La mafia è cambiata, l'oligarchia dell'antimafia è rimasta immobile ai riti, ai dogmi, alle icone

La mafia, come prevedeva Falcone, è cambiata, ma è sempre pericolosa. Quel che è rimasta immobile è l'antimafia. Anzi l'oligarchia dell'antimafia che su riti, icone, dogmi, ha costruito piccoli e grandi imperi del club degli intoccabili.

Rosaria Brancato  - Oggi voglio riflettere sulla cristallizzazione dell’antimafia a fronte di una mafia che  è mutata pericolosamente e necessita di nuovi strumenti per combatterla che non siano rituali stanchi. Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tale ha un inizio, un’ evoluzione e una fine. Non sono convinta che avrà una fine, ma è evidente che è cambiata. Quella che è rimasta immobile è l’antimafia. E’ come aver combattuto la seconda guerra mondiale con le baionette. Mentre la mafia ha avuto un inizio ed un’evoluzione l’antimafia ha avuto solo l’inizio, trasformandosi in un “club esclusivo” che non accetta dubbi, attribuisce patenti e tessere per i soci, sforna manuali, rituali, dogmi ed emana bolle papali contro chi ha una visione diversa o si fa domande.

Negli ultimi mesi sono accadute cose passate sotto silenzio perché è molto più facile  scrivere solo degli eroi delle legalità e un po’ meno di chi invita a guardare oltre alle star dell’antimafia delle carriere e di andare al sodo, quel che vive lontano dai riflettori, dai microfoni, dai Palazzi della politica. Uno dei sacrari del rituale antimafia è la Commissione Antimafia, con le diramazioni regionali. Commissione che per antonomasia è infallibile anche quando si limita ad arrivare “dopo” le inchieste senza cercare di esaminare le radici, il contesto, di un fenomeno. Le indagini, le accuse, le condanne spettano ai magistrati. Alla politica spetta il compito di capire le strade per cambiare in meglio la società, di captare i segnali di crescita o d’involuzione e di trovare strumenti legislativi o sociali per dover sempre meno avere bisogno dell’intervento della giustizia.

 A dicembre, dopo l’abbaglio preso sul caso del giudice Saguto, la Commissione chiama in audizione il professor Salvatore Lupo,  ordinario di storia contemporanea all’Università di Palermo, e coautore con il giurista Giovanni Fiandaca del libro “La mafia non ha vinto”. Già il titolo non può piacere al club dell’antimafia perché ne depotenzia e ne mina l’esistenza stessa. Ma la tesi del professore Lupo va oltre e dice: La guerra dei decenni scorsi e che è coincisa con la nascita, l’adolescenza e la maturità della mafia è finita. Quel che è rimasta uguale è la schiera degli antimafiosi di professione. “L'antimafia, definisce se stessa società civile però nel contempo raffigura se stessa come il tutto- spiega Lupo- mentre invece spesso questo flusso prende la forma di parti, che non si definiscono partiti, ma movimenti. La guerra è finita, quella mafia non c’è più, ce n’è un'altra, pericolosa anch'essa, ci sono altre mafie, ma sul fronte dell'antimafia ci sono soggetti che agiscono come se niente fosse successo”. Intorno alle “star” della legalità ed ai riti si crea una sorta di intangibilità ai confini con la santificazione.

Apriti cielo. Ci sono obiezioni che non si possono avanzare. La replica degli intoccabili è: fin quando la mafia esisterà deve esistere l’antimafia (cioè loro stessi). Se poi qualche simbolo viene arrestato, finisce sotto inchiesta o qualcuno mette in dubbio una serie di dogmi, si grida all’anticristo. Lupo arriva persino a fare riferimenti a quei magistrati, come Ingroia che un giorno indagano e il giorno dopo ci scrivono sopra i libri e quello dopo ancora si candidano. Ci sono poi i simboli della politica dell’antimafia, dell’imprenditoria antimafia, dell’associazionismo antimafia. Il problema non è la lotta in sé, il rischio è quando su questa bandiera ci costruisci una carriera, un potere, una rete economica, alla fine ti arrocchi su quella posizione di rendita pensi che basti ripetere sempre le stesse frasi, davanti ad una platea di studenti o elettori, per aver fatto il tuo dovere.

Il caso dell’ex presidente della sezione di misure di prevenzione di Palermo, Silvana Saguto finita sott’inchiesta per le gestione dei beni sequestrati alla mafia, è emblematico. Il primo a denunciare tutto, davanti alla Commissione antimafia, nel 2014 fu l’ex prefetto Caruso, presidente dell’Agenzia dei beni confiscati. Denunciò quegli strani movimenti che accadevano a Palermo nell’assegnazione dei beni confiscati e la strana rete d’incarichi e parentele. Caruso, recatosi in Commissione per fare il suo dovere di cittadino finì sul “banco degli imputati” degli intoccabili e fu accusato di voler delegittimare i simboli. Un anno dopo, nell’autunno 2015 la procura di Caltanissetta prova che Caruso aveva ragione e che la Commissione aveva avuto l’opportunità di arrivare prima della giustizia e di tramutarsi in strumento che capta come cambia la società e come certe forme siano arrivati sin nei gangli vitali dell’apparato che la mafia la combatte. L’antimafia si è fatta trovare impreparata perché ormai è irrigidita in ruoli immutabili. Poi ci sono i casi dell’ex presidente della Confindustria Montante finito sott’inchiesta e quello dell’arresto di Helg, entrambi paladini della legalità. C’è la sordità che ha contagiato i partiti dopo la lettera di dimissioni dell’assessore Borsellino “ragioni di ordine etico e morale mi spingono a lasciare”. Lei, la figlia di Paolo Borsellino, simbolo antimafia per eccellenza, indica un cono d’ombra su un governo basato su icone della lotta alla mafia e nessuno fiata. Stessa sorte è toccata alle dichiarazioni, sempre nel 2015, di Francesco La Torre, figlio di Pio, il parlamentare che pagò con la vita una delle norme che più di tante altre ha dato concretamente colpi alla mafia. A novembre Francesco La Torre, componente del direttivo di Libera dichiara durante l’Assemblea nazionale dell’associazione: “In questi anni Libera è cresciuta, serve un nuovo modello di organizzazione, serve un progetto di formazione della classe dirigente, non si può dirigere tutto da Roma”. Pochi giorni dopo viene cacciato via sms da don Ciotti con la frase: “è venuto meno il rapporto di fiducia”.

