Mafia, commissario Antiracket: “Più omertà nel Nord Italia che al Sud”

Santi Giuffrè ha presentato questa mattina i dati dello Sportello Solidarietà: dal 2013 ad oggi seguite 126 persone, ottenuti 41 provvedimenti di sospensione dei termini di pagamento di tasse e mutui bancari in favore delle vittime e 1.300 atti di assistenza

Giuseppe Pipitone - 15 aprile 2016 - I commercianti che non denunciano le estorsioni mafiose? Ormai sono più diffusi nel Nord Italia. Ne è sicuro Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”, ha detto Giuffré, intervenuto nei locali della prefettura di Palermo, per presentare i dati relativi all’attività dello Sportello di Solidarietà. Creato nel 2013 dalla collaborazione dell’associazione Addiopizzo con l’ufficio del commissario antiracket e la Fai (Federazione associazioni antiracket e usura italiane), lo Sportello di Solidarietà fornisce supporto giuridico, economico e psicologico alle vittime di racket ed usura. Si tratta di un team di avvocati, commercialisti e psicologi che in due anni di lavoro ha seguito 126 persone, ottenendo 41 provvedimenti di sospensione dei termini di pagamento di tasse e mutui bancari in favore delle vittime e fornendo oltre 1.300 atti di assistenza tecnico amministrativa.

“C’è anche un altro elemento – ha continuato il commissario Antiracket – che porta a considerare il Sud meno omertoso: la consapevolezza di uno Stato che sa dare ristoro e servizi, ma anche, aiuti economici agli imprenditori per farli ripartire”. Nel 2015 in tutta Italia i fondi erogati in favore di vittime di racket e usura ammontano a 15 milioni di euro, mentre in due anni di attività lo Sportello di Solidarietà di Palermo ha ottenuto finanziamenti per 5 milioni e mezzo di euro in favore di 25 imprenditori che hanno denunciato il racket. “Purtroppo capita anche di ritrovarsi davanti un imprenditore che abbia ottenuto un riconoscimento e un risarcimento quale vittima di estorsione e poi sia incappato in un’indagine giudiziaria”, ha fatto notare, invece, Tano Grasso, presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket e antiusura Italiane. Il riferimento è a Vincenzo Artale, l’imprenditore di Alcamo che nel 2006 aveva denunciato il pizzo, riuscendo ad ottenere un risarcimento da 250mila euro, recentemente arrestato nell’ambito di un’inchiesta antimafia.

“Oggi Palermo è molto cambiata – ha continuato Grasso – inizia a manifestarsi una vera e propria strategia da parte di alcuni settori imprenditoriali che hanno una consistente contiguità con gli ambienti mafiosi ad accreditarsi come imprenditori antiracket. Si acquisisce così il marchio dell’impresa antiracket e si prova ad ottenere benefici e una sorta di immunità dalle indagini giudiziarie”. Presente alla conferenza dello Sportello di Solidarietà anche Bernardo Petralia, procuratore aggiunto di Palermo, che ha sottolineato la mancanza di “un accordo per indurre il fisco e l’Agenzia delle Entrate ad essere più flessibile: interpretazioni rigide talvolta rendono del tutto virtuali provvedimenti di sospensione dei termini di pagamento dei debiti fiscali”. Il rischio è che si replichino casi simili a quello di Ignazio Cutrò, l’imprenditore edile che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori, ma ha poi dovuto chiudere la sua azienda, schiacciata dai debiti.

Mafia, confisca da tre milioni - Terreni, immobili e conti correnti

TRAPANI - Beni per tre milioni di euro sono stati confiscati ieri a Filippo Coppola, detto "U Prufissuri", vicino ai mafiosi Vincenzo Virga e Matteo Messina Denaro. L'operazione è stata condotta dal Nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Trapani, insieme al servizio centrale del Ros, in esecuzione del provvedimento emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, su richiesta della Dda di Palermo. Il patrimonio confiscato comprende 7 terreni agricoli; 6 tra case e magazzini; un'impresa agricola individuale; 13 rapporti bancari; 4 polizze assicurative. I beni erano stati sequestrati dai carabinieri il 13 novembre 2013. Filippo è fratello di Girolamo Antonino Coppola, funzionario della Regione siciliana, indagato nel 2009 per associazione mafiosa nell'ambito dell'operazione denominata "Golem".

