cash e denaro facile, pronti a rilevare aziende, strutture turistiche ... Certo, chi è in crisi non si pone la questione, di questi tempi». «La svolta – chiude infine Abbate –, deve arrivare da tutti noi. Siete la regione dove si legge di piú. Continuate a farlo. Esportate questa abitudine. I libri servono per sconfessare la mafia, sputtanarla e evitare che si riproduca».

 

Mafia, nuovo colpo al clan del boss Messina Denaro: 4 arresti

Evangelisti Maggiorino 

In particolare, le indagini del Ros e dei carabinieridi Trapani hanno ricondotto agli interessi dellafamiglia mafiosa di Castelvetrano l'assalto del novembre del 2013 a Campobello di Mazara ai danni della Tnt, una società di trasporti. Quattro esponenti di Cosa Nostra sono stati arrestati con l'accusa di rapina e ricettazione, reati aggravati dalle finalità mafiose, un'operazione - compiuta dai carabinieri del Ros e dal comando provinciale di Trapani - finalizzata alla cattura del boss Matteo Messina Denaro, quinto latitante più ricercato al mondo. I particolari dell'operazione nel corso di una conferenza stampa fissata alle 11, al comando provinciale di Trapani. In carcere il 19 novembre del 2014 erano finite 14 persone, tra cui Girolamo Bellone, 37 anni, nipote acquisito del superlatitante trapanese. Un colpo che, secondo gli investigatori documenta "un accordo tra le principali articolazioni di cosa nostra per la gestione di progetti delittuosi comuni". Il provvedimento ha raggiunto due soggetti che facevano parte del gruppo dei rapinatori ovvero Michele Musso e Domenico Amari e Alessandro Rizzo che era incaricato di vendere la merce rubata. In questo scenario si inserisce la testimonianza del collaboratore di giustizia Benito Morsicato: "Dalle sue dichiarazioni si capisce che la rapina doveva essere fatta un mese prima - conclude Merola - ma Bellomo fece sapere che in quella zona poteva trovarsi il latitante e proprio per questo fu rimandata". Che altri non è che Messina Denaro.

 

Mafia: intercettazioni, "Messina Denaro pensa a se'... si ritira"

(AGI) - Palermo - "Sono tutti porci, ma anche questo Messina Denaro, che fa? Niente. Fa solo i suoi interessi. E non deve esserci rumore... Questo Messina Denaro, fra qualche giorno, a meno che non l'abbia gia' fatto, secondo me si ritira". E' lo sfogo di due persone ritenute vicine a Matteo Messina Denaro, intercettate nell'ambito delle indagini di Polizia di Stato e Arma dei carabinieri finalizzate alla cattura del latitante e che hanno permesso di risolvere un omicidio del 2009, con il fermo di due persone. Un delitto commesso per punire lo sgarbo di un ladro contro gli interessi della cosca del capomafia. Parole captate che manifestano, commentano gli investigatori coordinati dalla Dda di Palermo, la crescente insofferenza verso l'immobilismo del boss: "Poi se la fa... cioe' arrestato i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello?... Svita tutti, dice se avete i.. Uscite fuori.. senno' vi faccio saltare". Insomma, "non c'e' piu' niente. Io sono del parere che questo Messina Denaro, fra qualche giorno, a meno che non l'abbia gia' fatto... Si ritira". "E gli altri vanno a fare cose a nome suo, quando oramai lui non c'e' piu' qua e chissa' dove se n'e' andato. Andatevi a rompere.. tutti! Perche' non c'e' nessun accenno, un movimento, niente, cioe' dallo tu un movimento". "Ma che tattica e' questa?. Dico un accenno che sei presente. O no? Niente...". (AGI) .

 

Il Fatto Quotidiano Mafia, rifiuti, prescrizione: la cura Gratteri per la giustizia

ANTONELLA MASCALI - Il nuovo reato di voto di scambio non va bene, come quello vecchio. La prescrizione va cambiata perché, come è noto a tutti, manda al macero migliaia di processi. Mafiosi e trafficanti di rifiuti devono avere pene più severe. C`è questo e molto altro nella relazione conclusiva della commissione istituita dal governo per l`elaborazione di proposte contro la criminalità, presieduta da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria. Farà ancora molto discutere la scelta, anticipata nei mesi scorsi tra le polemiche di chi difende il diritto all`informazione, di punire con il carcere chi pubblica intercettazioni con carattere “diffamatorio” o che non siano attinenti al processo penale. Previste anche delle multe.

Istituita con decreto del consiglio dei ministri il 30 maggio 2014,1a commissione aveva anche il compito di proporre norme che consentano di fronteggiare “l`utilizzo di strumenti finanziari e tecnologici innovativi da parte della criminalità, anche in ambito internazionale”; perseguano “l`obiettivo di trasformare i beni sottratti alla mafia in opportunità di sviluppo per le zone maggiormente incise” tramite “strumenti idonei a contrastare in modo efficace l`infiltrazione criminale nell`economia legale”. In estrema sintesi ecco le misure più significative che la commissione propone per far funzionare la giustizia malandata e in particolare per colpire con più efficacia, alla luce delle trasformazioni socio-economiche-criminali, le associazioni delinquenziali.

Punito il voto di scambio anche con un solo mafioso

Si allargano le maglie del reato di voto di scambio politico mafioso e si inasprisce la pena: da 4 a 10 anni si passa a una pena “non inferiore ai 10 anni”. La commissione osserva che “la risposta punitiva dello Stato è necessaria non solo nel caso in cui l`accordo riguardi l`impegno del gruppo malavitoso a procurare voti con le modalità” del metodo mafioso, come è previsto dalla legge del 2014, “ma anche nel caso in cui l`accordo avvenga con un (singolo, ndr) appartenente ad un`associazione di stampo mafioso. Nel primo caso – spiega la commissione – il disvalore s`incentra sul fatto che l`accordo riguarda l`impiego del metodo mafioso per condizionare il voto dei cittadini. Nel secondo caso, il disvalore s`incentra sulla riconosciuta caratura criminale del soggetto” con il quale il politico stipula l`accordo.

