Roma, processo di Appello per i clan di Ostia. Il Pg: “I Triassi sono mafia”

Cinque ore di requisitoria:  “Dovete riconsiderare la mafiosità e la pericolosità dei fratelli Vito e Vincenzo Triassi assolti in primo grado”. Pene più severe per la famiglia Fasciani già condannata per 416 bis, associazione a delinquere di stampo mafioso
La Repubblica - di Federica Angeli

“La mafia a Ostia esiste e i Triassi sono uno dei due clan che insistono in quel territorio da trent’anni almeno. La definizione di ‘mafia alla amatriciana’ che parte della stampa usa, sminuisce quello che è un fenomeno molto pericoloso sul litorale romano. Per questo chiedo a questa Corte di rivalutare completamente la sentenza di primo grado che ha assolto con formula piena i fratelli Vito e Vincenzo Triassi”. La requisitoria del procuratore generale Giancarlo Amato nell’Aula Occorsio è durata cinque ore. Ha iniziato a parlare alle 11 e, ad eccezione di due pause, ha finito poco prima delle 17. Cinque ore però non gli sono bastate. Il 13 gennaio, data della prossima udienza, gliene occorreranno altrettante per finire di spiegare alla nuova corte di magistrati quali sono i motivi costitutivi dell’impianto accusatorio. Ovvero: l’associazione a delinquere di stampo mafioso a Ostia esiste e soltanto chi non vuole vederla può affermare il contrario.
Gli avvocati della difesa si giocano le loro migliori carte: i legali di chi in primo grado è stato condannato per 416 bis infatti stanno smontando pezzo per pezzo l’ordinanza. A cominciare dalla delegittimazione del collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia le cui dichiarazioni hanno dato un contributo importante per la decisione dei giudici del primo grado. Il fronte della difesa invece è compatto nel giudicarlo un “megalomane” e “assolutamente inaffidabile” in quanto non facente parte della consorteria dei Fasciani di cui è soltanto uno spettatore esterno. 
Il procuratore generale Amato, con imbarazzante onestà, mette sul piatto alcune contraddizioni del pentito Cassia: "Ci sono sicuramente luci e ombre sul personaggio e ad onor del vero sono più le ombre che le luci, ma premesso che questo procedimento non è Cassia-dipendente ma si basa su prove che vanno ben oltre le dichiarazioni del collaboratore, è pur inconfutabile che alcuni dettagli riferiti dal Cassia non poteva averli appresi da altre fonti se non una sua conoscenza diretta". Vale a dire, tanto per fare un esempio, spiega Giancarlo Amato, il punto di ritrovo dei Fasciani per discutere di questioni riguardanti l’organizzazione, ossia una sala scommesse (un punto Snai) in via Mar Rosso a Ostia. O, ancora, dei debiti usurai che i Fasciani avevano con un concessionario di Fiumicino, indicato puntualmente dal Cassia a poi svelato cinque mesi dopo dalle intercettazioni tra i sodali.
Il vero nodo centrale della prima udienza del processo d’Appello però è interamente incentrato sui fratelli Triassi. A parte discutere su alcuni capi d’accusa decaduti in primo grado contro 5 esponenti del clan Fasciani che il pg chiede di riconsiderare, la sua requisitoria è lucidamente spietata sul clan Triassi e su come i magistrati del primo grado abbiano sottovalutato la loro mafiosità e affiliazione a Cosa Nostra.
"I Triassi, a differenza dei Fasciani, hanno un soggetto apicale di un’organizzazione mafiosa – spiega il pg al collegio dei magistrati giudicanti che non perdono una battuta, prendendo continuamente appunti – Se quando sono stati valutati i fatti del 2007 c’è stata una sottovalutazione e dunque è stato commesso un grave errore allora (8 anni fa), non è detto che questo errore vada ripetuto oggi. Perché quando in una intercettazione ambientale, pochi giorni dopo la gambizzazione di Vito Triassi, il fratello Vincenzo dice testualmente: “Se tirano a me ne arrivano altri 50” da Palermo, è evidente che sta dicendo che ci sarà qualcuno, superiormente a lui e alla sua organizzazione che saprà resistere. Esiste dunque una catena di comando, una vera e propria organizzazione che sta sopra i Triassi e sotto i fratelli esistono luogotenenti e gregari che, a differenza dei Fasciani che al telefono parlano molto, hanno linee riservate per comunicare tra loro che solo in pochi conoscono”. La mafia a Ostia esiste "eccome se esiste", ribadisce Amato. E malgrado sappiano, i Triassi, che se non accettando la pax mafiosa proposta nel 2007 da Fasciani e Senese (camorra) a seguito del ferimento del fratelli, avranno contro "le batterie dei calabresi e dei nomadi Spada che si coalizzeranno contro di noi", Vito ha imparato la “lezione di vita” dei suoi conterranei Caruana-Cuntrera che "quando si può, conviene fare la pace, altrimenti gli affari non si fanno".
Ancora: "Noi siciliani sappiamo chiedere scusa se sbagliamo, ma se abbiamo ragione fronteggiamo tutti. E sgarri né con la droga né con le armi non ne abbiamo fatti", quindi la gambizzazione al fratelli Vincenzo non aveva motivo di esistere. Prima di trattare una per una le posizioni dei Fasciani per cui si chiede inasprimento della sentenza, il procuratore generale conclude: “si sta cerando di banalizzare una cosa molto seria. Si sta cercando di dimostrare che la mafia a Ostia non esiste. Invece esiste e per troppo tempo è stata ignorata. E’  ora di non sottovalutare più queste dinamiche”.
Il 13 gennaio si riprenderà con le conclusioni della requisitoria del pg e la richiesta degli anni di condanna. Poi toccherà alla discussione degli avvocati di parte civili e alle arringhe dei difensori dei condannati. Se tutto si rispetta secondo la fissazione del calendario delle udienze, a fine gennaio, a un anno esatto dalla sentenza di primo grado arriverà anche il verdetto dell’Appello.