La militanza in Cosa nostra di Filippo Coppola (ex insegnante, da qui il soprannome di U Prufissuri) risale agli anni '70. Fu lui a battezzare Vito Sugamiele, classe '74, nipote del vecchio boss Vito Sugamiele. Nel 1996 fu arrestato per aver, in concorso, protetto la latitanza di esponenti di Cosa nostra; nello stesso anno, nell'ambito dell'operazione "Rino fase II", Coppola fu nuovamente arrestato. Nel 2002 una sentenza definitiva l'ha riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e condannato a 7 anni. Anche dal carcere ha esercitato il suo potere nella famiglia mafiosa di Paceco. Dall'indagine emerge un'inspiegabile facilità da parte di Coppola ad accedere al credito bancario con l'erogazione di mutui per oltre 500 mila euro nell'arco di pochi anni. Disponeva anche di una villa costruita abusivamente negli anni Novanta e che doveva essere demolita a seguito di una sentenza del 2008.

I consigli di Gratteri ai sindaci reggiani

By Redazione -  15 Apr 2016 - Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria ha incontrato in Provincia gli amministratori pubblici nel penultimo degli incontri di Noicontrolemafie 2016: "Non dovete fare gli eroi, ma essere uniti e intransigenti nel dire subito no"

REGGIO EMILIA - Si è tenuto oggi nella sala del Consiglio provinciale l’incontro tra il procuratore aggiunto della Repubblica al tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, i sindaci e gli amministratori pubblici reggiani nell’ambito della penultima giornata di Noicontrolemafie 2016, il festival della legalità che per il sesto anno si tiene tra città e provincia

"Le indagini di mafia necessitano di tempo e di preparazione tecnica - ha detto Gratteri - di professionalità e conoscenza del territorio.. La metodologia della 'caccia alla volpe', ovvero mandare  uomini e mezzi in un posto magari quando c’è una forte pressione mediatica per 'abbaiare' il più possibile, non serve: quello che serve è avere sul territorio una struttura fatta da magistrati attrezzati e investigatori capaci".

Ancora: "Un capomafia vuole che i propri figli frequentino borghesia e aristocrazia, sposino magari la figlia del farmacista e studino nelle migliori scuole perché poi potrà gestirà la cosa pubblica e farlo in modo mafioso. Quindi sta a noi isolarli col nostro comportamento. A voi sindaci non chiedo di fare gli eroi ma solo di non frequentarli, di non prendere caffè al bar con loro. Il mafioso ha bisogno che il sindaco, il medico e il prete del paese si rapportino con lui, ma se questi lo isolano ignorandolo, non combattendolo armati ma semplicemente non dandogli spazio per interloquire, è già un grosso risultato. Dovete allenarvi a rispondere subito, automaticamente 'no', perché l’errore più grande che potete fare sarebbe quello di rispondere, alla richiesta di un mafioso, 'vediamo cosa si può fare': così non ve lo toglierete mai di dosso. Non dovete rimanere soli, perché da soli non ce la potete fare; avrete paura, dovete creare una rete con il prefetto e qui a Reggio Emilia avete un bravo prefetto; con l’esponente delle forze dell’ordine che più vi ispira fiducia, con gli altri sindaci. Perché se il  mafioso vi vedrà uniti e intransigenti, capirà che non è aria e desisterà. E alla vigilia delle elezioni, quando avrete paura di non farcela, guardatevi bene dal cadere in tentazione e fare patti con il diavolo…".

‘Siate intransigenti con la mafia’

15 aprile 2016 - di Giulia Gualtieri - ‘Siate uniti e intransigenti’. E’ questa la raccomandazione che il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, magistrato da sempre in prima linea contro la ‘ndrangheta rivolge agli amministratori locali: ‘Devono stare in rete: tra loro, con le forze dell’ordine e la prefettura, creare protocolli sempre più stingenti e avere meno potere discrezionale per esporsi meno.

Erano tanti i sindaci e i rappresentanti delle istituzioni presenti all’incontro organizzato nella sala del consiglio della Provincia per ‘Noi contro le mafie’. Gratteri ha detto loro di denunciare sempre anomalie, perchè la criminalità sul nostro territorio non è ancora una presenza ‘asfissiante’ come in altre regioni, si può combattere. In primis prendendo le distanze. ‘State lontani, ignorate i mafiosi, non offritegli un caffè, non dategli legittimità e non fatevi prendere dal panico per ottenere voti, è l’inizio della vostra fine’ ha detto.