Poi è la volta del sostituto procuratore di Napoli Catello Maresca che a Panorama dichiara: “Se Libera diventa troppo grande, se acquisisce interessi che sono anche di natura economica, e il denaro spesso contribuisce a inquinare l'iniziale intento positivo, si possono inserire persone senza scrupoli che approfittando del suo nome per fare i propri interessi. Libera gestisce i beni attraverso cooperative non sempre affidabili. Ritengo che questa antimafia sia incompatibile con lo spirito dell'antimafia iniziale. E’ diventata un partito che si è auto-attribuito un ruolo diverso. Gestisce i beni sequestrati alle mafie in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale". Il magistrato ha fatto presente l’esistenza di rischi d’infiltrazioni in un pianeta, quello di Libera, che non è più quello di 20 anni fa e che unisce 1500  associazioni, gestisce 1.400 ettari di terreni, dà lavoro a 126 persone e muove un fatturato da sei milioni di euro. Se la mafia è fenomeno umano lo è altrettanto il suo opposto. Invece don Ciotti querela Maresca e si presenta in Commissione dicendo: “si vuol demolire il percorso di Libera con la menzogna”. E i politici si limitano ad annuire.

Frattanto in libreria arrivano i primi volumi sul fenomeno, ad esempio Giacomo Di Girolamo che si chiede come mai l’antimafia si sia ridotta alla “reiterazione di riti e mitologie, un circuito autoreferenziale, che mette in mostra le sue icone – il prete coraggioso, il giornalista minacciato, il magistrato scortato – che non aiuta a cogliere le complesse trasformazioni del fenomeno” E’ in questo che modo che non ci accorgiamo dei possibili contagi da un sistema all’altro. Ed è facile che accanto ai tantissimi in buona fede arrivino quelli che fanno piccoli e grandi affari attraverso finanziamenti pubblici e progetti per la legalità, o come accaduto a Palermo attraverso la gestione dei beni confiscati. Poi c’è chi fa carriera o consolida il piccolo e grande potere. Di Girolamo parla di oligarchia dell’antimafia che prevede un copione fisso nei dibattiti: il responsabile dell’associazione, il giornalista, il giudice, il politico del luogo ed eventualmente qualche simbolo. “Le mafie cambiano, noi siamo intrappolati nei nostri  convegni”. Lo scrittore descrive una scena a cui ha assistito durante una manifestazione antimafia: una mamma, nel mezzo di una gran folla , fa accarezzare il bambino ad un magistrato.

E’ vero, sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, ma è altrettanto sventurato un popolo che ha bisogno di creare miti e simbolismi intorno a quegli eroi e non si accorge di come, approfittando di una battaglia che diventa leggenda attorno a queste figure nobili altri costruiscano recinti, torri, feudi.

Mafia cinese in Italia, i numeri del fenomeno

Marchi contraffatti che tolgono 5 miliardi all'erario. Riciclaggio. Prostituzione. Metanfetamine anti-fatica. Come la ciminalità cinese fa affari nel nostro Paese. Matteo Luca Andriola  - Traffico di umani, contraffazione di marchi, droga, riciclaggio di denaro, estorsione prostituzione e altro ancora. È il business della “Mafia cinese”.

