Mafia – Intervista a Nicaso: “La ‘ndrangheta in Lombardia? Offre servizi e lavoro”

Mar 9, 2016 - Lorenzo Rotella - MILANO – Lunedì 7 marzo, presso lo store Mondadori in piazza Duomo, il giornalista Antonio Nicaso ha presentato il suo ultimo libro ‘Mafia’. All’evento era presente come parte attiva anche il consigliere regionale Umberto Ambrosoli. L’opera analizza il fenomeno mafioso dal punto di vista storiografico, attraverso un viaggio ragionato che ha il fine di far comprendere al lettore che la mafia non è tanto un modo di essere, quanto un modo di fare.

Professor Nicaso, che cos’è la mafia? Come si è insidiata in Lombardia nel corso degli anni? “La mafia è un modo di agire, di fare. La definizione di ‘criminalità organizzata’ che da poco io e Nicola Gratteri abbiamo inserito nell’ultima edizione dell’enciclopedia Treccani è di una banalità scioccante, ma scrivendola ci siamo resi conto che in Italia nulla è scontato. I mafiosi non sono virus o agenti patogeni che intaccano un tessuto sociale ed economico che prima era immune dal malaffare: la tendenza c’è sempre stata. La ‘ndrangheta è arrivata in Lombardia non per il soggiorno obbligato o il confino della polizia, come si credeva tempo fa. Si è insidiata in regione perché forniva servizi, manodopera a basso costo, sversamenti di detriti, trasporto di inerti. Ha minimizzato i costi di imprenditori disposti a tutto pur di risparmiare”.

Qual è il sistema che gli ha consentito di espandersi così tanto? “La logica è quella della reciproca utilità, del dare e dell’avere attraverso un flusso costante di denaro e servizi. La ‘ndrangheta, a partire dalla Calabria, ha esportato lo stesso modello anche qui in Lombardia, ma non solo: Emilia Romagna, Piemonte, Liguria, Veneto, non c’è una regione del nord Italia che non conosca il fenomeno. Se vogliamo usare una metafora, la linea della palma che dal sud sale verso il nord si è incontrata con la stella alpina che dal nord scende verso il sud”.

Quali sono i principali affari della mafia in Lombardia? “Glielo spiego andando a memoria. Io ricordo quando gli imprenditori del nord acquisivano gli appalti nel meridione. La prima cosa che facevano era quella di andare a offrire protezione ai mafiosi, soprattutto nei cantieri, garantendo loro dei subappalti. A questo è andato ad aggiungersi il nolo a caldo, il nolo a freddo, il trasporto degli inerti. Una volta che i soldi sono cominciati a girare e ad essere tanti, la corruzione è diventata lo strumento più efficace per penetrare mercati e realtà, in cui c’è grande possibilità di investire denaro. La ‘ndrangheta, avendo moltissima liquidità, ha la necessità di giustificare la propria ricchezza. E allora quale migliore realtà della Lombardia per farlo, dato che la fascia tra Milano e Monza rappresenta un quarto del Pil nazionale”.

Parliamo del suo ultimo libro, ‘Mafia’. Da quale idea nasce? “L’intento è spazzare via ogni interpretazione culturale che si è data della mafia finora, cercando di spiegare i meccanismi di questa macchina. Come ho già detto, più che un modo di essere, essa è un modo di fare e dunque si tratta di un autentico modello d’impresa esportabile, caratterizzato da quello che i sociologi definiscono ‘rapporti interpersonali’, un dialogo continuo con chi gestisce denaro e potere. Per la ‘ndrangheta è fondamentale essere in contatto con altre realtà, nonché con parte della classe dirigente, come è sempre stato fin dalle sue origini”.

Professore, lei ha un rapporto saldo e profondo con Nicola Gratteri. e con lui ha scritto diversi libri. Ritiene che il vostro lavoro sia più decisivo e di maggiore impatto rispetto a quello di altre persone nello stesso ambiente? “Io e Nicola siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da una vita. Abbiamo deciso di colmare il deficit conoscitivo sulla ‘ndrangheta, che era un’organizzazione sottovalutata da troppo tempo. Io non paragono il mio o il suo lavoro con quello altrui, sono i lettori a dover giudicare. Dico però che con ‘Fratelli di Sangue’, un saggio pubblicato nel 2006, abbiamo contribuito a sfatare un bel po’ di miti in un periodo in cui la ‘ndrangheta si conosceva poco e male. Ricordo perfettamente quando nel 2010 il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi negò che qui in Lombardia ci fosse la mafia. E tanti altri, anche prima di lui, non vedevano nulla oltre il proprio naso. Oggi è impossibile dire che non ci sia criminalità organizzata in regione. La recente e diversa attenzione da parte della politica, della stampa e dell’economia ha fatto in modo che ci si accorgesse in massa di questo fenomeno. La ‘ndrangheta è ormai un problema serio e reale, di cui bisogna tenere conto”.