Pene più severe per i reati ambientali

Nell`ambito del reato di associazione a delinquere, articolo 416, se è finalizzato al traffico dei rifiuti, la commissione chiede pene più severe: da cinque a quindici anni per i promotori e da quattro a nove anni per gli aderenti.

Alt alla prescrizione dopo il primo grado

Dopo la sentenza di primo grado la prescrizione cesserà il suo decorso, il reato non potrà più estinguersi. Si prevede per l`imputato condannato un “rimedio compensativo non pecuniario” in caso di “irragionevole durata” del processo. Cioè avrà diritto a uno sconto di pena che stabilirà un giudice.

Accelerare i processi: solo copie digitali

Il rilascio delle copie degli atti agli avvocati delle parti avverrà solo per via informatica, ad accezione dei casi in cui ciò non sia effettivamente possibile, alleggerendo così il carico di lavoro per il personale amministrativo, decisamente carente, e la polizia giudiziaria.

Se manca un giudice non si ricomincia

Regime dell`assunzione della prova: attualmente, nel caso in cui un giudice del dibattimento (monocratico o collegiale) venga trasferito o non possa più partecipare al processo per altri motivi, è necessario rinnovare le testimonianze e tutte le altre prove assunte nel dibattimento, a meno che i difensori degli imputati non consentano all`utilizzo degli atti compiuti. La commissione propone l`utilizzabilità delle cosiddette prove dichiarative, salvo eccezioni dettate da “esigenze difensive e di accertamento”.

“Cimici” ambientali più facili per i pm

Per disporre intercettazioni ambientali in luoghi privati il pm non dovrà più sostenere che si stia commettendo un crimine. Saranno sufficienti necessità di indagine. Le intercettazioni dovranno adeguarsi alle nuove tecnologie. Il contrappeso è l`ampliamento delle garanzie difensive.

 “Chiunque, fuori dei casi consentiti, pubblica o diffonde in qualsiasi modo il testo d`intercettazioni di conversazioni telefoniche o altre forme di comunicazione, ovvero di corrispondenza acquisita agli atti di un procedimento penale, il cui contenuto abbia portata diffamatoria e che risulti manifestamente irrilevante a fini di prova, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 2.000 ad euro 10.000″.

Confisca dei beni e agenti coperti Si propone la confisca dei beni anche per i condannati per autoriciclaggio. La commissione inoltre vuole agenti “sotto copertura” perle indagini contro i fatti di corruzione.

 

Antimafia2000 - Rino Giacalone

Intercettati, si sfogano: “Ci fa arrestare tutti e pensa solo ai fatti suoi”
Durante le indagini per un omicidio di mafia commesso nel 2009, gli inquirenti si sono trovati ad ascoltare scottanti conversazioni fra pezzi da novanta che contestavano pesantemente il boss dei boss, Matteo Messina Danaro, latitante dal 1993, picciotto cresciuto alla scuola di Totò Riina, accusato senza mezzi termini di non fare abbastanza per proteggere i membri della Famiglia, quando finiscono in disgrazia o vengono arrestati. Dentro Cosa Nostra, è una situazione rarissima. Non capita quasi mai che qualcuno si permetta di contestare apertamente il ruolo e i comportamenti del Capo.

Che cosa può succedere dentro Cosa Nostra, se c’è chi si permette di criticare il Capo? Stanno forse cambiando le gerarchie? Si chiamano Giuseppe Tilotta e Giuseppe Bongiorno i due boss beccati a sparlare di Matteo Messina Danaro e di come vanno le cose nella Grande Famiglia mafiosa. Tilotta, soprattutto, non è uno da poco, essendo un boss che partecipa anche ai summit della Cupola. Bongiorno, invece, è un uomo suo, in pratica un tirapiedi, che ascolta senza mai contraddire le sfuriate del suo capo. Anche Tilotta svela inconsapevolmente, durante qualche telefonata, i moventi e i killer dell’omicidio del 2009, sul quale carabinieri e polizia stanno indagando. Ma soprattutto se la prende con Matteo Messina Danaro. Si lamenta che adesso l’organizzazione ti fa lavorare sulla rumenta e poi ti lascia da solo. Un tempo non era così, dice. «Ti fanno fare lo sciacquino, tutte cose senza mangiare né bere, poi ti arrestano... te la mettono in c... loro si fanno i cazzi loro e tu l’hai presa solo in c...? Ma per che cosa?».
«Non conviene parlare con nessuno se no ti ritrovi in galera e nessuno si occupa di te». Tilotta s’è portato avanti. Tutta colpa di Matteo Messina Danaro: «Ma anche questo... che minchia fa? Un cazzo! Si fa solo la minchia sua... e scrusciu nun ci deve essere!». Sono le proteste di chi vuole si ritorni alla mafia vecchia maniera: «Arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello! Minchia, svita a tutti... inc... inc... uscite tutti fuori sennò vi faccio saltare!».
Ma il boss resta uccel di bosco, nessuno sa dove si trovi, e la leggenda popolare racconta che si nasconda portandosi dietro il figlio segreto, Francesco. Nella sua cosca, però, proprio non si fidano. «Io sono del parere che questo qualche giorno, a meno che non l’abbia già fatto, prende e si ritira. E sa dove minchia se n’è andato».