Un rapporto del 2013 pubblicato da Transcrime.it riferiva che questa organizzazione si stava ramificando in vari stati dell'Unione europea, come Francia, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi e l'Italia.
Non è affatto unitaria come Cosa nostra o altri gruppi, ma si articola a più livelli, in bande giovanili, organizzazioni criminali indipendenti e nelle Triadi (strutturata in modo complesso e con la caratteristica di infiltrarsi in altre organizzazioni).
ACCORDI SUL TERRITORIO. Da noi si sta evolvendo, spiega il sostituto procuratore Antimafia Olga Capasso, e in zone dove le mafie sono radicate agisce «attraverso alleanze e accordi» con questa. «I clan cinesi si appoggiano così alla camorra e alla ‘ndrangheta per poter usufruire della protezione necessaria per insediarsi sul territorio».
Non mancano le frizioni, come nel 2002, quando a Napoli i cinesi scesero per strada e manifestarono per chiedere alla camorra di abbassare il pizzo, ottenendo quanto richiesto per non avere gli occhi dei media addosso. Oggi la mafia cinese è “testa di ponte” dell'espansione imprenditoriale camorrista in Cina.
FENOMENO SOTTOVALUTATO. Nonostante tutto è sottovalutata, anche se parliamo di un fenomeno che - spiega la Direzione investigativa antimafia (Dia) - si concentra in Lombardia, Toscana, Lazio, Emilia-Romagna e Campania, entro una comunità composta da circa 200 mila soggetti che aumenta del 5% l'anno (si pensi a Prato, con 50 mila unità, cioè il 30% dei residenti) che ha costruito una rete di imprese - 50 mila nel 2009 con un picco del 131,1% rispetto al 2002 - dove, per via dell'impenetrabilità delle comunità cinesi, è facile l'infiltrazione mafiosa.
Le varie Chinatown, in cui si tendono a ripristinare le tradizioni cinesi, portano molti abitati chiudersi in se stessi, non facilitando né le indagini né l'integrazione.
IMMIGRAZIONE ILLEGALE. Alla base vi è l'immigrazione illegale che, spiega Capasso, è in continua crescita dagli Anni 70 poiché i cinesi in Italia con un regolare posto di lavoro e la possibilità di richiedere un permesso di soggiorno sono un numero limitato.
I viaggi, via aerea, marittima o addirittura via terra, partono dal Sud della Cina, dalle coste dello Zhejiang e del Fujian, fino all'Europa attraverso la Russia e l'Asia dopo migliaia di chilometri.
All'arrivo è facile “mimetizzarsi”, visto che i cinesi hanno documenti originali ma falsificati, con l’apposizione della foto dell’immigrato, che vengono poi ritirati e riutilizzati per altri irregolari.
PREZZO DEL VIAGGIO: 15 MILA EURO. Una volta arrivati a destinazione le vittime vengono smistate e indirizzate chi alla prostituzione, chi allo sfruttamento in nero, dopo aver contratto un debito di oltre 15 mila euro, il prezzo del viaggio.
Chi non paga - e in parte ci si rifà con lo sfruttamento citato, in parte è a carico dei parenti in patria -, può andare incontro a tristi conseguenze per lui o per i suoi cari, come il sequestro di persona o peggio. 

Gli affari si fanno con la contraffazione dei marchi. Uno dei traffici più redditizi del crimine organizzato cinese è la contraffazione dei marchi che, spiega la polizia, dai principali porti italiani di Genova, Gioia Tauro, Napoli e Taranto arrivano nei nostri mercati, specie nel Nord, un traffico stimato fra il 2 e il 7% dell’intero commercio mondiale, influenzando negativamente le finanze già oberate del nostro Paese. Uno studio del Censis quantificava il peso della contraffazione in termini di mancato gettito in oltre 5 miliardi di euro, il 2,5% delle entrate tributarie: un costo eccessivo se rapportato alla qualità scadente rispetto agli originali. L’ufficio d’analisi d’intelligence della Guardia di finanza denuncia che «l’industria del falso sottrae ogni anno alle imprese manifatturiere 6 miliardi di euro, bruciando 1,5 miliardi in termini di evasione di Iva e circa 120 mila posti di lavoro in tutta l’Unione europea». Non è un fenomeno velleitario: in una rapporto del 2006 la polizia parla del sequestro di «30 mila capi di abbigliamento con marchio contraffatto a Prato, 1.700 scarpe griffate [...] a Pescara, 13 mila capi […] a Bologna, 6 container con oltre 250 mila prodotti di pelletteria e abbigliamento con marchi contraffatti […] a Napoli». A Torino «si calcola che i prodotti con marchi contraffatti sequestrati siano più di 20 mila», 50 mila a Lecce, 90 mila capi di pelletteria a La Spezia, 150 mila a Udine, eccetera.

SOLDI INVESTITI IN LOCALI. Un fenomeno enorme che rivela una capillarità del problema e una disponibilità di liquidi molto alta; soldi poi reinvestiti sul territorio con l'acquisto di immobili, bar e ristoranti. Questa “colonizzazione del territorio” permette alla mafia cinese di radicarsi tramite esercizi dove spesso lavora personale taglieggiato e costretto a regimi di sfruttamento.
Il locali sono spesso acquistati in contanti, rilevati ai precedenti proprietari con cifre altissime come buona uscita nonostante le norme anti riciclaggio limitino i pagamenti liquidi al massimo di 5 mila euro.
TASSI D'INTERESSE D'USURA. Successivamente le organizzazioni criminali, dopo essersi impossessati del locale, collocano una famiglia immigrata a loro scelta alla gestione del locale per restituire a tassi d'interesse d'usura i soldi prestati e il costo delle merci da vendere.
Non solo: un'altra fonte di reddito prolifera è il gioco d'azzardo, svolto in bische clandestine situate o in anonimi appartamenti o nel retro di bar.
Il fiume di denaro sporco ricavato delle giocate illegali, che coinvolgono cittadini italiani e cinesi, viene in parte reinvestito con l'acquisto di altri immobili, in parte trasferiti direttamente in Cina e riciclati.

Si spaccia una metanfetamina che contrasta la fatica dei lavoratori - Un documento del 2015 della Direzione antimafia «nota un trend di crescita per i delitti di riciclaggio» confermato da un'inchiesta della procura di Firenze, l'operazione “Cian Liu”, partita nel giugno 2010, che ha toccato più di 100 aziende, riconducibili a imprenditori cinesi, portando a un blitz della Gdf in varie regioni d'Italia e all'arresto di 24 persone, 18 cinesi e sette italiani, accusati dal 2006 di riciclaggio di 2,7 miliardi che dall'Italia finivano in Cina, alla Bank of China. La banca ha fatto sapere a L43 di aver «sempre operato nel pieno rispetto della normativa antiriciclaggio italiana ed internazionale». Il magistrato Pietro Sucan ha parlato della scoperta di «un fiume di denaro fra Italia e Cina e un fiume di clandestini dalla Cina all’Italia, in una palude di connivenze, omissioni e interessi illeciti, non solo di cinesi, ma anche con la complicità interessata di diversi italiani».