AGRIGENTO - Mafia, scatta maxi-confisca

09 Marzo 2016 - Si tratta di 10 aziende agrigentine operanti nell'edilizia, nella ristorazione, nel commercio e nel settore alberghiero; 111 beni immobili; oltre 100 rapporti finanziari, nonché diverse autovetture, di proprietà ovvero riconducibili ai fratelli Carmelo e Calogero Russello. Militari del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Palermo hanno eseguito sequestri e confische di beni del valore complessivo di circa 71 milioni di euro disposti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Agrigento nei confronti di una nota famiglia di imprenditori, in applicazione delle norme antimafia. Sono 10 aziende agrigentine operanti nell'edilizia, nella ristorazione, nel commercio e nel settore alberghiero; 111 beni immobili; oltre 100 rapporti finanziari, nonché diverse autovetture, di proprietà ovvero riconducibili ai fratelli Carmelo e Calogero Russello. Il provvedimento prevede la confisca di 50 milioni di beni sequestrati nel 2013 dal Gico della guardia di finanza e il sequestro, con contestuale confisca, di altri 21 milioni di beni.

Calogero Russello, già arrestato nel 2004 nell'ambito dell'operazione 'Alta Mafia', è stato condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa, per vicende riguardanti appalti e voto di scambio. Collaboratori di giustizia, e fra i quali Angelo Siino, lo hanno indicato come "appartenente all'organizzazione mafiosa, molto attivo nel settore degli appalti pubblici e in contatto con mafiosi come Salvatore Valenti, della 'famiglia' di Favara, Giovanni Bellanti della cosca di Palma di Montechiaro, Giuseppe Di Caro, ucciso nel 1991, che è stato anche rappresentante di Cosa Nostra della provincia di Agrigento, Giovanni Maniscalco e Alberto Provenzano del clan di Burgio. Carmelo Russello è invece incensurato, il cui legame con il fratello Calogero è stato considerato però "funzionale all'agevolazione dell'organizzazione criminale mafiosa". Oltre alle indicazioni di pentiti sul suo conto, Carmelo Russello è emerso, durante indagini eseguite negli scorsi anni, sarebbe stato incaricato da personaggi notevole spessore criminale quali Francesco Ribisi e il suo braccio destro Giovanni Tarallo, della riscossione della 'messa a posto' imposta ad imprenditori aggiudicatari dei lavori di manutenzione stradale effettuati nel 2012 sulla Strada provinciale 6, nel tratto che collega i Comuni di Baucina, Ventimiglia di Sicilia e Trabia. Nei loro confronti erano già stati eseguiti, su indagini svolte dal Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo nel 2013, sequestri patrimoniali per un valore che oggi, per effetto del buon lavoro svolto dall'amministratore giudiziario, si attesta sui 50 milioni di euro. Le Fiamme Gialle palermitane intanto hanno svolto nuove indagini, che hanno permesso di individuare ulteriori beni riconducibili ai fratelli, del valore di circa 21 milioni di euro e di proporne il sequestro. E il Tribunale di Agrigento ha disposto la confisca dei beni sequestrati nel 2013 e il sequestro, con contestuale confisca, degli ulteriori patrimoni individuati dal Gico di Palermo.
Tra le aziende confiscate dalla guardia di finanza ai fratelli Carmelo e Calogero Russello emerge il caso del Grand Hotel Mosè di Agrigento: rilevato dall'amministrazione giudiziaria nel 2013 in condizioni di imminente chiusura, in soli due anni, sotto la gestione dello Stato, ha pressoché triplicato il numero dei dipendenti e raddoppiato il fatturato. Questo ha fatto contribuito anche a fare salire il valore del bene adesso confiscato. Tra le imprese sequestrate e contestualmente confiscate con il nuovo provvedimento, invece, figurano società di costruzioni già aggiudicatarie di appalti pubblici a Palermo, Agrigento, Gela e Caltanissetta, che da oggi saranno affidati all'amministrazione giudiziaria. (ANSA)

Mafia, a Reggio Calabria scattano 34 arresti 
Sono accusati anche di estorsione e usura - Denise Marfia - 34 persone sono state arrestate perché ritenute responsabili fra l’altro di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione ed usura. È il bilancio di una vasta operazione di guardia di finanza e carabinieri in provincia di Reggio Calabria. Il gruppo operava nella Locride e in particolare nei comuni di Siderno, Gioiosa Jonica e Marina di Gioiosa Jonica. I trentaquattro fermati, tutti appartenenti o orbitanti attorno alle famiglie di ‘ndrangheta della zona, gli Ursino-Macrì-Jerinò e i Rumbo-Galea-Figliomeni, sono responsabili di un vasto giro di usura scoperto grazie alla denuncia di un imprenditore che per anni è stato costretto a versare enormi quantitativi di denaro per ripianare il debito contratto.

Messo con le spalle al muro, l’uomo ha deciso di denunciare i suoi estorsori. Divenuto testimone di giustizia e per questo sottoposto a regime di protezione, dopo le sue denunce, l’imprenditore è stato costretto ad andare via dalla Calabria. Il provvedimento ha portato a perquisizioni per 52 persone indagate e sequestro preventivo di beni mobili ed immobili del valore di 15,5 milioni di euro.

