Il tramonto dei corleonesi - Storia di sangue e mafia

Riccardo Lo Verso - PALERMO - "Dobbiamo considerare l'era dei corleonesi come una parentesi nella storia della mafia... quella guerra è finita", ha detto qualche tempo fa lo storico Salvatore Lupo. Nessuno ha la sfera di cristallo, ma il carcere sembra davvero avere chiuso la parentesi. Basta soffermarsi sulla sorte toccata agli ultimi tre capi. Totò Riina è stato arrestato nel 1993, due anni dopo toccò al cognato Luchino Bagarella, nel 2006 a Bernardo Provenzano. Sono sepolti al 41 bis. Il carcere duro non sempre è stato tale. È vero, i figli nati in provetta ai fratelli Graviano mentre erano detenuti ne sono stati la dimostrazione. Altrettanto vero, però, è che i tempi sono cambiati.

E meno male: prima Riina e compagni si "guadagnavo" le prime pagine con il sangue, oggi lo fanno con le parole. Il capo dei capi parlava a ruota libera, sollecitato dal compagno di passeggiata Alberto Lo Russo. Rancoroso, tracotante e anche un po' ciarliero. Se la prendeva con tutto e tutti. Se fosse stato ancora libero lui sai il “macello” che avrebbe fatto. Per mesi le cronache sono state impegnate nella missione impossibile di capire se i suoi monologhi fossero lo sfogo di uno che sa di non avere più alcun potere oppure se volesse mandare dei messaggi all'esterno, confidando - qualora fosse vera questa seconda ipotesi - nella irrefrenabile e dilagante corsa a farci - noi tutti, nessuno escluso - mediatori di un messaggio che, altrimenti, sarebbe rimasto confinato nel giardinetto dell'ora d'aria del carcere di Milano Opera.

In un'altra occasione, nel giugno scorso, Totò Riina scelse addirittura di prendere la parola per difendere il cognato Leoluca Bagarella, accusato da un pentito di avere collaborato con gli investigatori per farlo arrestare. "Mio cognato è un galantuomo - disse il capo dei capi, facendo dichiarazioni spontanee al processo sulla trattativa Stato-mafia in cui entrambi sono imputati -. Non capisco perché questo pentito mi ha buttato questa pietra addosso". Stava parlando di Gaetano Grado.

Di Provenzano si parla ogni qualvolta c'è una nuova puntata della telenovela "41 bis sì - 41 bis no". Di recente il ministro della Giustizia gli ha confermato il carcere duro. Nonostante da quasi due anni sia ricoverato nel reparto detenuti dell'ospedale San Paolo di Milano in stato quasi vegetativo, il padrino sarebbe ancora una minaccia.

Lo scenario tracciato da tonnellate di carte giudiziarie e migliaia di intercettazioni telefoniche ci dice che il fascino dei padrini corleonesi resiste quasi esclusivamente nella testa dei nuovi mafiosi. Che spesso hanno cognomi antichi, come i Lo Bue, i Gariffo o i Grizzaffi (di Giovanni Grizzaffi, tutti attendono la scarcerazione nel 2018).

Sono i parenti e amici di Totò u curtu e Binu u tratturi che sarebbero tornati a comandare Corleone. Le recenti indagini ci dicono che la tradizione serve ancora ad alzare la voce in una grossa fetta di provincia, ci sono dei contatti con alcune famiglie palermitane e agrigentine, ma siamo lontani dai sanguinari fasti dei peri 'ncritati che tre decenni fa si mossero da Corleone alla conquista del capoluogo. “Ah se ci fosse Riina”, dicono i nostalgici di quella stagione di violenza. Si rammaricano per la loro assenza e ne parlano al passato.