Mafia capitale, M5s: “Indagare sulle associazioni antimafia di Ostia”

Il nuovo corriere di Roma e del Lazio

A due giorni dalla visita della Commissione parlamentare Antimafia ad Ostia, l’unico Municipio di Roma sciolto per le infiltrazioni della criminalità organizzata, M5S ha chiesto «un’indagine approfondita su tutte le associazioni antimafia attive nel X Municipio – dicono fonti parlamentari del Movimento -, che si concilia con la volontà di far luce su ogni attore che opera sul territorio ostiense, visto l’alto grado di permeabilità criminale del territorio». Nella relazione su Ostia, firmata dai consiglieri M5S in Campidoglio – poi decaduti per la fine dell’amministrazione Marino – si fa riferimento «all’Associazione daSUD», al «Comitato Civico 2013», a «I cittadini contro le mafie e la corruzione», a Luna Nuova e a Libera di don Luigi Ciotti. La polemica tra associazioni antimafia a Ostia – un territorio di 300 mila abitanti in cui operano Camorra, Cosa Nostra e clan nomade Spada – e tra Pd e M5S è infuriata soprattutto negli ultimi mesi, specie dopo le dimissioni e il successivo arresto nell’inchiesta Mafia Capitale del presidente Pd del X Municipio Andrea Tassone. Il senatore dem Stefano Esposito, commissario del partito a Ostia e assessore ai Trasporti nell’ultima fase della Giunta Marino, ha più volte accusato i 5 Stelle di essere ambigui con personaggi criminali o chiacchierati di Ostia. «Alla Commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi del Pd »chiediamo di svolgere le opportune verifiche di indagine al fine di valutare in modo certo e inequivocabile la natura politica e legale di ognuna delle suddette associazioni – si legge nella relazione M5S -, ricorrendo ai poteri che l’ordinamento giuridico. «Il fenomeno dell’associazionismo – scrivono ancora i grillini – dev’essere considerato con molta attenzione in quanto, se da una parte può sicuramente rappresentare uno strumento fondamentale di azione civile per il contrasto e la lotta alla mafia, dall’altra si può rivelare uno strumento per la gestione di imponenti interessi economici dietro apparenti attività non lucrative, sociali o culturali che, come dimostrano le indagini riguardanti Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, possono essere spesso un facile strumento operativo in mano a gruppi criminali». «Dopo l’arresto dell’ex presidente di Ostia Andrea Tassone (PD) esistono attualmente, per la prima volta, tutte le condizioni per una rivoluzione innanzitutto culturale nel X Municipio – ancora dalla relazione -, che potrebbe raggiungere il fine di isolare i clan criminali e mafiosi, infondere coraggio ai commercianti onesti che si ribellano alle estorsioni del racket e rafforzare l’azione sociale di contrasto all’illegalità da parte della rete di associazioni del territorio». «Ad Ostia – scrivono i 5 Stelle – la mafia è un cancro da estirpare ed è possibile farlo». Inoltre nel testo si chiede che la Commissione Antimafia «sviluppi un’indagine approfondita e accurata sul grado di permeabilità criminale che interessi o possa interessare» sia «il Partito Democratico capitolino e nazionale», sia «Forza Italia» ed in particolare l’ex giunta Vizzani del X Municipio.

 

Franco La Torre: "Don Ciotti irrispettoso e autoritario. L'antimafia di Libera ha fallito alcuni obiettivi"

Huffington Post "Sono stato cacciato nemmeno con una telefonata ma con un sms di don Luigi Ciotti. Perbacco, ho 60 anni e penso di meritare rispetto e buona educazione".

La voce di Franco La Torre è pacata, il fraseggio elegante e misurato. Eppure non si capacita della rottura clamorosa con il fondatore di Libera, che l'ha allontanato dall'associazione e persino dalla cura del premio dedicato al padre Pio La Torre, il politico Pci ucciso nel 1982 a Palermo dalla mafia.

Una vicenda che scuote il mondo dell'antimafia perché Franco La Torre è uno dei nomi più altisonanti nella battaglia alla criminalità organizzata: "Don Ciotti è un personaggio paternalistico, a tratti autoritario, questa cacciata ha il sapore della rabbia di un padre contro il figlio ma io un padre ce l'ho e me lo tengo stretto", dice al telefono con l'HuffPost. Tutto è cominciato con un intervento all'assemblea generale di Libera il 7 novembre ad Assisi. Dal palco, apertamente, La Torre aveva sollevato questioni imbarazzanti come la mancata comprensione di Mafia Capitale o le problematiche di Palermo, dove in pochi mesi un simbolo dell'antimafia come il presidente di Confindustria Sicilia è finito sotto inchiesta per rapporti con Cosa Nostra mentre la giudice Silvana Saguto è indagata per la gestione dei beni confiscati ed è stata intercettata mentre sproloquia contro la famiglia Borsellino. E Libera non si era accorta di nulla, o almeno questa è la lettura di La Torre.

Dopo qualche giorno un secco messaggio di don Ciotti: "Si è rotto il rapporto di fiducia". Poi il nulla. La Torre è categorico: "Una modalità impropria e irrispettosa: di quale fiducia parliamo se si può neutralizzare con un messaggio di 140 caratteri?"

Cacciato da Libera. Ha capito il motivo?
Provo un grande dolore per questa vicenda. Poiché non sono ancora riuscito a parlare direttamente con don Luigi, posso supporre che la ragione del mio brusco allontanamento sia dovuta proprio alle mie parole all'assemblea di Libera. Ma ho 60 anni e pretendo un minimo di educazione. Se don Luigi non la pensa come me, allora dobbiamo confrontarci, anche litigando se necessario, ma il confronto diretto è fondamentale per la democrazia. E invece nonostante i miei numerosi tentativi per il momento ho saputo che don Ciotti non desidera parlare con me, o forse lo farà prossimamente. Chissà.