La Regione sui beni confiscati alla criminalità

08 MARZO 2016 - Catanzaro - La Regione Calabria è intervenuta alla riunione promossa, a livello nazionale, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella sede di Palazzo Chigi, sui beni confiscati e la politica di coesione. L’incontro, organizzato d’intesa con l’Anbcs, (Agenzia Nazionale per l'Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità). L’incontro – informa una nota dell’Ufficio stampa della Giunta - è stato promosso in occasione del ventennale della Legge 108/96, sul riutilizzo, a fini sociali, dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Per la nostra Regione, a testimonianza dell’importanza del rapporto tra contrasto alle mafie, gestione dei beni confiscati e corretto utilizzo delle risorse comunitarie, hanno partecipato le Autorità di Gestione del POR 2014/2020 e del PSR 2014/2020 Paolo Praticó ed Alessandro Zanfino. Praticó ha confermato gli impegni sui programmi operativi regionali a contrasto della criminalità organizzata, sia con componente infrastrutturale che immateriale e sociale. "Quella di oggi è un’iniziativa positiva - ha detto Praticò - perché nella fase di avvio dei programmi è molto importante porre l’accento su questi argomenti. Siamo qui insieme all’Autorità di Gestione del PSR Alessandro Zanfino, per testimoniare che la Regione è avanti per quanto riguarda i controlli ed è un segnale rilevante. Come sostiene il Presidente Oliverio, il controllo sociale sui programmi comunitari è fondamentale, ma è necessario un rapporto forte e concreto tra amministrazione centrale e regionale". La riunione è stata aperta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio De Vincenti, che ha parlato del Piano di azione nazionale dei beni confiscati e delle politiche di coesione. I lavori sono stati coordinati e conclusi da Vincenzo Donato, Capo Dipartimento Politiche di Coesione, il quale ha sottolineato che sarebbe opportuno mettere insieme ed evidenziare le migliori esperienze di gestione dei beni confiscati, assumendosi l’impegno di trasferire a tutte le Autorità di Gestione dei programmi comunitari nazionali e regionali il piano d'azione nazionale. È, quindi, intervenuto Umberto Postiglione, Direttore Anbcs, che ha parlato del ruolo e delle attività dell’Agenzia, della necessità di una buona “governance” dei beni confiscati e della sensibilizzazione degli enti locali e del rafforzamento del tessuto sociale. Sono poi, tra gli altri, intervenuti Roberto Garofoli, Capo di gabinetto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Pia Marconi, Capo Dipartimento della Funzione Pubblica, Matteo Piantedosi, rappresentante del Ministero dell’Interno AdG PON Legalità 2014/2020; Davide Pati, membro della Presidenza Nazionale di Libera ed il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà.

Castelvetrano,mafia e politica: poca chiarezza nell'azzeramento del consiglio comunale

10 Marzo 2016 - Egidio Morici - “E’ stata riaffermata la legalità”, ha detto Angelino Alfano, in seguito allo scioglimento del consiglio comunale di Castelvetrano, come reazione alla presenza del collega Giambalvo, diventato ormai troppo ingombrante. Somiglia un po’ ad un altro suo slogan, “Lo stato ha vinto”. Quello lo aveva detto dopo il fallimento della Gruppo 6, azienda confiscata al re dei supermercati Despar Giuseppe Grigoli, condannato per mafia, e distrutta dalla gestione dissennata degli amministratori giudiziari. Ma siccome un supermercato riapriva, lui venne a Castelvetrano ad inaugurarlo. Slogan, appunto. Che stavolta arriva dopo più di un anno dalla diffusione delle gravi intercettazioni del consigliere Giambalvo, assolto in primo grado dall’accusa di essere un fiancheggiatore del super boss. Una gravità tollerata da quasi tutta la classe politica e da quasi tutta la società civile. Oggi, improvvisamente, si svegliano tutti, dopo che anche il resto dell’Italia ha saputo. Ci volevano Le Iene. Ci voleva l’audio di quelle frasi terribili, che però terribili non sono dal punto di vista penale.

Non è reato “dire” di essersi commosso nell’aver incontrato Matteo Messina Denaro. Non è reato “dire” di essere disposti a farsi 30 anni di galera pur di nasconderlo. Non è reato “dire” che, nei panni del super boss, avrebbe ammazzato uno dei figli di un collaboratore di giustizia. E siccome non è reato, Giambalvo poteva sedere tra i banchi del consiglio comunale, proprio in base all’unico concetto di legalità riconosciuto anche dal sindaco Errante: l’osservanza scrupolosa delle regole. Sono le regole che hanno imposto al Prefetto di rimuovere la sospensione del consigliere, a causa dell’assoluzione. Regole che non prevedevano che qualcuno potesse cacciarlo per le frasi intercettate. Ed è inutile appellarsi al famoso articolo 54 della Costituzione, dove si dice che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”, perché Giambalvo le sue funzioni pubbliche le ha esercitate dall’estate 2014, mentre le frasi “incriminate” sono del 2013.

Il ministro Alfano, incalzato da Le Iene, aveva detto anche di aver parlato col sindaco (del suo stesso partito, Ncd), che gli aveva assicurato che se non fosse riuscito ad indurre Giambalvo alle dimissioni, avrebbe messo sul piatto le proprie. Ma pare sia stato un malinteso, perché le dimissioni di Errante sarebbero servite soltanto ad azzerare tutto il consiglio, mettendo fine all’imbarazzo, non per un’allergia di tipo morale del sindaco nel condividere l’amministrazione della città con Lillo, l’amico di tutti che però oggi nessuno riconosce. E’ stato un malinteso. Perché per raggiungere l’obiettivo, con la legge regionale siciliana, le dimissioni del sindaco non producono l’azzeramento del consiglio. Il risultato sarebbe stato magari l’arrivo di un commissario al posto del sindaco e Giambalvo ancora consigliere. Ecco perché Errante ha suggerito le dimissioni alla maggioranza. Poi, in tanti sono andati a ruota, dimettendosi nello stesso giorno e litigando su chi si fosse dimesso per primo. Il problema era fare in modo che il fan di Messina Denaro non sedesse più in consiglio. Troppo imbarazzo, troppa attenzione dei media. Troppo alto il rischio che passasse il messaggio dell’infiltrazione mafiosa, soprattutto dopo l’interesse della commissione parlamentare antimafia nazionale, in un comune oggetto di corposi finanziamenti europei per progetti milionari di riqualificazione.