A chiudere la parentesi ha contribuito soprattutto l'arresto degli ultimi grandi padrini. Provenzano, ma anche Nino Rotolo, boss di Pagliarelli, il più fedele difensore dell'ortodossia corleonese a Palermo. Ed era pronto alla guerra con il nemico numero uno, quel Salvatore Lo Piccolo che si era messo in testa di sponsorizzare il rientro in città degli Inzerillo e dei Gambino, rampolli delle famiglie degli scappati in America per evitare il piombo corleonese. Finì che arrestarono tutti e gli animi si calmarono.

I corleonesi sopravvivono nel mito che affascina i giovani, ma anche nella mentalità di qualche vecchio che, tornato in libertà, tenta, a fatica, di fare valere le vecchie regole di Cosa nostra. Il potere, quello vero, dicono gli investigatori, è altra cosa. Persino il più corleonese dei non corleonesi, Matteo Messina Denaro, è indaffarato a nascondersi chissà dove, piuttosto che ad esercitare il potere nel territorio. È un fantasma. Chi batte un colpo ogni tanto, invece, è Giovanni Brusca, altro corleonese doc, che dice di essere diventato un uomo diverso, non più il crudele sanguinario che strangolava i bambini e li scioglieva nell'acido. Nonostante qualche marachella commessa sotto programma di protezione, lo Stato lo ha perdonato più volte e gli assegna dei permessi premio per trascorrere dei giorni fuori dal carcere.

 

Inchiesta mafia-droga – 6 anni di carcere a Musitano: in totale 8 condanne

Le accuse sono, a vario titolo, traffico di stupefacenti, possesso di armi e intestazione fittizia di beni. Francesco ‘Ciccio’ Musitano di Bareggio è stato condannato a 6 anni. Pene anche per i ‘suoi’ uomini. Gli avvocati difensori, ora, preparano l’appello: l’inchiesta continua

18 Aprile 16 - Ersilio Mattioni e Erika Innocenti - ALTOMILANESE – Il processo a Francesco ‘Ciccio’ Musitano e alle altre 7 persone, tutte residenti nei paesi dell’Altomilanese e accusate a vario titolo di spaccio di droga, armi e intestazione fittizia di beni, si è concluso con una serie di condanne.

La decisione dei giudici

Il Giudice Donatella Banci Buonamici, dopo 4 ore di camera di consiglio, ha letto la sentenza di primo grado. A ‘Ciccio’ Musitano, figlio del ‘boss’ Bruno Musitano originario di Platì e di quella che i magistrati definiscono “una famiglia mafiosa dominante in Bareggio e nei comuni limitrofi”, va la condanna più alta: 6 anni. 5 anni per Salvatore Santise (53enne di Bareggio e considerato il ‘cavallino’ di Musitano), sia per Stefano Caldiroli di Santo Stefano. Il figlio di Salvatore, il giovane Alessio Santise (domiciliato a Casorezzo) ha ricevuto una pena di 2 anni e 8 mesi. Invece, il magentino Alfredo Stallone è stato condannato a 2 anni e 6 mesi, come anche Filippo Modica, anch’egli di Magenta. Il 26enne Nicolas Riccobono di Marcallo ha ricevuto 2 anni e 2 mesi. Meno il suo coetaneo di Magenta Kevin Oldani, condannato a 2 anni. Tutti i condannati ricorreranno in Appello, dove che saranno rese note le motivazioni della sentenza, fra 90 giorni.

L’inchiesta

In attesa delle motivazioni, ci si chiede il perché di condanne così differenziate, ma la magistratura potrebbe aver tenuto conto dei diversi ruoli che gli imputati avevano nel giro dello spaccio di droga. Del resto, nelle carte dell’inchiesta gli stessi Pubblici ministeri avevano formulato richieste di misure cautelari differenti, distinguendo fra chi dovesse rimanere in carcere e chi dovesse aspettare il processo ai domiciliari. Caso esemplare quello di Salvatore Santise e del figlio Alessio (ai domiciliari a Casorezzo). Infatti Alessio non solo era incensurato ma, secondo gli inquirenti, avrebbe pure ricevuto un’educazione volta alla criminalità imposta dal padre, alla quale il giovane avrebbe pure cercato di ‘ribellarsi’. Si legge nell’ordinanza: “Si richiamano le numerose testimonianze intercettate tra i Santise, nel corso delle quali l’unica preoccupazione del padre Salvatore è quella di riscuotere il denaro che il figlio Alessio doveva riscuotere presso i diversi clienti, e questo a un certo punto si ribella ‘tu sempre e solo di soldi mi parli’”. Da qui la conclusione degli inquirenti: “Vista la sua giovane età (di Alessio Santise, ndr) – continua l’ordinanza -, la sua totale incensuratezza e al fatto che verosimilmente sia stato ‘educato’ in questo senso dal padre, appare adeguata e proporzionata al fatto la misura cautelare meno afflittiva degli arresti domiciliari”.