Fondamentale – secondo Gratteri – la collaborazione con la prefettura. Molto sentito l’intervento, fuori programma, del prefetto Raffaele Ruberto: ‘C’è stata una fetta della società reggiana che non ha voluto vedere in passato, ma ora siate d’esempio – ha detto agli amministratori – con i vostri valori di Resistenza non dovete sopportare che qualcuno che vi imponga comportamenti illeciti’. Lo storico Antonio Nicaso ha sottolineato come siano mancati gli ‘anticorpi economici’ da parte di imprenditori hanno seguito soltanto la legge del mercato, non ponendosi il problema dell’etica. ‘La mafia oggi anche qui segue interessi economici – ha detto – e non è più subalterna alla politica’.

‘L’inchiesta ‘Aemilia’ è una ripartenza – ha detto il procuratore Gratteri – ma per combattere davvero la mafia anche sul piano guidiziario servono investigatori e magistrati attrezzati, che in passato sono mancati: ‘Servono più uomini e mezzi, le inchieste per mafia richiedono tempo e specializzazione’.

Infiltrazioni mafiose, Brescello verso lo scioglimento

Martedì arriverà la decisione. Alfano lo avrebbe proposto, ora il consiglio dei Ministri valuterà

Brescello (Reggio Emilia), 16 aprile 2016 - Su Brescello si deciderà martedì al prossimo consiglio dei Ministri. Intanto, però, circolano rumors sul fatto che il Comune di Peppone e don Camillo potrebbe andare verso lo scioglimento.

Pare, infatti, che il ministro dell’Interno Angelino Alfano avrebbe chiesto di procedere in tal senso, lasciando proprio al consiglio dei Ministri la decisione finale.

Le voci di un possibile scioglimento risultano ancora più verosimili se si confronto l’iter della procedura con il Comune di Finale Emilia, nel Modenese, sottoposto a una commissione d’accesso dopo i risultati dell’indagine Aemilia. In quel caso, il ministro dell’Interno non aveva nemmeno presentato la questione al consiglio dei Ministri; autonomamente aveva stabilito che non vi erano abbastanza elementi per procedere allo scioglimento, diversamente da quanto aveva richiesto il prefetto di Modena.

Anche nel caso di Brescello, il prefetto ha chiesto – in accordo con i risultati della relazione della commissione d’accesso e dopo le consultazioni con forze dell’ordine e magistrati – di sciogliere il Comune della Bassa per il concreto pericolo che ci siano state infiltrazioni mafiose all’interno dell’apparato amministrativo.

Ma a differenza di Finale il ministro Alfano ha deciso di portare il caso davanti al consiglio dei Ministri, non prendendo scelte autonome. Quindi è verosimile che abbia optato per lo scioglimento.

Tanti gli elementi che sarebbero stati riscontrati dalla commissione prefettizia, inviata dal prefetto Raffaele Ruberto sulla base di un’informativa redatta dai carabinieri che aveva già sollevati alcune questioni meritevoli di approfondimento.

La commissione – composta da Adriana Cogode, il capitano dell’Arma Dario Campanella e Giuseppe Zarcone, con un team di supporto investigativo di carabinieri nominati sulla base delle relative e specifiche competenze tecniche e professionali, insieme ai referenti della questura e della guardia di finanza – ha lavorato per sei mesi negli uffici del comune della Bassa, incrociando dati e documenti in modo minuzioso.

Nella relazione finale, di oltre 300 pagine si parla di dipendenti comunali a tempo determinato riconducibili alla famiglia Grande Aracri, ad appalti e subappalti ‘sospetti’, a particolari cambi di destinazione d’uso dei terreni soprattutto per quanto riguarda la zona denominata Cutrello dove, tra gli altri, vive Francesco Grande Aracri, il fratello del boss Nicolino, condannato in via definitiva per associazione mafiosa.

Elementi ritenuti sufficienti per Alfano, secondo i rumors che circolano, per chiedere lo scioglimento del comune per mafia: sarebbe il primo in Emilia Romagna. Ora l’appuntamento è per il consiglio dei Ministri di martedì.