DENARO SPORCO TRASFERITO. Un'associazione a delinquere italo-cinese legata alla famiglia cinese Cai che trasferiva il denaro sporco tramite la Money2Money, società di money transfert bolognese - con succursali a Prato, Sesto Fiorentino, Empoli, Milano, Roma e Napoli - che trasferivano capitali in Cina.
Per quanto riguarda la droga, il crimine cinese si è specializzato nella produzione e spaccio di Shaboo, o Crystal meth, una forma di metanfetamina diffusissima negli Usa e in Asia usata per tenere svegli e utilizzata nei laboratori clandestini gestiti dal crimine cinese sui lavoratori per farli resistere alla fatica fisica.
Per ora è quasi assente in Europa, ma potrebbe conquistare il mercato, tanto che la Direzione antidroga si è spinta a dire che i cinesi «stanno iniziando a inserirsi, anche se al momento principalmente all’interno delle proprie comunità locali, nel mercato nazionale degli stupefacenti», ipotizzando che, oltre a bordelli e bische clandestine, gli appartamenti in mano alla mala cinese potrebbero nascondere laboratori di 'meth'.
PROSTITUZIONE, CHE BUSINESS. Ma la voce più 'gettonata' e nota del business mafioso cinese è la prostituzione.
Mentre il grosso delle prostitute lavorano per strada, quelle cinesi “esercitano” in appartamenti privati presenti nelle comunità, mentre oggi la principale copertura sono gli arcinoti centri massaggi, sorti come funghi in tutte le città italiane, postriboli dove giovani donne orientali vendono il proprio corpo a clienti italiani per poche decine di euro.
Un mercato del sesso low cost per far concorrenza a quello dominato da altre nazionalità, coi cinesi che si sono accaparrati il 35-40% dell'intero mercato italiano.
Un'indagine a campione condotta dal Codacons in tre delle maggiori città italiane, Milano, Roma e Napoli, ha fatto emergere che nel 40% dei casi abbiamo donne cinesi, contro il 25% di italiane, il 20% dall'Est, il 12% di sudamericane e il 3% per altre nazionalità.
CONTRASTO DIFFICILE. Che fare? Secondo la Capasso «alle organizzazioni viene contestata l’associazione a delinquere - articolo 416 del 1982 - mentre in pochi casi, soprattutto a Prato in Toscana, è stata contestata l’associazione mafiosa (art. 416 bis)». Ma è difficile applicare tale legge perché «l'organizzazione deve deve avere un organo al vertice e il radicamento sul territorio, caratteristiche non sempre riscontrabili nelle associazioni cinesi che spesso agiscono anche in luoghi diversi».
Insomma, una durissima sfida per la legalità e l'economia italiana.

Cosa nostra e il vecchio che avanza - Chi vende polli e chi fa soldi a palate

Riccardo lo Verso - Che cosa è oggi la mafia? Si certifica la fine della stagione corleonese e ci si chiede dove siano finiti i patrimoni dei clan storici. È seguendo la scia dei soldi che troveremo i volti dei nuovi boss. Fanno affari, mentre lasciano ad altri il compito di affrontare le miserie di ogni giorno.