Nessun consigliere comunale si è dimesso per motivi di coscienza personale. Diversamente l’avrebbe fatto prima, senza aspettare che diventasse l’unico atto possibile contro ogni imbarazzo. Certo, per alcuni è stato una sorta di ordine di scuderia. Perfino Martino si è dimesso. E sarebbe quantomeno azzardato dire che l’abbia fatto perché la presenza dell’amico Lillo sarebbe stata incompatibile con la sua. Molte frasi di quelle intercettazioni lui li conosceva già dal 2013, ancora prima che Giambalvo venisse arrestato. Ecco, le dimissioni di Martino danno a questa “legalità ripristinata”, i contorni della farsa. Dove la scena e il fuori scena per un attimo si scontrano, producendo quel nonsense spiegabile soltanto con il fronte comune contro l’imbarazzo.

Dal punto di vista dell’inopportunità politica, anche il comportamento di Martino non è il massimo, ma, come commenta Monica Di Bella del Pd locale, “è un atteggiamento di passività che è diffuso nel nostro territorio”. Scampoli di fuori scena vengono però alla luce dall’unico consigliere di opposizione che non si è dimesso: Ninni Vaccara. Comunica che si dimetterà soltanto quando a farlo sarà anche il sindaco: “Attendo le sue dimissioni – scrive, rivolgendosi al primo cittadino - rifletta ed analizzi pure tutti i passaggi politico amministrativi che ci hanno condotti a queste decisioni, non appena sarà pronto e deciso a dimettersi, lo farò anch’io. Insieme siamo stati eletti ed insieme ci dimetteremo”.

Vaccara racconta ciò che è accaduto in questo periodo caldo del “dopo Iene”, in cui anche il Prefetto ed il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica avrebbero avuto la loro influenza:

“Il sindaco ci aveva prospettato la richiesta non formale ed esposta in maniera non ufficiale dal Prefetto ed in particolare da parte del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, di trovare subito 16 consiglieri disposti a dimettersi immediatamente, perché potevano ravvisarsi ‘altre circostanze’ determinanti nuovi imbarazzi per la città. Durante la stessa riunione con l’intervento del Presidente del Consiglio Comunale , molti consiglieri di maggioranza e di opposizione si erano detti disponibili a dimettersi immediatamente “seduta stante”. Nel prosieguo della stessa riunione, il sindaco dichiarava come esplicitato in verbale che anche lui contestualmente avrebbe rassegnato le sue dimissioni perché come aveva anticipato sia al Prefetto che al Comitato, lui essendo un sindaco politico, se si dimetteva il Consiglio, lo avrebbe seguito contestualmente ed immediatamente. L’indomani, nella seconda conferenza svoltasi sabato mattina, il clima e le richieste erano cambiati. Non si gridava più ‘al lupo, al lupo!’ , si stilava un nuovo documento di autosospensione, per dare un ulteriore forte messaggio a Giambalvo, si decideva di aspettare almeno fino a lunedì 14 marzo, prima di assumere ulteriori decisioni politiche sempre nell’ambito ed in sede della conferenza dei capigruppo”.

Durante queste riunioni però, continua Vaccara, accade un fatto molto grave. “Il sindaco volutamente omette di riferirci della sua visita a Roma e degli impegni assunti per lui dal Ministro Alfano, che lo vedeva dimissionario su sua richiesta ed impegno pubblico preso da leader del suo partito. Noi consiglieri questa decisione l’abbiamo appresa sabato pomeriggio da notizie di stampa e l’abbiamo ascoltata interamente domenica sera durante il servizio delle Iene. Quindi – continua il consigliere di Noi per Castelvetrano - viene spontaneo chiedersi il perché in un contesto così delicato e determinante per le sorti della città, il sindaco non ci racconta tutta la verità degli incontri e delle decisioni prese ? Perché poi continua a smentire quello che si era detto il giorno prima o che si era verbalizzato nella conferenza dei capigruppo ? Il sindaco invece era pervenuto ad un’altra determinazione: rimanere con la sua Giunta. Per non adempiere all’ordine del Ministro, ha provocato le dimissioni della sua maggioranza, che stranamente non riusciva a compattare qualche giorno prima, quando chiedeva l’ausilio del Presidente del Consiglio e dell’opposizione. Anzi, come dice la nota del Ministro Alfano, ‘ha fatto esercizio della propria leadership per orientare questa decisione’, con una vera e propria fuga in avanti, senza coinvolgere la restante parte del Consiglio che giorni prima aveva dato grande disponibilità alle dimissioni di tutti, congiuntamente e serenamente”.

Intanto Giambalvo, viene raggiunto al telefono dall’inviata di Tagadà, la trasmissione di La7 andata in onda ieri pomeriggio. Gli chiede perché avesse detto quelle cose e lui risponde: “Ma non è proprio così: si commentavano dei giornali, si scherzava, si parlava… Non sono io il problema, ci sarà qualche altro motivo molto serio dietro”.