La ricostruzione dei fatti

Tutto era partito da un maxi blitz della Guardia di finanza di Milano avvenuto a luglio 2015 e aveva portato alla luce un’organizzazione criminosa, dedita soprattutto allo spaccio, radicata su tutto il nostro territorio. Allora in carcere erano finiti ‘Ciccio’ Musitano, Salvatore Santise, Caldiroli, Modica, Stallone, e il 26enne Oldani. Gli altri 2 (Alessio Santise e Riccobono) erano subito stati messi ai domiciliari. Preziosa, per individuare i capi dell’organizzazione, la testimonianza di un collaboratore di giustizia (il cui nome, per ovvi motivi, non possiamo rendere noto). Sarebbe stato lui a descrivere il traffico di droga in cui “era coinvolto Stefano Caldiroli, unitamente a soggetti che il dichiarante – si legge sempre nell’ordinanza – non conosceva ma che possono essere identificate in Francesco Musitano e, verosimilmente, anche Filippo Modica che spesso si accompagnava al primo e che manteneva con lo stesso ampi e frequenti contatti telefonici”. In questo quadro già inquietante si inserisce un elemento in più: l’attività di estorsione del gruppo criminoso. Da settembre, poi, tutti sono già ai domiciliari anche se, a marzo, il ‘cavallino’ Salvatore Santise è stato pizzicato dai carabinieri di Bareggio fuori dalla sua abitazione di cascina Figina. Processato per direttissima è stato poi rimesso ai domiciliari. Ora la condanna di primo grado è stata formulata per tutti e con pene di certo non leggere. L’inchiesta mafia-droga, intanto, prosegue.

 

Intervista al presidente dell'Anac Cantone: «Liste pulite, i partiti facciano una legge»

Mario Ajello

Presidente Cantone, è pronto a venire subissato dalle liste dei partiti per le elezioni amministrative? Vogliono tutti il bollino di garanzia dell’Autorità anti-corruzione.

«Già ci è arrivato, da una lista civica napoletana, un elenco di 40 candidati con la richiesta di verificare la bontà degli stessi. Com’è ovvio la restituiremo al mittente, molto cortesemente. Plaudendo alla loro volontà di far verificare la bontà dei candidati, ma aggiungendo che l’indirizzo non è quello giusto».

Ma non siete voi che dovete garantire la pulizia delle liste, sennò quello che è accaduto con Mafia Capitale può ripetersi sia a Roma che altrove?

«Si è creato un equivoco sul nostro ruolo. Tra i nostri compiti, non c’è assolutamente nulla che riguardi la politica e non vogliamo immischiarci in cose non nostre».

E allora chi è che vi interpella sempre: la commissione Anti-Mafia, i partiti che fanno lo scaricabarile?

«Ho incontrato nelle ultime settimane due dei candidati sindaci di Roma, Roberto Giachetti e Virginia Raggi. Ma abbiamo parlato della gestione degli appalti a Roma, che è notoriamente critica, e non di liste. Utilizzando una frase scherzosa, direi che l’Anac può dare il bollino blu sulle gare, ma non certo sulle persone».