PALERMO - La mafia, nella sanguinaria versione corleonese che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, è stata battuta. Lo dice, in estrema sintesi, un autorevole storico come Salvatore Lupo. Ci restano tante ferite, alcune forse incurabili. E ci resta il dubbio che i patrimoni accumulati nel passato siano stati ormai ripuliti del tutto.
Già, i patrimoni. Sono i soldi e gli affari a disorientare. C'è la mafia dei polli e quella dei grandi appalti. Mentre a Palermo la cronaca ci consegna con sempre maggiore frequenza le immagini della questua di Cosa nostra, a Catania verrebbe fuori la capacità dell'organizzazione criminale di condizionare l'attività di un colosso dell'edilizia. Bisogna chiedersi, a questo punto, con quale mafia si confrontano oggi magistrati e investigatori. La verità è che forse, al di là dell'apparente contrasto, le vicende palermitane e catanesi offrono un'unica chiave di lettura. Di certo ci obbligano ad ammettere che il rapporto mafia-economia è cambiato rispetto al passato, complici la mancanza di grandi commesse pubbliche e la crisi economica. Ecco perché a Palermo i nuovi boss, il cui livello criminale - così dicono gli stessi investigatori - si è abbassato, sono impegnati a dirimere questioni di secondo piano. Questo non significa che non siano pericolosi. Anzi, paradossalmente rischiano di creare maggiore allarme sociale perché incidono nella vita quotidiana. Lo fanno con il pizzo che viene imposto a tappeto. Si accontentato anche di poche centinaia di euro e, vista la penuria di cantieri, si devono accontentare di mettere a posto il piccolo costruttore che sta rifacendo la facciata di un palazzo. E non solo: può capitare, e capita spesso, che il mammasantissima di turno si presenti per chiedere conto e ragione sia stata parcheggiata una macchina.  Ora che la mafia è tornata a trafficare droga - anche se siamo anni luce lontani dalla Pizza Connection - le tensioni aumentano e ci può pure scappare il morto. Anche i recenti omicidi, però, sembrano rispondere a logiche di faide per il potere interne alle singole famiglie. Tra un'estorsione e un'altra i boss placano liti di quartiere: dalla vendita dei polli allo spiedo al via libera per piazzare le bancarelle abusive di frutta e verdura. È una mafia che arranca. Le microspie registrano pure le lamentele dei familiari dei detenuti. “Ancora niente...”, diceva Teresa Marino, moglie del boss di Porta Nuova, Tommaso Lo Presti, a cui tardava ad arrivare la “mesata”. Anche la catena di solidarietà, vera forza dei clan, rischia di spezzarsi. In un simile contesto, però, a Catania finisce sotto sequestro un colosso delle costruzioni come Tecnis. Imprenditori del calibro di Domenico Costanzo e Concetto Bosco Lo Giudice vengono descritti come inizialmente intimiditi dalla mafia e poi in combutta con i boss, capaci di condizionare gli appalti dell'anello ferroviario di Palermo e della metropolitana di Catania. Come dire, non ci sono le grandi opere pubbliche degli anni in cui i boss organizzarono il patto del tavolino per non lasciarsene sfuggire neppure uno, ma quando si presenta l'occasione i boss sono pronti a intervenire. Riescono a condizionare la burocrazia più che la politica. 
A pensarci bene, però, qualora le ipotesi investigative saranno riscontrate, sembrano gli ultimi strascichi di una vecchia mafia. Le indagini ci dicono che i lavori a Palermo, ad esempio, facevano gola a Salvatore Lo Piccolo, capomafia di San Lorenzo in carcere dal 2007. Anche il superlatitante Matteo Messina Denaro era interessato, ce lo conferma un pizzino, al “discorso di Punta Raisi”, riferendosi a una serie di lavori in aeroporto. Anche il pizzino, però, fu trovato addosso a Lo Piccolo nel 2007, quando lo arrestarono a Giardinello. 
Il nocciolo della questione è che nel passaggio dai vecchi padrini a quelli nuovi potremmo esserci perso qualche pezzo importante. Il caso dell'avvocato Marcello Marcatajo, stimato professionista al soldo dei clan Graziano-Madonia-Galatolo per riciclare il denaro sporco, fa suonare l'allarme. I piccioli delle storiche famiglie mafiose sono ancora in circolazione e il guaio è che forse non riusciremo più a scovarli. Perché a distanza di decenni i piccioli non puzzano più di mafia e malaffare, ma sono stati investiti in attività lecite, servendosi di prestanome insospettabili. Compravendita di immobili, aperture di negozi, acquisito di licenze, persino sofisticati strumenti finanziari come i trust: la mafia ricicla soldi e nessuno vede. Persino i professionisti - notai, avvocati, commercialisti - sono spesso distratti, non notano alcunché di strano, nonostante siano obbligati a segnalare le operazioni sospette. E allora ci si chiede quanti Marcatajo si aggirino fra di noi.
E si torna alla domanda iniziale: con quale mafia ci si deve oggi confrontare? Forse l'immagine più fedele è quella di una Cosa nostra strutturata a più livelli. Nel primo, partendo dal basso, trovano spazio i capi delle singole famiglie che devono affrontare la gestione della quotidianità fatta, per lo più, di pizzo e spaccio di droga. Di questa mafia abbiamo una fotografia aggiornatissima grazie ai pentiti. Sono collaboratori che, però, sanno poco o niente degli omicidi. Hanno subodorato le frizioni esplose nella violenza, ma nulla sanno su chi e perché abbia ammazzato Peppuccio Calascibetta a Santa Maria del Gesù (a pochi passi dal luogo dell'agguato di ieri), Giuseppe Di Giacomo alla Zisa e Francesco Nangano a Brancaccio. Evidentemente sono state decisione prese ad un livello più alto a cui non hanno accesso. Eliminazione chirurgiche che non hanno scatenato alcuna vendetta.
Il livello più alto, la cui esistenza viene confermata dalle recenti indagini, ha visto emergere personaggi carismatici che hanno presieduto una sorta di direttorio. L'ultimo sarebbe stato Tanino Tinnirello, il grande vecchio di Corso dei Mille, “la persona che è all'ombra di tutto”. I capi mandamento - da Brancaccio a Porta Nuova, da San Lorenzo a Santa Maria del Gesù - sapevano che “si succedi cosa” si dovevano rivolgere “o zu Taninu”. E Tinnirello avrebbe evitato che esplodesse una guerra fra i mafiosi di Brancaccio e quelli di Bagheria per mettere le mani su Villabate. Tinnirello è stato arrestato. Chi ha preso oggi il suo posto?
Tinnirello non è l'unico della vecchia guardia finito di nuovo nei guai. Perché i boss quasi sempre ritornano. A Santa Maria di Gesù, ad esempio, si erano rifatti vivi Salvatore Profeta e Natale Gambino, scarcerati perché ingiustamente condannati per la strage di via D'Amelio. Ci sarebbe la loro macabra regia dietro il delitto organizzato per punire Mirko Sciacchitano, un ragazzo colpevole di avere avuto un ruolo marginale in un precedente tentato omicidio. Altra vecchia conoscenza è Giuseppe Greco condannato nel processo Ghiaccio, libero per fine pena, e ora di nuovo in cella con l'accusa di avere perso le redini del mandamento. A proposito di scarcerati nel rione sono tornati in libertà Sandro Capizzi e Salvatore Adelfio. Mentre libero, nonostante il suo nome saltò fuori a più riprese nelle informative degli investigatori, è sempre stato Michele La Mattina, classe 1963. Gli investigatori lo piazzavano al vertice del mandamento. Avrebbe condiviso la reggenza con Calascibetta. 
Il vecchio che avanza ci impone una riflessione che ci conduce al terzo livello. Un livello popolato da coloro che oggi rappresentano i nuovi mafiosi. Hanno cognomi pesanti che arrivano dal passato, ma è dal passato che hanno saputo smarcarsi. Hanno sfruttato i soldi mai sequestrati per ripulirli e oggi fanno affari in Sicilia e in giro per l'Italia. Trasporti, servizi, pulizie, carburanti, energie alternative: ci sono settori in cui vigono regimi di monopolio. I nuovi mafiosi probabilmente non si sporcano le mani. Non si mescolano ai boss dei polli (il pentito di Tommaso Natale Silvio Guererra ci racconta di essere intervenuto per stoppare la concorrenza di un rosticciere che incideva negativamente sulla vendita dei polli arrosto del figlio). Addirittura sembrerebbero disinteressati a ciò che fanno i nuovi mafiosi, impegnati come sono a fare soldi. A meno che non ci sia da discutere qualcosa talmente importante da farli scendere dal piedistallo di piccioli su cui sono saliti.