Perché ha mosso critiche a Libera? Cosa non va nell'associazione?
Libera è cresciuta in maniera straordinaria grazie a don Luigi e alle migliaia di attivisti che lavorano volontariamente a livello locale. Ma anche la mafia è cambiata negli ultimi anni. Le classi dominanti che noi chiamiamo mafia hanno assunto caratteristiche differenti e basti guardare all'inchiesta Mafia Capitale. Ecco, all'interno di Libera eravamo molto concentrati su Ostia, dove avevamo fatto un ottimo lavoro, ma abbiamo perso la visuale d'insieme che invece è stata compresa perfettamente dal procuratore Pignatone. Purtroppo avevamo sottovalutato il fenomeno così come abbiamo sottovalutato i casi della giudice Saguto a Palermo. Da quel palco ad Assisi ho detto che dovevamo alzare l'asticella.

Libera non è più all'altezza del suo compito?
L'associazione ha dei meriti enormi, a partire dalla lotta per i beni confiscati. Ma qualcosa non va nella catena di montaggio. La mia non è una critica alla persona di don Ciotti bensì al metodo democratico. Don Luigi proprio a causa di queste inefficienze è costretto a occuparsi in prima persona di assemblee provinciali e regionali e troppi in Libera sono ancora convinti che "tanto c'è don Luigi". Ma fino a quando porterà la croce? Non è più un club, è una associazione nazionale dove tutti devono prendersi le proprie responsabilità.

Si è dimesso anche dal premio intitolato a suo padre, Pio La Torre. Lo lascerà in mano a Libera?
Il premio Pio La Torre è libero e indipendente ma per comprendere cosa succederà dovrebbe chiederlo ai referenti di Libera.

Se don Ciotti dovesse tornare sulla propria decisione?
Ho raccontato la mia verità e probabilmente devo fare anch'io autocritica. Sulla vicenda della mafia ad Ostia non sono stato presente e avrei dovuto dare una mano. Io mi auguro di parlare presto con don Luigi, queste sono le mie idee e se non siamo d'accordo possiamo anche dividerci ma non capisco perché la discordanza di vedute debba portare a un litigio che ricorda le rabbie famigliari e non certo un'associazione matura come dovrebbe essere questa. Credo che l'antimafia debba compiere un salto ulteriore per continuare a svolgere il suo compito importante. E' una grande opportunità, spero che a Libera sappiano coglierla.

 

‘Ndrangheta al Nord: dal Senato al Consiglio di Stato, la rete del costruttore accusato di mafia

Il Fatto Quotidiano di Andrea Tornago 

Chiusa dalla Dda di Brescia l'inchiesta "Pesci", incentrata sull'imprenditore mantovano di origine crotonese Antonio Muto. Contestata aggravante mafiosa agli ex parlamentari Grillo e Bonferroni (P2) e l'ex presidente del massimo organo di giustizia amministrativa De Lise. Avrebbero premuto per far passare speculazione da 200 ville di fronte alla reggia dei Gonzaga. Pm: "Predominio nelle istituzioni"

Duecento ville e un albergo sulla riva del Lago Inferiore di Mantova, di fronte alla reggia dei Gonzaga. Una colata di cemento voluta da un imprenditore calabrese, approvata nel 2005 dal Comune di Mantova e da dieci anni oggetto di una controversia giudiziaria. Per difendere gli interessi del costruttore Antonio Muto, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, si muovono faccendieri, intermediari, sindaci e parlamentari. Un gruppo potente, in cui spiccano gli ex senatori Luigi Grillo (a destra nella foto) e Franco Bonferroni, capace di arrivare ai piani più alti delle istituzioni. Fino al presidente emerito del Consiglio di Stato, Pasquale De Lise.

È quanto emerge alla conclusione dell’inchiesta “Pesci” della Direzione distrettuale antimafia di Brescia sulla ‘ndrangheta in Lombardia, che nel febbraio scorso ha travolto Mantova (e l’allora sindaco del Pdl Nicola Sodano indagato per corruzione e peculato) rivelando il radicamento nel tessuto economico del clan Grande Aracri di Cutro e i collegamenti politici vantati dagli imprenditori amici. I pm Claudia Moregola e Paolo Savio hanno notificato gli avvisi di conclusione indagini a 27 indagati, 12 dei quali accusati di associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetistico, mentre ai politici Sodano, Grillo (che un anno faha patteggiato due anni e otto mesi nell’inchiesta per corruzione su Expo) e Bonferroni, al magistrato De Lise e agli intermediari Fanini e Zobbi è stata contestata l’aggravante mafiosa dell’art. 7 della legge 203 del ’91.

I contatti con banche e politica. “Non si muove foglia che Muto non voglia”. Così nel mantovano si era soliti parlare del costruttore Antonio Muto, calabrese di Cutro, arrivato a Mantova nel ’90 come muratore e’ diventato in pochi anni il più importante imprenditore edile della provincia. Un uomo che poteva vantare relazioni privilegiate di altissimo livello con il mondo bancario (tra cui i vertici di Mps) e con la politica. Quando il progetto edificatorio di Muto sulle rive del Lago Inferiore – la “lottizzazione Lagocastello” approvata nel 2005 come ultimo atto della giunta del sindaco dei Ds Gianfranco Burchiellaro – viene fermato dalla giustizia amministrativa, in suo aiuto arrivano importanti esponenti della politica. Per assicurargli un verdetto favorevole al Consiglio di Stato – secondo i pm – sarebbero scesi in campo l’allora sindaco di Mantova del Pdl, Nicola Sodano, l’ex senatore del Pdl Luigi Grillo (allora presidente della Commissione lavori pubblici e comunicazioni del Senato), l’ex senatore Dc Franco Bonferroni (già consigliere di amministrazione di Finmeccanica e membro della loggia P2) accusati a vario titolo dalla Dda di Brescia di corruzione, anche in atti giudiziari, e utilizzazione di segreti d’ufficio, insieme agli intermediari Attilio Fanini, Tarcisio Costante Zobbi e al presidente emerito del Consiglio di Stato Pasquale De Lise. Con l’aggravante di aver favorito un’associazione mafiosa.