Difficile dire di cosa si tratti e se magari questo “motivo” potrebbe essere collegato con le “altre circostanze” portatrici di nuovi imbarazzi per la città, così come scrive nella sua nota il consigliere Vaccara. Ad ogni modo il problema sembra risolto, almeno in termini di imbarazzo. Il consiglio non c’è più. E quindi non c’è più nemmeno Giambalvo.  Arriverà un commissario che affiancherà il sindaco e la giunta, per amministrare la città fino alle elezioni previste per il prossimo anno. Il sindaco si dimetterebbe soltanto se dovesse avere il sospetto che l’azione amministrativa possa essere condizionata dalla mafia. E’ per questo che punta molto sull’azione delle commissioni parlamentari antimafia nazionale e regionale. Il Caso Giambalvo potrebbe a questo punto essere un grande passo verso l’applicazione di quella famosa lezione di Paolo Borsellino agli studenti, nel 1989. Forse per la prima volta, a Castelvetrano, è stata fatta la differenza tra la rilevanza penale e l’opportunità politica. Certo, in ritardo, ma meglio di niente. Potrebbe rappresentare un precedente, se solo si riuscisse ad andare oltre l’imbarazzo.

NEL TRAPANESE - Mafia, meno arresti e più sequestri: cambia la strategia

09 Marzo 2016 - Luigi Todaro - Meno arresti, ma più sequestri. Cambia la strategia nella lotta alla mafia.  Alla politica delle manette è subentrata la politica dell’aggressione al patrimonio di Cosa nostra. Attività certosina, questa, portata a compimento dal cosiddetto «Gruppo di lavoro», composto dalla Divisione anticrimine della questura e dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza che operando, ciascuno per le proprie competenze, costituisce un’arma micidiale nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. E i risultati parlano da soli.

Istituito nel gennaio del 2011, il «Gruppo di lavoro» ha già sequestrato, nel Trapanese, beni per un valore di oltre 100 milioni di euro. «E’ una sinergia che funziona - dichiara il questore Maurizio Agricola - e che ci consente di attaccare il patrimonio di Cosa nostra, togliendo linfa vitale all’organizzazione mafiosa. Un lavoro - aggiunge il capo della polizia trapanese - che passa attraverso indagini mirate e attività investigative complesse per colpire la mafia e aggredire quel patrimonio che è frutto di attività illecite realizzate con quella imprenditoria collusa e, quindi, non sana».

Mafia in Comune, Fava chiede intervento di Alfano «Le spiegazioni di Enzo Bianco erano inadeguate»

9 MARZO 2016 - Luisa Santangelo - Non sono ancora finiti gli strascichi della relazione della commissione antimafia all'Ars sul consiglio comunale di Catania. Dopo le risposte «non adeguate alla gravità del caso» e il silenzio della prefettura etnea, il vicepresidente della commissione nazionale interpella direttamente il ministro dell'Interno. Repliche «non adeguate alla gravità del caso» dal sindaco Enzo Bianco e «nessun cenno di risposta» dalla prefetta di Catania Maria Guia Federico. È per questo che il vicepresidente della commissione nazionale Antimafia Claudio Fava ha deciso di rivolgersi direttamente al ministro dell'Interno Angelino Alfano, affinché intervenga sulla presunta ombra della mafia sul consiglio comunale etneo. Un caso scoppiato a seguito di una relazione della commissione regionale antimafia presieduta da Nello Musumeci e inviata all'omologa nazionale e alla procura di Catania. Sono otto i nomi dei consiglieri etnei sui quali l'Ars ha indagato in modo diverso: Erika MarcoSalvatore GiuffridaSalvatore SpataroAlessandro PortoMaurizio MirendaFrancesco PetrinaRiccardo Pellegrino Lorenzo Leone. Ma è su questi ultimi due che Fava concentra oggi la sua attenzione. 

L'interrogazione è stata depositata ieri e anticipa una visita di Fava nel capoluogo etneo, fissata per venerdì alle 11.30, nella sede di Addiopizzo Catania. Il deputato nazionale, intanto, chiede al numero due del governo «di assumere ogni ulteriore informazione sui fatti esposti». Che riguardano, nello specifico, Pellegrino e Leone. Il primo, consigliere comunale di Forza Italia, è fratello di Gaetano Pellegrino, ritenuto dagli inquirenti elemento di spicco del clan dei Mazzei e sotto processo davanti al tribunale di Catania. Tra le prove dell'accusa anche un'intercettazione telefonica in cui professerebbe fedeltà al boss Nuccio: «Se domani mi dice "Devi ammazzare mia moglie", Enza, io ti ammazzo», dice parlando con la compagna del Carcagnuso. «Dalla relazione si evince», scrive Claudio Fava, che il quartiere di «massimo consenso elettorale» per Pellegrino coincide con l'area di «conclamata influenza del gruppo mafioso» dei Mazzei: San Cristoforo