Eur spa, inchiesta per truffa sul Lunapark

Il fascicolo in procura sull’affidamento ad Abete. Coinvolti gli ad dell’azienda – la ruota panoramica del LunEur – Daniele Autieri e Giuseppe Scarpa - Una nuova inchiesta coinvolge il vertice di Eur spa e alcuni imprenditori della Capitale. In tutto nove persone (alle quali viene contestato il reato di truffa), iscritte sul registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta condotta dal pubblico ministero Paolo Ielo che il 17 febbraio scorso ha chiesto al gip Flavia Costantini (lo stesso di Mafia capitale) una proroga del termine per le indagini preliminari.

Sul fronte privato ad essere sottoposti a indagine risultano Luigi Abete, presidente di Cinecittà Entertainment, Ugo Cedrangolo, nominato nel 2013 presidente di Cinecittà, Filippo Chiusano, amministratore delegato di Luneur Spa, e l’avvocato Bruno Biscotto. I manager pubblici coinvolti raccolgono invece tutto il vertice di Eur spa (la società controllata al 90% dal Tesoro e al 10% dal Campidoglio) ad esclusione del management attuale. Sono infatti iscritti sul registro degli indagati Paolo Cuccia, presidente di Eur spa dal 2004 al 2009; Mauro Miccio, ad di Eur nel periodo della giunta Veltroni; fino ad arrivare a Riccardo Mancini (ex-ad di Eur spa, uomo vicinissimo all’ex-sindaco Alemanno e a Massimo Carminati e già sotto inchiesta per Mafia capitale), Pierluigi Borghini (ex-presidente di Eur ed ex-candidato sindaco di Roma), e Gianluca Lo Presti, direttore generale dell’ente fino a qualche mese fa.
Le indagini, che nascono dalla denuncia di un privato cittadino, sono ancora ad uno stadio preliminare e la presunzione di innocenza vale per tutti, ma la lista degli indagati porta dritta al cuore della vicenda che tocca la gestione del Luneur, il lunapark affidato nel 2007 al gruppo di Luigi Abete, e in particolare la realizzazione di alcune opere accessorie.
La storia viene da lontano e più precisamente dal 1953 quando inizia il lungo periodo di amministrazione del parco giochi nelle mani della società Luppro, costituita da famiglie di giostrai. Nel 2007 l’allora ad di Eur Mauro Miccio non rinnova la concessione e indice un nuovo bando di gara che nel 2008 viene vinto dalla Cinecittà Entertainment di Luigi Abete. La questione evidentemente non si chiude allora, perché – stando alla lista degli indagati – le responsabilità coinvolgono i vertici di Eur sotto tre amministrazioni (Veltroni, Alemanno, Marino).
E infatti dal 2008 fino ad oggi il parco non ha riaperto (l’inaugurazione della struttura totalmente ricostruita è ormai prossima e prevista per il mese di giugno), anche se il presidente dell’associazione dei giostrai, Saverio Pedrazzini, ha continuato senza sosta la sua battaglia contro un affidamento ritenuto dall’inizio illegittimo. Oltre a Pedrazzini, anche le autorità, nazionali e locali, hanno cominciato a ravvisare nel tempo alcune anomalie dell’affidamento. Le prime crepe sono emerse nel maggio scorso quando l’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici ha espresso dure critiche alle procedure con cui era stato assegnato l’appalto.

Da lì il dossier Luneur è arrivato prima all’Anac guidata da Raffaele Cantone per finire nei mesi scorsi sul tavolo dell’ex-assessore alla Legalità del Campidoglio, Alfonso Sabella.
Nessuno però fino ad oggi sapeva che già dall’estate del 2015 la Procura di Roma ha acceso un faro sulla vicenda. Iscrivendo sul registro degli indagati chi ha guidato la società pubblica negli ultimi dieci anni.

QUANDO LEGGI SU FB COMMENTI COME “TOTÒ RIINA SEI IL NUMERO 1”

“NOI VI VOGLIAMO AVVERTIRE CHE SE UN SOLO GALANTUOMO DI CORLEONE VERRÀ CONDANNATO, VOI SALTERETE IN ARIA, SARETE DISTRUTTI” NON PUOI NON INIZIARE A MALEDIRE LA TUA RAZZA. TeleJato - Errare è umano ma perseverare è diabolico, diceva Seneca. Ma 15 mila persone che mettono “Mi piace” alla pagina che inneggia alla malavita siciliana come si possono denominare? Parole non ce ne sono per questi eventi. Nessun termine potrebbe rendere giustizia a queste teste di minchia che nel 2016 ancora credono che con la violenza e l’estorsione possano rendere il Mondo un posto migliore. La pagina Malavita Siciliana ha più di 7mila mi piace, Malavita Palermitana 15mila circa e tenetevi stretti, Noi Carcerati ha poco più di 50mila like. Si, c’è addirittura una pagina che afferma a chiare lettere che ci vorrebbe l’amnistia per tutti (tranne per pentiti e pedofili, che sia chiaro), così da avere in piena libertà assassini, terroristi, ladri e stupratori. Gente repressa, gente che la cultura non sa dove sia di casa, gente che da dietro uno schermo, anzi una pagina, si sente forte, sprezzante del pericolo.