La sentenza del Consiglio di Stato. Proprio al Consiglio di Stato nei primi mesi del 2012 si gioca una delle partite chiave per il costruttore calabrese. La lottizzazione di Lagocastello, fermata da una tenace sindaco dei Ds, Fiorenza Brioni, è in attesa di una sentenza decisiva di secondo grado. Comincia a muoversi un intermediario instancabile, il commercialista veronese Attilio Fanini. È lui a portare la questione al senatore Luigi Grillo, che avrebbe poi attivato un canale con l’allora presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, l’alto magistrato che poco prima di andare in pensione aveva formato quel collegio giudicante. Il senatore Grillo, in cambio – secondo l’accusa – avrebbe sostenuto De Lise nella corsa alla nascente Authority dei Trasporti(l’audizione della Commissione lavori pubblici per il parere parlamentare sui designati all’authority sarebbe stata officiata proprio da Grillo in qualità di presidente). Ma la sentenza del Consiglio di Stato, depositata il 3 luglio 2012, darà ugualmente torto all’imprenditore Muto, mettendo una pietra tombale sui lavori. “Ma com’è possibile, cazzo! Ma se gli ho parlato ieri sera! – sbotta Fanini appena appresa la notizia, intercettato dai carabinieri – Non riesco a capire, perché insieme ai tuoi avvocati ho avuto le più ampie rassicurazioni che ce n’era solo uno contro e gli altri due erano d’accordo”.

L’incontro con il sottosegretario Cecchi. Dopo la sentenza sfavorevole riparte la macchina delle trattative riservate. Fanini, il senatore Grillo, il sindaco Sodano e l’ex senatore Bonferroni – ricostruiscono gli investigatori – si adoperano per far autorizzare agli enti un nuovo progetto edificatorio ridotto. Per aiutare Muto gli indagati sarebbero arrivati a pensare addirittura a una riperimetrazione dei confini del Parco del Mincio, i cui disegni tecnici sarebbero stati “predisposti presso lo studio professionale” del sindaco Sodano. Il commercialista Fanini, ascoltato dagli investigatori mentre parla al telefono con Muto, annota il nome di un dirigente della Soprintendenza che negli anni si è opposto alla lottizzazione: “professor Rompicoglioni”. E l’opera di tessitura arriva fino all’allora sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali, Roberto Cecchi (non indagato), da cui si reca il sindaco Sodano in persona il 24 luglio 2012. Al centro delle indagini anche il progetto di incontro, poi mancato, al 23esimo Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini tra Sodano, Grillo, Fanini e due importanti esponenti della Regione Lombardia che non risultano indagati: l’allora assessore alle Infrastrutture Raffaele Cattaneo (ora presidente del Consiglio Regionale), e il segretario generale, già sottosegretario andreottiano ai servizi segreti, Nicolamaria Sanese.

Gli incendi e il clan Grande Aracri. L’intera indagine “Pesci”, collegata all’inchiesta Aemilia della dda di Bologna, prende avvio in seguito a un’escalation di incendi contro aziende edili, tra il dicembre 2010 e l’ottobre 2011, sulla cui matrice gli investigatori hanno voluto andare a fondo. Grazie alle denunce di alcuni imprenditori emerge così la presenza, tra le province di Mantova e Cremona, di un gruppo ‘ndranghetista “dotato di autonomia programmatica, operativa e decisionale” rispetto alle ‘ndrine calabresi, che pratica estorsioni, incendi, riciclaggio, falsa fatturazione e mira a conquistarsi gli appalti e “il predominio nell’ambito delle istituzioni”.

La data chiave è il 17 giugno 2011, giorno della liberazione del boss Nicolino Grande Aracri. Dalla sua villa hollywoodiana di Cutro, in Calabria, protetta da dispositivi anti-intercettazione, Grande Aracri riprende a coordinare le locali di ‘ndrangheta che operano al nord. I referenti, Francesco Lamanna per Cremona e Antonio Rocca per Mantova, controllano il territorio e i subappalti nei cantieri di Antonio Muto, accusato di concorso esterno per aver fornito un “contributo concreto, specifico, consapevole e volontario alla struttura criminale”. Fino a poco fa, chi lo accusava di rapporti con la ‘ndrangheta pagava un conto amaro. Lo ricorda Muto stesso, intercettato dai carabinieri sulla sua Audi A8, riferendosi al direttore di un giornale locale finito davanti al giudice, in seguito alla sua querela, per averlo accostato alla mafia: “Si è inginocchiato a terra…mi ha detto…guarda non rovinarmi…non rovinarmi (…)dopo l’ho ritirata e ha fatto gli articoli che volevo io”.