La generosità delle banche con i mafiosi

Sospese le attività di un istituto di credito di Mestre. Le mani del gruppo verso il business degli appalti

La Nuova di Venezia e Mestre - Se uno di noi va di questi tempi in una banca a chiedere un mutuo, magari offrendo casa sua come garanzia ipotecaria, 9 volte su 10 si sentirà rispondere di no. I beni intestati agli ’ndranghetisti arrestati tra Meolo, Marcon, Mestre e Venezia, invece, erano tutti ipotecati e avevano generato generosi mutui bancari. Miracolo? No.

Il risvolto più importante della brillante operazione compiuta dalla guardia di finanza che ha portato al sequestro di 400 chili di cocaina pura in un capannone a Meolo è che un enorme partita di droga è arrivata dalla Colombia, alla Spagna e poi al Veneto senza passare per la Calabria. Cioè senza ricevere un “sigillo” e precise direttive dalla “casa madre”. È la prima volta che avviene e questo significa che qui è stata impiantata da tempo ed è molto attiva una “locale”, quello che per la ’ndrangheta calabrese è il corrispettivo di una “cosca” per la mafia siciliana. Un gruppo attivo e organizzato così bene da poter ricevere e gestire quasi mezza tonnellata della droga più richiesta. Una “locale” importante al punto che la potentissima famiglia Morabito ha dato il via libera fidandosi dei canali di arrivo, di mantenimento e di distribuzione della droga attivati già da tempo dal gruppo impiantato a Venezia. Ma soprattutto dei canali di reinvestimento degli enormi incassi che una tale quantità di droga garantisce.

E qui veniamo al punto. Il gruppo veneziano, cioè la “locale”, della ’ndrangheta calabrese attiva sotto casa nostra, ha agito per vari anni impiantando attività economiche che sono un classico dei metodi d’infiltrazione mafiosa di un territorio: attivando imprese edilizie, di distribuzione e acquistando società e immobili per la ristorazione e il turismo. Il tutto sempre mantenendo un profilo basso. I responsabili di una locale e i loro familiari devono tutti lavorare, svolgendo le mansioni più umili e non devono mai avere atteggiamenti sopra le righe.

Ma soprattutto devono avviare solidi rapporti economici con le istituzioni del credito che poi, incredibilmente, con questi personaggi si dimostrano molto “accoglienti” al punto che i mutui fioccano con estrema facilità. Per uno di questi istituti, la filiale di una banca che ha sede a Mestre in Corso del Popolo (per ironia della sorte molto vicino alla sede della guardia di finanza) sono in corso approfonditi accertamenti che hanno portato alla sospensione del direttore e al blocco delle operazioni creditizie. Gli analisti del Servizio centrale investigativo sulla criminalità organizzata (Scico) stanno passando a setaccio operazioni e valutazioni di rischio.