Stesso discorso vale per Lorenzo Leone, di Articolo 4, che ha il suo zoccolo duro di elettori nella periferia sud di Catania, al centro del quartiere popolare di Librino. Il presidente della municipalità è fratello di Gaetano, condannato «con sentenza irrevocabile» per associazione mafiosa e appartenente ai Santapaola. Secondo i giudici, Gaetano Leone riscuoteva il pizzo per la famiglia proprio tra i palazzoni popolari di Librino. Di questa parentela, però, Lorenzo Leone non ha scritto nell'autocertificazione antimafia pre-elettorale, come non mancano di fare notare i deputati Ars. I cui rilievi sono stati esposti al sindaco Bianco il 16 gennaio, nel corso di un'audizione all'Antimafia nazionale convocata per chiedere chiarimenti sull'intercettazione con l'editore ed ex direttore del quotidiano La Sicilia Mario Ciancio Sanfilippo. Una conversazione telefonica, svelata da MeridioNews, il cui argomento principale - secondo i carabinieri - era il Pua, il piano urbanistico attuativo-variante Catania sud sulla cui realizzazione peserebbero gli interessi di Cosa nostra. 

Dopo la convocazione di Enzo Bianco a Roma e le sue spiegazioni, che Claudio Fava non ritiene soddisfacenti, è stata chiamata in causa la prefetta Maria Guia Federico. «Per chiedere di valutare l’opportunità e l’urgenza di nominare una commissione di accesso al Comune di Catania - prosegue l'onorevole - In modo da verificare quali conseguenze la permanenza dei consiglieri succitati possa aver determinato sull’andamento dell’attività amministrativa e se vi sia un condizionamento mafioso di tale attività». E se in un primo momento si sarebbe addirittura vagliata l'ipotesi pure di un commissariamento di Librino, niente è stato fatto. «Né risulta che sia stata disposta la commissione d'accesso sollecitata». E se non lo fa il governo cittadino, allora Fava chiede che lo faccia il governo nazionale. Domandando ad Angelino Alfano di «promuovere iniziative per l'esercizio dei poteri di accesso e di accertamento che la legge attribuisce» al ministro dell'Interno.

Mafie, Porrello (M5S): Zingaretti oggi in antimafia chiarisca su mafia regionale

(AGENPARL) – Roma, 09 mar 2016 – Devid Porrello, capogruppo del M5S Lazio, dichiara: “Questa mattina Zingaretti non ha partecipato ai lavori del consiglio perchè impegnato nell’ennesimo convegno sulla legalità, dove mi auguro abbia preso appunti in vista di questa sera, quando il Presidente si recherà presso la commissione parlamentare Antimafia per rispondere alle domande sulle relazioni tra Mafia Capitale e Regione Lazio. Mi auguro che il presidente colga l’occasione per esprimere finalmente una posizione ferma sul suo ex fiduciario Maurizio Venafro, indagato oltre che per la vicenda CUP anche per abuso d’ufficio e truffa ai danni dello Stato per le nomine dei vicedirettori dell’ARPA, nomine sottoscritte dallo stesso Zingaretti. Il presidente accompagnò il suo ex capo di gabinetto  verso le dimissioni con parole di miele pubblicate urbi et orbi salvo costituirsi pochi mesi dopo come parte civile contro Venafro  nel processo collegato a Mafia Capitale. Zingaretti deve rispondere sulla  questione Vincenzi, allontanato dalla guida del PD Lazio dopo la pubblicazione delle foto dove si scambiava biglietti con Buzzi e recentemente promosso alla guida della commissione regionale bilancio, la stessa dove avrebbe depositato gli emendamenti favorevoli alla galassia Buzzi oggetto di una nostra denuncia e di una udienza del processo tuttora in corso. Mi auguro che questa volta il presidente non fugga dagli approfondimenti, come fa alla Pisana nella rare occasioni che lo vedono presente, e si prenda finalmente le responsabilità incluse nel suo ruolo.”

Ostia, Orfini: “Timidezza di Tassone nella battaglia per la legalità contro mafia capitale”

8 marzo 2016 - “Nel momento in cui abbiamo chiesto ad Andrea Tassone (ex presidente del Municipio di Ostia) di azzerare e costituire la Giunta della legalita’ abbiamo ravvisato una resistenza, soprattutto su una serie di deleghe molto delicate. Gli chiedevamo di intestarsi delle battaglie, diceva di si’ ma non faceva nulla. Abbiamo registrato un progressivo disallineamento rispetto a quanto concordato insieme. E una timidezza nello sfidare a viso aperto un sistema. Questo ci ha fatto dubitare. Se uno resiste, puo’ essere per paura anche legittima o per rapporti pericolosi: noi non eravamo in grado di dire quale fosse il motivo, ma comunque erano ragioni sufficienti per interrompere quella esperienza”. Cosi’ il presidente del Pd e commissario del partito a Roma, Matteo Orfini in Commissione Antimafia. “Ho chiesto le dimissioni di Scipioni” alla guida del VI municipio di Roma, ha poi detto Orfini, rispondendo ai parlamentari dell’Antimafia, “perche’ ritenevo che il suo comportamento e le modalita’ con cui svolgeva le sue funzioni era incompatibile con quello che il Pd chiede ai suoi dirigenti e ai suoi amministratori”. Nello specifico, Orfini ha fatto riferimento all’ “opacita’ di alcune decisioni amministrative, come quella della festa estiva di Tor Vergata, la cui gestione presentava passaggi discutibili dal punto di vista amministrativo e che ci ha portato a chiederne le dimissioni”.