La redazione di Telejato vi invita a fare qualcosa. Andate per strada e manifestate per i vostri ideali (di sta minchia). Se pensate che quello che dite è giusto, mostrate il vostro volto a tutta l’Italia, fate vedere chi è quel coglione che preferisce che i boss corleonesi siano fuori dalle patrie galere a sciogliere i bambini nell’acido piuttosto che farli marcire in un carcere di massima sicurezza. Meglio avere per strada l’assassino di tua sorella piuttosto che le forze dell’ordine garanti della sicurezza … VERGOGNA! Ma è davvero questo il mondo che sognate per i vostri figli? Ma vi rendete conto che quello che dite è davvero raccapricciante?

L’ignoranza è una brutta bestia. A parte il boss Navarra, infatti, è celebre il fatto che il massimo comune divisore che accomuna mafiosi e pezzi di merda sia l’ignoranza, il non saper scrivere una frase intera senza errori grammaticali. E in queste pagine si riscontrano centinaia di migliaia di storpiature. Oltre che stupidi anche ignoranti. Per non parlare dell’odio nei confronti del carcere duro, il 41bis. È possibile leggere: “Era un bravo ragazzo, non ha fatto nulla di male”, oppure “povero ragazzo” e ancora “il 41 bis è una vergogna!” Certo, il vostro parente che ammazza qualcuno, che ordina omicidi, che complotta vere e proprie stragi, è un bravo ragazzo, ma se qualcuno, invece, uccide un vostro familiare, quello si che merita il carcere duro, meriterebbe addirittura la sedia elettrica! Ma come minchiaragionate? Cercate di collegare il cervello alla bocca un po’ più spesso. Il ribrezzo è tanto nei confronti di questa gente. L’umanità potrebbe tantissimo fare a meno di voi, sappiatelo. Cercate di aprire gli occhi e comportarvi da adulti invece di credervi superiori o più furbi degli altri.

La pagina di Pino Maniaci e quella di Telejato Notizie nel frattempo viaggiano rispettivamente tra i 70 mila e i 40 milalike. Questa è l’unica nota positiva di questo viaggio virtuale dentro la comunità di Facebook. Ci dispiace cari fan di Totò Riina e Provenzano, ma siete e resterete sempre una minoranza. Perché questo siete, dei minorati. Noi non ci pieghiamo e continuiamo a segnalare. Segnaleremo queste e tutte le pagine che vogliono infangare la Sicilia, e quindi chiediamo a voi telespettatori di diffondere questa notizia, di segnalare a fb queste pagine terribili e di costituirne altre che promuovano la nostra Terra in tutto il mondo.

Per fortuna noi, persone Libere e Oneste, siamo la maggioranza. Francesco Li Volti

MAFIA, CAMORRA, ’NDRANGHETA, SACRA CORONA: ORIGINI, EVOLUZIONI, CARATTERI COMUNI E DIFFERENTI

La criminalità organizzata in Italia si presenta con profonde differenze ma con un elemento comune fondamentale: Il controllo del territorio. Anche quando la sua attività si espande a livello internazionale essa non perde mai la presa sul territorio di riferimento.  Si tratta di modelli di organizzazione criminale che sono stati esportati in tutto il mondo, e le loro varie caratterizzazioni hanno origini diverse. La Camorra ha origini urbane e dalla città si è successivamente espansa alla provincia; è un fenomeno campano che al più si estende al basso Lazio.

La Mafia nasce nelle campagne come strumento di controllo delle tensioni sociali represse con ferocia. Nasce prima come strumento della grande proprietà fondiaria fino a scalzarla ed a controllare direttamente le campagne, e da esse parte alla conquista delle città mediante le estorsioni, il controllo dell’attività edilizia e delle attività economiche. La ‘Ndrangheta si caratterizza invece per la sua rigida organizzazione per clan familiari impermeabili a pentitismi e dissociazioni.

La Sacra Corona, poi, ha più caratteristiche mafiose che camorristiche. La prima e fondamentale differenza fra camorra e mafia è che mentre la prima è organizzata per clan legati a parti definite di territorio, spesso in lotta far di loro, la seconda pur avendo anch’essa una ripartizione territoriale (i mandamenti) ha una direzione centrale che ne coordina le attività. Ha una estensione territoriale negli Usa con la quale conserva molti legami anche se quella d’oltreoceano si è resa autonoma.

Una forte rete di legami internazionali, in particolare col Sud America come origine del traffico di droga, caratterizza la ‘Ndrangheta.

La Sacra Corona si limita a controllare la Puglia ed i territori confinanti senza intervenire né in Calabria né in Sicilia.