Il pg Dell’Osso: “Indagini in tutto il distretto”. Il procuratore generale di Brescia, Pier Luigi Maria Dell’Osso, che si è battuto per l’istituzione della Dia (Direzione investigativa antimafia) a Brescia arrivata nel gennaio scorso, spiega a ilfattoquotidiano.it come il distretto sia “pesantemente inquinato dalla criminalità organizzata soprattutto di stampo ‘ndranghetista, ma sotto il profilo del reinvestimento di capitali anche camorrista. Le indagini sono in corso di sviluppo – continua Dell’Osso – oltre che a Mantova eCremona, anche nelle altre province del distretto, finanziariamente ed economicamente di grande rilevanza”. Il distretto di Brescia, “che equivale a metà Lombardia ed è il quarto d’Italia – conclude Dell’Osso – ha nella macroarea di Brescia e Bergamo il primo polo bancario, finanziario e industriale del Paese e per questo già due anni fa ho espresso la convinzione che si dovessero mettere in campo tutte le risorse antimafia disponibili”.

 

Mafia, sequestro per 13 milioni a presunti fiancheggiatori Messina Denaro: “Società e carte credito per la latitanza del boss”

Il provvedimento è stato disposto dal gip di Palermo su richiesta della Procura distrettuale antimafia e coinvolge quattro persone già arrestate lo scorso agosto nell'ambito dell'operazione Ermes. Colpito anche il patrimonio del "colletto bianco" Domenico Scimonelli

Il Fatto Quotidiano - di Giuseppe Pipitone 

Era finito in manette nei primi giorni d’agosto e subito aveva allertato i familiari: dovevano vendere prima possibile tutto quello che possedeva, in modo da neutralizzare un possibile sequestro. Domenico Scimonelli, però, non ha raggiunto il suo obiettivo: e anche i suoi supermercati Despar sono stati sigillati nell’operazione che ha portato al sequestro di beni per 13 milioni di euro. Un patrimonio che per gli investigatori della procura di Palermo era nelle disponibilità di Matteo Messina Denaro, l’ultimo super latitante di Cosa nostra.

Era per finanziare la sua latitanza che Scimonelli creava continuamente nuove società, alle quali venivano intestate decine di carte di credito: l’ipotesi degli investigatori è che finissero poi nelle disponibilità della primula rossa di Cosa nostra. Ma non solo. Perché a differenza di Vito Gondola, Pietro Giambalvo e Michele Gucciardi – gli altri destinatari del provvedimento di sequestro e tutti finiti agli arresti ad agosto scorso– Scimonelli non era un vecchio padrino, un boss pastore della mafia arcaica che alternava i summit con la cura del proprio allevamento. Scimonelli, al contrario, era il prototipo del colletto bianco: viaggiava di continuo tra Roma, Milano e la Svizzera, gestiva gli affari dei suoi supermercati e della sua azienda vinicola, la Occhio di Sole, premiata anche al Vinitaly, incontrava persino funzionari del ministero dello sviluppo economico, per tentare di ottenere un finanziamento pubblico. Poi all’improvviso ricompariva in Sicilia, in qualche desolato appezzamento di terreno nella provincia di Trapani, dove incontrava gli anziani boss con i quali scambiava i pizzini con gli ordini di Messina Denaro.

Ed è per questo motivo che gli investigatori sospettano che quei biglietti ripiegati decine di volte arrivassero in Sicilia proprio tramite Scimonelli. Una pista che porta implicitamente a sostenere come Messina Denaro non si trovi più sull’Isola, ma da qualche parte nel nord Italia. Ipotesi ventilata anche da due uomini d’onore, intercettati durante i mesi estivi da polizia e carabinieri. “Io – dice uno dei boss – sono del parere che questo (ovvero Messina Denaro ndr) qualche giorno, a meno che non lo abbia già fatto, si ritira e gli altri vanno a fare cose a nome suo quando lui oramai non c’è più qua, sa dove minchia se ne è andato, non c’è nessun accenno, Dico, un accenno che sei presente. O no? Niente”. Gli inquirenti valutano molto seriamente lo sfogo dei due boss.

I pm guidati dal procuratore aggiunto Maria Teresa Principato stanno provando a risolvere anche un altro rebus: quello delle carte di credito utilizzate dal boss di Castelvetrano. In Svizzera, infatti, Scimonelli provava a creare nuove società, intestate a cittadini elvetici, che non fossero attive su nessun fronte ma che s’intestassero nuove carte di credito. Come dire che Messina Denaro si sposta e paga i suoi conti grazie ad una carta estera intestata a qualche ignoto imprenditore svizzero. L’operazione di oggi punta a stringere per l’ennesima volta il cerchio attorno all’uomo più ricercato d’Europa: appena due mesi fa erano stati sequestrati i beni della sorella di Messina Denaro, Patrizia, che prima di finire in manette, gestiva la famiglia mafiosa di Castelvetrano. Ad agosto era quindi stata la volta delle proprietà di Gaspare Como, cognato del boss latitante, che gestiva alcuni negozi di abbigliamento. Risale al dicembre 2014, invece, l’ultima maxi operazione a sette zeri: i sigilli erano scattati per lavori edili disseminati in mezza Sicilia, cantieri giganteschi che avrebbero dovuto partorire centri commerciali, persino villaggi turistici da costruire per la Valtur. Un patrimonio del valore di 20 milioni di euro, saldamente in mano al padrino di Castelvetrano, che ha ormai dimostrato di avere una predisposizione naturale per gli affari, sopratutto quelli puliti e insospettabili. Almeno fino al prossimo sequestro.

 

Riapre locale sottratto alla mafia: a Rescaldina si inaugura la Tela

Comincia sabato 5 dicembre la seconda vita dell’ex Re Nove di Rescaldina. Il locale sulla Strada Saronnese 31, sottratto alla ‘ndrangheta nel 2006 e ora di proprietà del Comune di Rescaldina, ha cambiato il nome in La Tela e sarà gestito da una cordata di associazioni guidata dalla Cooperativa sociale Arcadia.