Ma il punto chiave che le indagini cercano di svelare è fino a che punto la “locale” capeggiata da Attilio Vittorio Violi e Santo Morabito era riuscita a infiltrarsi negli appalti pubblici. Perché è questo, più ancora delle droga, il grande affare cui punta la mafia calabrese.

Da tempo le segnalazioni su strani incidenti, con uffici di alcune società misteriosamente bruciati, aspettavano una spiegazione. Tutto il comportamento tenuto dai personaggi arrestati in questa operazione ricalca quello usato in altre zone, ad esempio Verona, per entrare in piccoli Comuni, dove anche 50 voti portano all’elezione di un consigliere, e da lì poter avere una mano su appalti comunali e poi sovracomunali via via più consistenti. (u.d.)

Mafia Capitale/ Carminati intercettato:"Sputo in faccia ai pm"

La Notte Criminale - Beatrice Nencha

Alle centinaia di intercettazioni riportate dalla stampa subito dopo i loro arresti, adesso si aggiungono altrettante pagine di verbali di colloqui captati in carcere tra i principali imputati di Mafia Capitale. Le intercettazioni dei colloqui in carcere (esclusi quelli con gli avvocati) di tutti i protagonisti arrestati nell’operazione “Mondo di Mezzo” con l’accusa di  associazione mafiosa – da Massimo Carminati a Riccardo Brugia al “benzinaio” Roberto Lacopo fino allo “spezza pollici” Matteo Calvio - sono state utilizzate in modo massiccio dalla Procura per procurarsi nuovi riscontri investigativi.

Il 9 dicembre 2014 la Procura emette il “decreto di intercettazione urgente di conversazioni o comunicazioni^ con cui delega al Reparto anticrimine di Roma le intercettazioni audio/video “in occasione dei colloqui che i predetti detenuti avrebbero intrattenuto in carcere con le persone ammesse”. Carminati, recluso nella casa circondariale di Parma, già il 7 febbraio 2015 mette però in guardia la compagna Alessia Marini e il figlio Andrea “sull’elevata probabilità” che siano in atto intercettazioni. Un sospetto tanto forte che fa dire al “Cecato”, che pure vorrebbe farsi portare le foto di alcuni suoi animali, di non portarle in carcere né di riferirsi ad essi con i loro nomi (“il maiale”, “il cinghiale”) perché potrebbero essere “interpretate come un codice”.

Ancora, lamentandosi del blocco effettuato sulla pensione della madre della compagna, il Nero si lascia andare ad un duro sfogo contro gli inquirenti: “Ho visto sui mandati di cattura le mogli, le amiche..ma che meritavano un trattamento del genere? Veramente vogliamo parlare che questa era un’associazione mafiosa?. io avrei preferito la banda armata capito? Certo che se non ce se piega, se non se vive in ginocchio nella vita, si vive in piedi sempre, comunque vada.. è questa la cosa, gli sputo.. gli scaracchio in faccia”.

La  preoccupazione di essere braccato, anche in carcere, non dà tregua all’ex esponente dei Nar, che sempre  con la sua compagna si duole dell’accanimento da parte della Procura: “Pure le comunicazioni con l’avvocato sono registrate, ma a me non me ne frega niente, capito?.. invece io quando faccio il processo con l’avvocato, ci devono essere delle cose che devono essere riservate.. perché se le sa il pubblico ministero prima, cioè una strategia processuale quello te la tampona prima..”  Ma se a Parma i contenuti delle intercettazioni non danno agli inquirenti l’esito sperato (“dai dialoghi intrattenuti dal Carminati non è stato possibile acquisire elementi di novità”), si rivela “un preziosissimo dato investigativo” una lettera ricevuta in via prioritaria il 18 dicembre 2014 nel carcere di Tolmezzo da Nito Pirone, un detenuto recluso a Saluzzo e “soggetto già in passato accostato al Carminati”.

Il collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia,, in un interrogatorio condotto il 21 maggio 2013 e acquisito agli atti del processo, riferisce infatti di aver appreso proprio da Pirone che Carminati, con il quale aveva trascorso un periodo di comune detenzione, “era un punto di riferimento per soggetti votati al compimento di rapine ai danni di istituti di credito, anche in relazione al supporto logistico e operativo, tra cui rientrava la fornitura di armi”. Ulteriori intercettazioni riguardano il braccio destro di Carminati, Riccardo Brugia, intercettato il 3 gennaio 2015 nel carcere di Terni a colloquio con la compagna Annalisa Ugazio, dipendente della stazione di servizio di Corso Francia, ritenuta sede operativa dell’associazione: “L’accanimento è tutto per Massimo.. quel deficiente de Matteo (Calvio) e Bobo (lacopo Roberto) poveraccio e io, semo tre disgraziati in tutta sta storia” – si lamenta Brugia – “cioè hanno fatto tutta sta sceneggiata, tutta sta cosa mediatica.. però io non lo so, so stato isolato fino a ieri”.