In rapporto alla politica hanno comportamenti diversi. La Camorra tende a conquistare influenza politica nei piccoli e medi comuni in cui è più facile condizionare i partiti per controllare il settore degli appalti pubblici. Quindi la camorra tende molto al controllo dei politici locali e spesso si adopera per avere uomini di fiducia alla guida dei comuni

La Mafia, pur seguendo questa traccia, ha tuttavia un maggior interesse nella politica nazionale. Di qui la sua attenzione ad inviare in Parlamento uomini di fiducia. La sua evoluzione coinvolge attualmente anche il controllo delle banche e l’investimento delle notevoli disponibilità economiche nelle attività finanziarie con una gestione affidata a professionisti di fiducia. Non dimentichiamo che il primo vero delitto di mafia fu l’omicidio Notarbartolo. Costui, uomo integerrimo della Destra storica, fu inviato a Palermo per mettere ordine nel Banco di Sicilia dominato dalla mafia che utilizzava i fondi della banca per le sue attività, la concessione di prestiti senza garanzie ai suoi affiliati ed addirittura per giocare in Borsa allo scoperto lucrando sulle plusvalenze e scaricando sulla Banca le perdite. Notarbartolo intervenne con decisione azzerando il consiglio d’amministrazione e mettendo i bilanci sotto rigido controllo, facendo rientrare le esposizioni senza garanzie. Nel pieno della sua attività fu ucciso a coltellate su un treno diretto a Trabia dove si recava per controllare le sue proprietà. Il mandante dell’omicidio fu l’onorevole Palizzolo, uomo della mafia in Parlamento (a conferma della tesi esposta dianzi). Palizzolo fu assolto in un processo farsa a Roma ed accolto a Palermo, dopo l’assoluzione, come un trionfatore. Nota storica: questo stesso Palizzolo si recò negli USA ed in una famosa assemblea a New York convinse i vari clan mafiosi ad allearsi in una unica associazione criminale. Egli fu in effetti il fondatore della Mafia americana così come siamo abituati a conoscerla.

La camorra non ha mai avuto tali aspirazioni. Una caratteristica operativa della Mafia è quella di sacrificare qualche membro di minore importanza o caduto in disgrazia per allentare la pressione repressiva dello Stato. Riina è stato la vittima più conosciuta di tale procedura.

C’è un proverbio mafioso che illustra questa tattica, “càlati junco ca passa la china”, vale a dire “abbassati giunco perché sta passando la piena”, ovvero bisogna sparire quando la pressione è forte ed essere pronti a riapparire appena la “piena” è passata.

Il core business della ‘Ndrangheta è il traffico di droga. Di qui i suoi forti legami con la criminalità organizzata del Sud America, con qualche propaggine fino all’Australia. Spesso i traffici e la loro organizzazione sono gestiti da veri e propri ambasciatori calabresi. La ‘Ndrangheta, forte della sua rigida chiusura in clan familiari, nonostante il forte impegno internazionale non rinuncia al ferreo e feroce controllo del territorio gestendo, fra l’altro, la tratta dei braccianti clandestini; su questo modello si muove anche la Sacra Corona.

Come tutti i fenomeni umani anche queste organizzazioni evolvono sia per spinte interne sia in reazione all’azione repressiva dello Stato che spesso impone drastici cambi nei gruppi dirigenti.

È convinzione unanime che lo strumento repressivo non basti di per sé ad eliminare il fenomeno della criminalità organizzata, perché può anche avere effetti inaspettati. A Napoli, ad esempio, i successi delle forze dell’ordine hanno decapitato i clan, ma ciò ha avuto come effetto la messa in libertà delle giovani leve.

Perciò la città si trova ad affrontare un fenomeno per noi nuovo: la guerra fra bande giovanili che è un dato strutturale della vita delle periferie delle città americane e che assume aspetti terrificanti in Sud America. Questo nuovo tipo di criminalità non si interessa della politica né di avere coperture istituzionali. È guerra allo stato puro per il controllo delle piazze di spaccio e per la gestione delle notevoli risorse che il traffico genera.

Rispetto a questi fenomeni c’è una debolezza intrinseca nell’azione dello Stato: la sua perdita di autorità nei territori controllati. La vita nei quartieri inquinati è terribile e la gente comune è spesso sottomessa sia per paura sia per le briciole del traffico che consentono di sopravvivere. C’è una mentalità diffusa in certi quartieri, se non di approvazione, di tolleranza verso fenomeni che da tempo ne caratterizzano la vita e che li fanno considerare quasi “normali”.

La battaglia culturale contro questa mentalità assuefatta al clima di prevaricazione sarà lunga e richiede un deciso intervento dello Stato con investimenti mirati al recupero della dispersione scolastica e al rafforzamento della rete di protezione sociale. Purtroppo la tendenza va in senso opposto, e proprio in questi quartieri è carente la strutturazione sanitaria, le scuole sono tenute in maniera pessima e manca del tutto ogni struttura in assistenza alla prima infanzia. La minacciata chiusura delle strutture di assistenza al parto agli Incurabili, all’Annunziata, sono la pratica dimostrazione che la ragioneria, la rigida ricerca dell’equilibrio contabile che non tiene conto dei risvolti sociali di certi provvedimenti non serve nelle crisi sociali. Questi provvedimenti accentuano la sensazione di abbandono di questi quartieri e rafforzano l’autorità dei clan. Capisco che nei quartieri bene dove vivono i saggi ricercatori dell’equilibrio di bilancio a tutti i costi questi problemi vengano snobbati; qui però dovrebbe sovvenire la politica vera, quella con la P maiuscola.

Purtroppo non vedo né a livello locale né a livello nazionale la consapevolezza della gravità del problema. Sempre pronte le anime belle a sottoscrivere appelli anti mafia o anti camorra lasciando a qualche generoso sacerdote o a qualche volenterosa associazione il compito di stare in trincea a difendere perlomeno il nostro onore.

Ritengo che sia giunto il momento che le articolazioni territoriali dei partiti. Il PD in primo luogo, ma anche gli altri intervengano concretamente perlomeno ad affrontare la battaglia culturale contro il permanere di mentalità che danno prestigio ai delinquenti.

Come dice il padre Dante: «Qui si varrà la tua nobilitate», non nella diatriba sulle primarie o sulla autocelebrazione della propria pretesa onestà.

 

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