Trapani, i "signori nessuno" con sei milioni in cassaforte

Agli imprenditori Candela è stato sequestrato il patrimonio: facevano affari con gli appalti pubblici, tra cui quelli all'aeroporto di Punta Raisi. Versavano pizzo e tangenti ma non pagavano gli operai. MARIA EMANUELA INGOGLIA - 08 marzo 2016 - Il boss Vincenzo Virga Erano due imprenditori nell'ombra ma con oltre sei milioni di euro nei cassetti. Nicolò e Salvatore Candela, rispettivamente zio e nipote, per i loro appalti pubblici nel territorio trapanese e in Sicilia, facevano affari con le famiglie mafiose a cui garantivano cospicue somme di denaro.  Per anni con la loro impresa della frazione trapanese di Fulgatore, dove risiedono, hanno svolto piccoli interventi.  Poi negli anni Novanta il salto di qualità che gli ha concesso di entrare nel novero di imprenditori edili come Vito Tarantolo e Pietro e Domenico Funaro - già destinatari di sequestri anticipati di beni - che, secondo gli inquirenti, sarebbero collusi con Cosa Nostra.

Un ingresso che ha fatto crescere la loro azienda, mantenendola, però, nell'ombra rispetto alle imprese note in città. I Candela non li conosce nessuno, ma loro facevano affari d'oro per conto della mafia attraverso pizzo e mazzette.  Dalle indagini condotte sugli imprenditori Tarantolo e Funaro è emerso che Nicolò Candela, 70 anni, e il nipote Salvatore, di 49 anni, ex responsabile provinciale del settore edile dell'Api, avevano costituito società consortili per partecipare a bandi ed eseguire lavori pubblici.  
Dalla metà degli anni '90 a un periodo compreso tra il 2004 e il 2007, la squadra mobile di Trapani ha accertato che i Candela, forti di protezione e legami con la consorteria mafiosa locale, hanno agito per i loro affari illeciti attraverso le imprese Sicania Servizi srl, Candela Nicolò srl e la Co.ma.ca srl, legate, però, a un unico gruppo imprenditoriale e interesse criminale. Tra l'altro alla mafia fornivano denaro ma, nell'ultimo periodo i pagamenti dei loro operai non erano più regolari. Decine di investigatori da questa mattina stanno passando al setaccio conti correnti bancari e situazioni patrimoniali degli imprenditori Candela, della loro famiglia e di tutte le persone che hanno gravitato attorno ai loro interessi. 
Intanto, polizia e guardia di finanza hanno aggredito, con un sequestro anticipato disposto dal Tribunale Sezione Misure di Prevenzione di Trapani, un patrimonio di circa 6 milioni di euro: 8 beni immobili, 37 beni mobili registrati (autovetture, furgoni, mezzi meccanici), 5 società/imprese (capitali sociali e pertinenti complessi aziendali), 10 partecipazioni in altre società e 114 tra conti correnti e rapporti bancari di altra natura. Gli inquirenti non escludono che, nelle prossime ore, "il valore possa essere suscettibile a un aumento". 
Tra le famiglie mafiose a cui i Candela erano particolarmente vicini e con cui hanno fatto affari spiccano il figlio del boss Vincenzo Virga, Pietro e Giuseppe Coppola per l'assegnazione, nel 1999, di un appalto indetto dal Comune di Valderice per i lavori di "sistemazione della viabilità dell'area in ampliamento adibita a cappelle gentilizie e sistemazione della viabilità esistente nel cimitero comunale di contrada Ragosia" e per quelli di "sistemazione della strada panoramica Maltempo -Linciasella". E' quanto è emerso dalle indagini della Squadra mobile nell'ambito dell'operazione antimafia "Progetto Prometeo".
L'inserimento dei Candela nel gruppo degli imprenditori asservito e beneficiato dal mandamento mafioso è stato, poi, confermato tra il 2004 e il 2007 dalle indagini "Mafia appalti Trapani Fasi I e III, in cui è emersa anche la compiacenza di funzionari corrotti. Ma ci sono anche i legami d'affari con Tommaso "Masino" Coppola e con Antonino Birrittella, noti imprenditori locali  e referenti operativi dell'allora reggente della mafia trapanese Francesco Pace.  Con loro ci sarebbe stata una tentata turbativa del pubblico incanto alla Provincia di Trapani per i lavori di adeguamento dell'Istituto Tecnico per Geometri di Trapani, per cui era stata "pattuita la tangente 50 milioni di vecchie lire e che, invece, veniva aggiudicato ad altra impresa per mero 'errore' nell'indicare il ribasso offerto".
I rapporti che i Candela hanno intrattenuto con il potere economico criminale, attraverso il sistema estorsivo, si sono estesi dal 2001 anche fuori dal territorio trapanese. I "pizzini" trovati dopo la cattura di Salvatore e Sandro Lo Piccolo

hanno portato alla scoperta del coinvolgimento dei Candela anche per i lavori all'aeroporto palermitano "Falcone - Borsellino" e per quelli nella caserma militare "Bichelli", nel quartiere San Lorenzo a Palermo.  In passato i Candela erano stati oggetto di indagine, ma non erano mai stati condannati né colpiti al cuore dei loro affari. Oggi il sequestro di sei milioni di euro ha stroncato, invece, il loro potere economico. 