Mafia, confiscati beni per 3 milioni di euro a Filippo Coppola

16 aprile 2016 - Nella giornata di ieri, 14 aprile 2014, il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Trapani, unitamente al ROS – Servizio Centrale – ha dato esecuzione al provvedimento di confisca beni per mafia emesso dal Tribunale di Trapani, sezione misure di prevenzione, su richiesta della DDA di Palermo nei confronti del boss Filippo Coppola, alias “u prufissure”, vicino ai noti mafiosi Vincenzo Virga e Matteo Messina Denaro.

Il provvedimento riguarda: 7 terreni agricoli; 6 immobili adibiti a civile abitazione e magazzini; 1 impresa individuale agricola con sede in trapani; 13 rapporti bancari; 4 polizze assicurative. Il valore dei beni, già sottoposti a sequestro dai carabinieri il 13 novembre 2013, ammonta in totale a 3 milioni di euro.

Come giudizialmente accertato, l’assunzione della qualifica di “Uomo D’onore” di Filippo Coppola risale agli anni ’70, quando tenne a battesimo Vito Sugamiele cl.’74, nipote del vecchio Boss Vito Sugamiele. Posizione poi definitivamente emersa nel quadro dell’impegno investigativo “cadige” e in cui il preposto nel 1996 veniva tratto in arresto per aver, in concorso, aiutato esponenti latitanti di “Cosa Nostra” ad eludere le ricerche dell’autorità.

Sempre nel 1996, nell’ambito dell’operazione “R.I.N.O. fase II”, il Coppola fu nuovamente arrestato e con sentenza, divenuta irrevocabile nel 2002, riconosciuto colpevole del delitto di Associazione Mafiosa pluriaggravata e condannato alla pena di anni 7 di reclusione. Le indagini dell’epoca avevano accertato sul conto del Coppola: la partecipazione ad una serie di attività dirette a dare attuazione agli interessi dell’organizzazione, peraltro protrattasi in un ampio periodo; la presenza ad almeno una riunione di mafia; il compimento di attività di supporto all’organizzazione di una riunione tra esponenti mafiosi del calibro di Vincenzo Sinacori, peraltro all’epoca latitante, e di Antonino Melodia.

Il Coppola ha avuto un ruolo sempre determinante nelle dinamiche mafiose della provincia, continuando anche dal carcere ad esercitare il suo potere all’interno della Famiglia Mafiosa di Paceco. Nelle indagini confluite nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Palermo a carico di Pace Francesco + 6,  per associazione di tipo mafioso, emerge come, nonostante la lunga detenzione, il Coppola avesse continuato a mantenere i collegamenti con i vertici dell’organizzazione criminale, dispensando consigli e direttive per eludere le investigazioni e gestire delicate vicende di Mafia.

Filippo Coppola, anche dopo la detenzione e la misura di sicurezza cui è stato sottoposto, ha continuato a mantenere saldi rapporti con la consorteria mafiosa d’appartenenza, riscuotendo rispetto e consensi dai sodali, come evidenziano da ultimo le costanti frequentazioni con pregiudicati e mafiosi di spessore.

Lo stesso Coppola, dopo essere stato sospeso e successivamente  destituito dall’insegnamento, in conseguenza della condanna penale per associazione mafiosa, nel 2004, ovvero a pochi mesi dalla scarcerazione, aveva avviato diverse attività commerciali, intestandole a propri familiari, al fine di sottrarle ai possibili provvedimenti ablativi. L’analisi dei flussi patrimoniali e finanziari ha infatti evidenziato una macroscopica sperequazione nella fase di acquisto dei beni oggetto dell’odierno provvedimento, facendo altresì emergere un’inspiegabile facilità ad accedere al credito bancario con l’erogazione di mutui per oltre 500 mila euro nell’arco di pochi anni.

Gli accertamenti delegati dalla DDA di Palermo hanno consentito infine di verificare l’attuale disponibilità di una villa costruita abusivamente negli anni ’90 e della quale, a seguito di sentenza giudiziaria, era stata disposta la demolizione nel 2008.

Antimafia degli incarichi sotto attacco dopo Montante, indagato per mafia, anche Lo Bello per associazione a delinquere. Dimissioni ? Sono esseri speciali?