La Tela, “osteria sociale del buon essere”, sarà, sulla base di “Tutto il gusto della legalità”, il progetto di finanziamento presentato dal Comune di Rescaldina alla Regione Lombardia, ristorante e centro di aggregazione e di promozione sociale, culturale e civile. Al taglio del nastro, in programma sabato 5 dicembre alle 18.00, sono stati invitati i rappresentanti delle istituzioni, dalla Regione alla Città metropolitana ai Comuni del territorio.

«Mi preme sottolineare il significato sovra comunale dell’iniziativa –spiega il sindaco di Rescaldina Michele Cattaneo–; vogliamo che questo bene riguadagnato alla collettività, in forza della sua storia e delle iniziative che vuole sviluppare, diventi un patrimonio di tutto il territorio. È un progetto nato nell’ottica della rete: il soggetto capofila è riuscito a raccogliere intorno a sé altre realtà con competenze specifiche. Il risultato è una proposta complessa e certamente ambiziosa che chiama in causa e stimola energie e intelligenze nella nostra comunità».

«La filosofia alla base della Tela è quella dell’inclusione –spiega Giovanni Arzuffi, coordinatore del progetto per la Cooperativa sociale Arcadia, soggetto capofila per la gestione del locale–; al di là dell’aspetto ristorazione, fondamentale per garantire la sostenibilità del progetto, vogliamo che sia il fattore aggregativo e culturale a fare la differenza, e per questo desideriamo raccogliere idee e contributi da più soggetti possibili. Per ricollegarci al nome scelto per il locale, vogliamo che ognuno collabori con i propri fili a “tessere la tela”. Del resto è sempre stata questa la logica con cui la cooperativa si è mossa nei suoi venticinque anni di attività sociale nei comuni di questo territorio».

Partner di Arcadia nel progetto sono: Cooperativa Dire Fare Giocare, IAL Legnano, ENAIP Busto Arsizio, l’Associazione la Libreria che non c’è, Rete GAS GASABILE, Slow Food Legnano e Team Down.

«L’apertura del locale segna la fine di un percorso di recupero per cui desidero ringraziare l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, l’associazione Libera, che ci ha aiutato nel concepire un possibile futuro per la struttura, e Avviso Pubblico, la rete degli enti locali per la formazione civile contro le mafie –conclude il sindaco Cattaneo–. Il bene torna adesso a nuova vita: alla società civile e alle sue espressioni migliori farlo fruttare nell’interesse collettivo».

Nel locale, inizialmente, lavoreranno tre persone professioniste in cucina, stagisti provenienti dagli enti di formazione IAL ed ENAIP, i ragazzi di Team down per servizi in sala e al banco. La Tela sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 12.00 alle 14.00 e dalle 19.00 a mezzanotte. Il locale avrà anche un’area attrezzata per i bambini. Per l’inaugurazione di sabato 5 dicembre alle 19.00 si aprirà la mostra “Per un nuovo mutualismo”, alle 20.30 il concerto di Cantosociale “Padri e padrini, storie di mafia di ieri e di oggi” Fra gli appuntamenti in calendario nelle prime settimane di apertura due presentazioni di libri: sabato 12 dicembre alle 11.30 “L’incanto delle sirene” di Gianni Biondillo; martedì 15 dicembre alle 21.00 “La letterina di Natale” a cura di Marinella Calcaterra.

 

La mafia parla dialetto veneto

La vita del Popolo

Un sequestro avvenuto nei giorni scorsi nell’area di San Zenone conferma quello che emergeva già da indagini approfondite: i tentacoli della piovra sono da tempo arrivati nel nostro territorio. E qui riciclaggio di denaro e traffici illeciti hanno trovato terreno fertile.

Pecunia non olet, il denaro non puzza, dicevano gli antichi. Il denaro non ha provenienza, né conserva traccia di come è stato guadagnato. Il denaro è denaro e basta. Difficile condividere queste affermazioni; eppure il denaro, frutto di attività illecite, se ne va in giro senza tanti problemi. Così si scopre, quando la Dia di Catania procede al sequestro di circa 7 milioni di euro nell’area tra San Zenone degli Ezzelini e Castelfranco Veneto, che il Veneto e la provincia di Treviso sono permeati di denaro “sporco”, frutto di violenza e illeciti guadagni.
Stavolta il denaro era riconducibile a Giuseppe Faro, 58 anni, imprenditore operante nei settori edile e movimento terra ritenuto vicino al clan La Rocca, affiliato alla ‘famiglia’ Santapaola.  A San Zenone si è proceduto anche al sequestro di un immobile e nella zona molti conti correnti risultano riconducibili a Faro. Oltre la confisca dei beni Faro ha subito la misura di prevenzione della sorveglianza speciale per due anni, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza e presentazione bisettimanale alla Polizia, nonché al pagamento di una cauzione di 5 mila euro.