 

Mafia Capitale: ricostruzione di un’inchiesta

Gli esordi dell’inchiesta Mondo di Mezzo sono stati recentemente esposti nel processo in corso presso l’aula bunker del carcere di Rebibbia, dal maggiore dei Carabinieri Giorgio Mazzoli.

Il tutto ha inizio da una informativa redatta da Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma, inviata al Reparto anticrimine. In questa nota viene ventilata la possibilità della ricostituzione di una ipotetica banda armata. La Procura delega per i necessari approfondimento il secondo Reparto del Ros, competente per le attività legate al terrorismo. Siamo nel giugno del 2010, e nell’informativa si indica come alcuni ex componenti dei NAR, Luigi Ciavardini, Carlo Gentile e Massimo Mariano, con precedenti specifici in materia, adottavano comportamenti che potevano lasciare intendere l’intenzione di organizzare delle rapine. In particolare, sempre nella nota, si fa riferimento all’apertura ed alla successiva chiusura di conti correnti presso una serie di istituti di credito. Tale comportamento suscita sospetti negli investigatori, come se si trattasse di sopralluoghi in previsione, appunto, di eventuali rapine.

Gli investigatori decidono di attivare le intercettazioni telefoniche sulle utenze delle persone indicate. Il 3 settembre 2010 vi è una prima richiesta di tabulati da parte degli inquirenti per verificare quali fossero i contatti telefonici intrattenuti dai soggetti indagati. I contatti confermano come tra le utenze coinvolte ve ne siano alcune che fanno riferimento ad ex appartenenti dei NAR con un passato di rapinatori di banca. Tra questi abbiamo anche Massimo Carminati, che all’epoca non era ancora indagato. Le indagini vanno avanti per alcuni mesi fino all’estate del 2011, quando gli inquirenti decidono di abbandonare l’ipotesi terrorismo per mancanza di riscontri oggettivi.

L’ipotesi del riciclaggio

Ricordiamo che Carminati ha recentemente scontato una condanna a quattro anni e mezzo per il furto avvenuto nel 1999 all’agenzia del Banco di Roma di piazzale Clodio, agenzia situata all’interno della città giudiziaria. Tale pena, pur avendo beneficiato di almeno tre indulti, è divenuta definitiva nel 2010, e nel 2011 Carminati è stato affidato ai servizi sociali. Dal settembre 2012  Carminati ha saldato tutte le pendenze con la legge e può considerarsi, a tutti gli effetti, un cittadino libero.

Nel frattempo gli accertamenti degli investigatori portano alla redazione di alcune informative che ipotizzano il coinvolgimento di Carminati in un’attività di riciclaggio. Le premesse di partenza sono i legami molto stretti da questo intrattenuti con Marco Iannilli. Oltre ad essere stati oggetto di un identificazione in un bar di Formello, di fatto Carminati usa la Smart di Iannilli, ed ha formalmente preso in affitto la sua abitazione di Sacrofano. Iannilli era già stato arrestato nel febbraio del 2010, coinvolto nell’inchiesta Phuncard-Broker. Verrà poi arrestato nuovamente nel 2012 per il fallimento della Arc Trade, società da lui gestita, coinvolta in un giro di false fatture e letteralmente svuotata del suo capitale, circa 4 milioni di euro, in gran parte proveniente dalla Selex del gruppo Finmeccanica, grazie al deus ex machina Lorenzo Cola, e da ENAV. I soldi transitati attraverso la Arc Trade di sarebbero poi finiti a diverse società collegate a Lorenzo Cola ed allo stesso Iannilli, come il ristorante Celestina ai Parioli, il cui gestore, Stefano Massimi, avrebbe affittato una casa a Cola, casa ristrutturata con i soldi della Arc Trade, così come sempre dalla Arc Trade sarebbero provenuti i soldi del canone di locazione.

E sempre dalla Arc Trade, via Gklolona Trading Ltd società con sede a Malta, sarebbe provenuta la tangente diretta a Riccardo Mancini, l’ex braccio destro del sindaco Gianni Alemanno, ed ex amministratore delegato di Eur spa, per l’acquisto di 45 bus dalla BredaMenarinibus, sempre del gruppo Finmeccanica.