Mafia capitale: l'interdizione della Capodarco e il futuro incerto delle coop

 (Cinque Quotidiano) La decisione del Prefetto mette in ginocchio una struttura di 2000 dipendenti, dei quali 800 disabili. La Coop Capodarco interdetta per mafia, questa la notizia pubblicata oggi da Repubblica. Un altro colpo alle cooperative sociali travolte dall'inchiesta di Pignatone che ha smantellano il sistema di Buzzi e colpito la cooperazione sociale cattolica che ruotava attorno alla Cascina vicina a Comunione e Liberazione coinvolta anche nella vicenda del centro di accoglienza di Mineo.

IL PRESUNTO COINVOLGIMENTO – Ma veniamo ai fatti. A giugno, dopo la seconda ondata di arresti per Mafia Capitale la Procura aveva già iscritto nel registro degli indagati per turbativa d'asta, Maurizio Marotta, presidente della cooperativa sociale che da ormai 20 anni gestisce il Recup regionale e dieci centri che forniscono servizi di accettazione, incasso del ticket e appuntamenti per visite ed esami. Marotta si era dimesso il 27 novembre, dopo il rigetto dell'istanza della coop di costituirsi parte civile nel processo su "Mafia capitale". Ma gli inquirenti sospettano un coinvolgimento della Capodarco con la 29 Giugno di Buzzi. Secondo Repubblica infatti le indagini si appunterebbero sulla Coin, Cooperative integrate, nata nel 1988 subito dopo la costituzione della 29 Giugno di Buzzi, su impulso della Lega delle cooperative, delle Adi, della Capodarco e di altre 25 cooperative.

L'INTERDIZIONE – Anche se i soci della Capodarco assicurano di non aver mai svolto attività commerciali con Buzzi è scattato comunque il decreto di interdizione del Prefetto che toglie alla Capodarco la possibilità di rispondere ai bandi pubblici. L'inizio della fine per un altro gioiello dalla cooperazione sociale che da decenni surroga il progressivo decadimento del welfare pubblico e l'abbandono dell'assistenza alle fasce più deboli da parte dei Comuni. Fondata da don Vinicio Albanese e dall'ex assessore regionale alla Sanità Augusto Battaglia, Marotta era stato tra i fondatori della Comunità di Capodarco dalla quale nacque la coop omonima.

I SOSPETTI – I sospetti della Procura si sono incentrati sulla gara di affidamento dei servizi Recup per decine di milioni, immediatamente revocata dal governatore Nicola Zingaretti subito dopo l'arresto di Buzzi che anche a quell'appalto mirava. Ma la decisione del Prefetto mette in ginocchio, come d'altronde avvenuto con la 29 giugno e la Cascina, una struttura di 2000 dipendenti, dei quali 800 disabili. Quello dell'occupazione finisce così per costituire un altro problema sociale se si pensa a tutte le cooperative commissariate o interdette dai bandi che vanno dai servizi sociali al verde pubblico. Aziende, di fatto, oggi obiettivamente congelate. Un problema che mise in difficoltà anche l'ex sindaco Ignazio Marino che si trovò a non poter più utilizzare i servizi che molte cooperative offrivano al Campidoglio e ad Ama. Nonostante la buona volontà dei commissari nominati dal tribunale per preservare in qualche modo l'occupazione e far comunque funzionare le aziende, resta il problema di un futuro molto incerto per il sistema delle coop sociali che da fiore all'occhiello della sinistra e del mondo cattolico oggi appare alla pubblica opinione come ricettacolo di ogni nequizia. Un sistema comunque che fornisce servizi essenziali e che la trasparenza delle nuove gare dovrebbe sostituire con nuovi soggetti. Resta da capire chi saranno gli eredi di questo sistema che muove annualmente decine di milioni e occupa migliaia di dipendenti, spesso svantaggiati. I privati e addirittura le multinazionali del settore, non mancano.

 

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