Mafia capitale, Vulpiani: “Non è facile cancellare 60 anni di malaffare a Ostia”

9 marzo 2016 - Non e’ semplice ricostruire 60 anni di malaffare. Siamo li’ da 6 mesi e abbiamo trovato una sovra produzione di atti che sembrano validi ma per i quali mancavano proprio i presupposti per il rilascio”. Lo ha detto Domenico Vulpiani, commissario straordinario del municipio X di Ostia, nel corso dell’audizione in commissione Antimafia. “Le planimetrie che vengono fornite dai titolari degli stabilimenti – ha spiegato – non corrispondono alle originali, le hanno modificate nel tempo e per noi e’ difficile ricostruire la storia. Lo stiamo facendo anche in silenzio perche’ piu’ si parla e’ piu’ si mettono gli altri in condizione di difendersi, non in modo corretto, facendo sparire le cose, come e’ successo in questi anni” ) “Per verificare tutta la situazione del litorale abbiamo costituito una task force, composta da tecnici del municipio, capitaneria di porto, demanio, polizia locale e con il supporto di Risorse per Roma, con la quale abbiamo condotto un’attività di controllo su tutti gli stabilimenti balneari. A che punto siamo? Abbiamo fatto 42 controlli negli stabilimenti demaniali. Le attività ispettive proseguiranno fino ad esaurimento delle 71 concessioni demaniali, siamo oltre la meta’” ha spiegato Domenico Vulpiani in commissione Antimafia. “Otto di questi – ha continuato – sono stati sequestrati e altri 4 sono oggetto di iniziativa di reato”. “Abbiamo iniziato con il litorale – ha spiegato – perche’ e’ l’elemento che desta più preoccupazione con i suoi 18 km di arenile, il 56 percento gestito da stabilimenti balneari, il resto sono spiagge libere o attrezzate. Si sono verificati abusi non solo edilizi – ha detto Vulpiani – ma anche di mala gestione, frutto di 60 anni di una sovrapposizione di atti della pubblica amministrazione non sempre presi con particolare attenzione, in altri casi veri e propri atti anche oggetto di inchieste giudiziarie. In alcuni casi le cabine erano diventate vere e proprie residenze, addirittura abbiamo trovato una palestra”. - “Fino alla nostra gestione Ostia aveva una valenza turistica di livello B (frutto di un calcolo tecnico) mentre tutta Roma e’ di livello A. In passato sono state approvate due delibere per fare in modo di restare sotto la soglia del livello A, in modo da evitare un aumento dei canoni per gli stabilimenti. Addirittura si certificava il falso dicendo che la Roma-Lido e’ una metropolitana e non una ferrovia. Da quest’anno, dopo le nostre verifiche, i canoni saranno raddoppiati con conseguenti maggiori introiti per lo Stato”. Lo ha detto, durante l’audizione in commissione antimafia, Domenico Vulpiani, commissario del municipio di Ostia, il primo ad essere stato sciolto per mafia a Roma.

Roma, Sabella: “La mia guerra al malaffare di Ostia: alla fine l’unico sciolto, dopo Mafia Capitale, sono stato io”

9 marzo 2016 -  F. Q. - L’ex assessore alla legalità di Roma Alfonso Sabella ritorna a Ostia per raccontare l’epicentro dell’infezione della ‘Capitale Infetta‘. Ma la cittadina del litorale laziale non è una storia soltanto romana, Ostia è una storia nazionale, sintesi perfetta del malcostume italiota tra organizzazioni criminali antiche, quel che resta di Mafia Capitale, corruzione e soprusi. Come il Lungomuro, simbolo dell’arroganza dei potenti balneari che impediscono ai romani addirittura di vedere il loro mare, oltre che l’accesso alle spiagge. “Avrei avuto bisogno – dice Sabella – di più tempo per vincere questa battaglia. Invece, qui l’unico sciolto per mafia sono stato io. Questo municipio è composto da più di 200 mila abitanti, la più grande e popolosa realtà italiana mai sciolta per mafia e io, casualmente, ne sono stato l’amministratore (Sabella aveva avuto la delega, dal sindaco Marino, di reggente del Municipio X dopo le dimissioni del mini-sindaco Pd Andrea Tassone, successivamente arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale, ndr) proprio nel momento formale dello scioglimento (il 27 agosto 2015, ndr): è quasi un paradosso, ma la realtà è purtroppo questa”. “A Ostia all’ordine del giorno ci sono traffico di droga, estorsioni, riciclaggio di denaro, armi, gestione di stabilimenti balneari, chioschi, bar e negozi con i necessari ‘agganci’ nella pubblica amministrazione – si legge nel libro ‘Capitale Infetta’ di Alfonso Sabella con Giampiero Calapà edito da Rizzoli -, nelle istituzioni. Ostia è un enorme business in barba a leggi e regole. Ostia è, però, la spiaggia dei romani, di mezzo milione di persone che da giugno a settembre si fanno ore di coda sulla via Cristoforo Colombo, restano imbottigliate nella strettoia del Ponte della Scafa, si chiedono perché debbano ancora correre attaccate e parallele, su una sola corsia di marcia, l’Ostiense e la via del Mare, e maledicono afa e guasti sulla ferrovia Roma-Lido. Mezzo milione di persone vocianti, accaldate, stressate da mesi di lavoro, desiderose di mare, sole e salsedine, ma soprattutto mezzo milione di persone paganti, mezzo milione di esseri umani che a Ostia devono mettere mani al portafogli anche per accedere al mare”

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