Il F.Q. Ignazio De Luca

Antimafia degli incarichi sotto attacco, dopo Montante, indagato per mafia, anche Lo Bello è indagato dalla Procura di Potenza, "solo" per associazione a delinquere. Scontata la tiritera garantista, anche questa, come ciancia Montante, sarà una  congiura? Il disgusto ci assale e pervade, leggendo il diktat di Lo Bello Ivan, alla Procura di Potenza : " .. mi sentano quanto prima.." Personaggi abituati come sono ad abusare delle Istituzioni per le cariche ricoperte, stentano a capacitarsi di essere comunque, semplici cittadini e non "deus ex machina".  Naturalmente, non ci aspettiamo che si farà da parte, lasciando le comode e lautamente ricompensare poltrone. Questi sono "Esseri Speciali", per cantarla con Franco Battiato.

Il vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello è indagato dalla Procura di Potenza. La circostanza emerge dagli atti dell’inchiesta su petrolio e appalti che ha portato anche alle dimissioni dell’ex ministro Guidi che i pm definiscono “inconsapevole strumento del clan”. Per assicurarsi il controllo di un pontile nel porto di Augusta, secondo i pm, fu costituita un’associazione per delinquere composta da Gianluca Gemelli, Nicola Colicchi, Paolo Quinto e lo stesso Lo Bello. A Colicchi e Gemelli è attribuito il ruolo di “promotori, ideatori ed organizzatori”; a Quinto e Lo Bello quello di “partecipanti”. Scopo del sodalizio, tra l’altro, fare del porto di Augusta (Siracusa), città natale di Gemelli, uno dei principali poli di stoccaggio del Mediterraneo. Un affare da 20 milioni di euro l’anno.

Scoppiata l’inchiesta Lo Bello aveva cercato di chiamarsi fuori, dicendosi “deluso” e  “tradito” dall’amico Gemelli, scaricando di fatto il fidanzato dell’ex ministro Guidi. Sostenne anche che Gemelli non gli parlò mai di un interesse per il pontile nel porto di Augusta. E invece le contestazioni all’associazione partono proprio dal pontile nel porto di Augusta per estendersi anche ad altri progetti di impianti energetici e permessi di ricerca e i “Sistemi di difesa e sicurezza del territorio” da attuare in Campania.

Per gli inquirenti l’organizzazione faceva “leva, soprattutto al fine di ottenere nomine di pubblici amministratori compiacenti o corruttibili, sul contributo di conoscenze ed entrature politico-istituzionali acquisite in anni di militanza politica da Quinto e Colicchi”. Gli inquirenti citano l’esempio di Alberto Cozzo, commissario straordinario del porto di Augusta, che è indagato e che ottenne la riconferma nell’incarico. Quinto è indicato negli atti dell’inchiesta come capo della segreteria della senatrice Anna Finocchiaro (Pd), Colicchi come componente dell’esecutivo nazionale della Compagnia delle Opere e con un ruolo nella Camera di Commercio di Roma.

L’organizzazione viene definita “rudimentale” dagli inquirenti, secondo i quali però “il gruppo di indagati ha mostrato di essere permanentemente impegnato in attività che, seppure connotate da finalità lecite, vengono perseguite attraverso condotte illecite, quali il traffico di influenze illecite e l’abuso d’ufficio”. Riferendosi in particolare al pontile nel porto di Augusta, Quinto, in un’intercettazione del 16 gennaio 2015, dice a Gemelli: “Se noi vogliamo fare una cosa intelligente, ti conviene prendere il pontile così condizioni l’uso di esso”.

“Ho appreso dalle agenzie di stampa di essere indagato dalla magistratura di Potenza” è il commento di Lo Bello. Che conclude: “Ho sempre avuto piena fiducia nell’operato dei magistrati. Chiederò alla procura di Potenza di poter essere sentito quanto prima per chiarire ogni cosa”.

Nelle carte si legge anche che l’ex Ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, era diventata “inconsapevole strumento di quello che lei stessa non aveva mancato di individuare quale vero e proprio ‘clan'” che aveva tra i componenti il suo compagno, Gianluca Gemelli (indagato). La Guidi, che non è indagata ma “parte offesa”, si è dimessa lo scorso 31 marzo dopo gli arresti eseguiti nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata.

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