Due anni fa aveva fatto scalpore la super condanna inflitta dal Tribunale di Venezia a 22 imputati di associazione di stampo mafioso, un totale di 215 anni di galera. Il gruppo aveva messo in atto un’operazione di strozzinaggio nei confronti di 150  imprenditori del Padovano, Trevigiano e Veneziano. Mettevano a disposizione capitali per superare il momento di crisi successivo al 2008, la finanziaria si chiamava Aspide, e in poco tempo derubavano di tutto i malcapitati imprenditori. Quello però che stupì durante le indagini condotte dalla direzione antimafia di Padova è il terreno fertile che la banda trovò attorno, con consulenti bancari, commercialisti, a volte notai che indirizzavano verso questa società.
A capo di tutto c’era Mario Crisci detto il “dottore”, che durante il processo, interrogato dal procuratore antimafia Roberto Tarzo sulle ragioni che lo spinsero a trasferirsi in Veneto, risponde spontaneamente: “Beh, siamo venuti qui perché qui sono disonesti”. “Abbiamo scelto di concentrare le nostre attività al Nord Est perché qui il tessuto economico non è così onesto. Anzi tutt’altro”. E ancora: “Qui la gente non ha voglia di pagare le tasse, peggio che da noi”. Leggendo il documentatissimo libro di Luana De Francisco, Ugo Dinello, Giampietro Rossi, intitolato “Mafia a Nord est”, possiamo trovare quello che Roberto Pennisi, magistrato, dichiarò alla commissione antimafia il 17 aprile del 2012 sul caso Veneto: “Questo è il pericolo più grosso rappresentato dal punto di vista sociale: c’è simpatia”. Ecco perché nel caso di Aspide non c’erano denunce e per smascherare la banda si è dovuto ricorrere ad un infiltrato.
Nel 2008 uno studio dell’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che calcola le percentuali di reddito dichiarato rispetto a quello disponibile, dimostrava che la regione che sottrae più ricchezza alla casse pubbliche ai fini dell’Irpef è il Veneto, viene occultato in media il 22,4 per cento dei redditi. Questo dato viene riconfermato nel 2014 da uno studio di Libera.
Nel libro “Mafia a Nord est” gli autori usano questo studio per affermare che in Veneto è importante fare nero, accumulare capitale illecito su cui non pagare le tasse e sottoporlo ad autoriciclaggio. Questa permeabilità del Veneto al business illecito è evidente anche dallo sviluppo che tra il 2001 e il 2008 ha avuto il mercato della contraffazione con l’importazione di lavoratori irregolari cinesi e la collaborazione di organizzazioni mafiose, sfruttando la sovrapproduzione dei contoterzisti delle grandi firme. 
Ascoltando questa serie di testimonianze in Commissione antimafia il presidente Rosy Bindi pronuncia frasi assai severe. “La mafia oggi sa parlare dialetto veneto, perché si avvale della complicità di persone che vivono lì e che non necessariamente appartengono alla malavita. La differenza è che al Sud la mafia ostenta la sua forza per suscitare paura, al Nord si mimetizza, cerca di non farsi vedere. Nel Nord l’omertà si cementifica sulla base del reciproco interesse economico”.

 

Mafia e corruzione vanno a braccetto e in Sicilia bloccano lo sviluppo

Marsala news - La lotta alla criminalità è una sfida da raccogliere nella terra dove la mafia è cominciata. L’ha detto il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, in visita a Messina in occasione della sua lectio magistralis tenutasi all’università dello Stretto.

L’incontro è stato organizzato dal dipartimento di Scienze politiche e giuridiche diretto dal prof. Giovanni Moschella, e presieduto dal Rettore Pietro Navarra e dal Direttore Generale Francesco De Domenico. Il Presidente dell’Autority prima del suo intervento all’Ateno ha fatto tappa in Prefettura per incontrare il prefetto di Catania Maria Federico.

Non è stato l’unico intervento istituzionale “a porte chiuse” del ‘magistrato’ Cantone in visita in Sicilia. L’Autorità nazionale anticorruzione, è il primo organismo creato nella storia della Repubblica per cercare di affrontare la questione. L’Autorità non può condurre indagini, non può intercettare, né perquisire. Ha prerogative limitate, ma allo stresso tempo rivoluzionarie: può imporre la trasparenza. Obbligare ministeri, regioni, comuni e società miste a divulgare online come vengono spesi i soldi, dal primo all’ultimo euro.

Presidente, lei questa mattina è stato in audizione alla commissione antimafia dell’ARS. Qual’e la situazione oggi in Sicilia?

“Le mafie sono organizzazioni criminali che producono ricchezza non si combattono con la sola misura cautelare, ma bisogna aggredire il loro patrimonio. Oggi il sistema delle confische è stato rafforzato. Ho rilevato un forte interesse da parte delle commissioni regionali che mi hanno chiesto di delineare dei quadri. Sui rifiuti in sicllia stiamo facendo degli accertamenti molto approfondi perché c’ è una situazione normativa caotica. Ci sono leggi regionali non ancora attuate e situazioni transitorie che stanno diventando regola. Nel giro di poco tempo faremo una valutazione dello stato degli appalti. C’è poi una situazione legata alle discariche non tranquillizzante”.

Lei ha recentemente concordato con la prefettura di Perugia il commissariamento di Gesenu, società di raccolta rifiuti per metà del Comune di Perugia (il socio pubblico rappresenta il 45%) oggetto di interdittiva antimafia. Una misura pesante legata alle attività della stessa società in Sicilia. Qual è la situazione?

“Sappiano bene che Gesenu ha una quota nella società Tirrenoambiente (società a maggioranza pubblica che gestisce la discarica di Mazzarrà Sant’Andrea ndc). Noi acquisiamo tutte le ordinanze di custodia cautelare emesse per corruzione. Siamo in possesso di tutte quelle formulate da Palermo.

Mesi fa si è svolta nella sede dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, l’audizione congiunta dell’Assessore regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità, Vania Contrafatto e dei rappresentanti AnciSicilia sulle criticità della gestione del sistema integrato dei rifiuti nella Regione Siciliana. Ne è emerso uno stato di ‘calamità Istituzionale’.

“La situazione è preoccupante. Abbiamo commissariato Oikos, (la società che gestisce la discarica di Motta Sant’ Anastasia ndc). La mafia oggi opera nella logica della corruzione che non consente né produzione né innovazione”.

 

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