Dai conti intestati a Gianluca Ius e da quelli di Cristian Palmas, sarebbero poi transitati diversi milioni di euro, 3 solo in quelli di Ius, soldi che gli inquirenti ritengono provenire dalle casse della Arc Trade, data la sproporzione con i redditi percepiti dai due soggetti indicati.

Sia Ius che Palmas sarebbero delle teste di legno collegate a Iannilli, così come analogo è il ruolo svolto dai cognati di Iannilli Maurizio Caracciolo e Nicola Gargiulo, e del cugino Roberto Carboni. I tre avrebbero ricoperto posizioni rilevanti all’interno di società responsabili dell’ emissione di false fatture nei confronti della Arc Trade. La stessa moglie di Iannilli, Fabrizia Maldarelli, sarebbe stata impiegata in una società, la Adv&Partners, nei cui conti sarebbero transitati parte dei soldi distratti dalla Arc Trade. Da tutta questa attività di riciclaggio, Carminati appare essere, fino ad ora, estraneo.

L’inchiesta Phuncard-Broker

L’indagine condotta dalla Guardia di Finanza nasce dalla rilevazione di movimenti bancari sospetti su un conto corrente; si tratta del conto di un imprenditore caduto in mano ad alcuni usurai, sul quale sarebbe transitata la tangente da un milione e mezzo di euro destinata ad un ufficiale della Finanza. La storia di questa tangente è per altro di estrema attualità, visto che sarebbe transitata attraverso i conti off-shore di una società con sede a Panama. La tangente proveniva da un’altra società, la Broker Management SA, alla quale facevano capo i flussi finanziari frutto della truffa carosello messa in atto attraverso le Phuncard, carte prepagate che davano diritto ad alcuni servizi coperti dal diritto di autore, servizi che poi si sono rivelati inesistenti, ma che tuttavia erano stati in grado di generare crediti d’imposta nei confronti dell’erario italiano per un paio di miliardi di euro.

Dietro alle società di tlc che fatturavano tali servizi inesistenti, Telecom Sparkle e Fastweb, si celava l’imprenditore romano Gennaro Mokbel, un passato nella destra eversiva ed amico di vecchia data di Carminati. La struttura dedita al riciclaggio ed alla creazione di fondi neri gestita da Mokbel, godeva dell’appoggio di alcuni manager delle due società,  e disponeva di basi operative rappresentate da società di comodo con sede in diversi paradisi finanziari, tra cui, oltre a Panama, anche Lussemburgo, San Marino e Londra.

Come mostrato dalla vicenda dell’elezione dell’ex senatore Nicola Di Girolamo, appoggiato dal Movimento Federalista, una sorta di Lega Sud creato da Mokbel, ed al via libera nelle liste del PDL alle elezioni del 2008 per la circoscrizione estero, concesso nientedimeno che dall’ex sottosegretario per le Riforme Istituzionali Aldo Brancher, i legami di tutta l’operazione Phuncard con la ndrangheta ed in particolare con la cosca degli Arena di Isola di Capo Rizzuto, erano evidenti.

Tutto in famiglia

Dunque la seconda informativa che riguardava Carminati e Iannilli e quello che gli inquirenti avevano ipotizzato essere uno sviluppato sistema di riciclaggio, coinvolgeva anche Gennaro Mokbel, Lorenzo Cola, la moglie di Iannilli, Fabrizia Mandarelli, oltre a due suoi cognati ed un cugino. Una holding del riciclaggio tutta in famiglia, o quasi.

La intercettazioni e i servizi di pedinamento messi in atto dal Ros, confermano gli stretti legami che intercorrono tra Carminati e Marco Iannilli, e nel settembre del 2011 il reparto anticrimine invia alla Procura di Roma una nota in cui viene chiesto di estendere l’attività investigativa anche ai danni di Massimo Carminati e della sua compagna, Alessia Marini, per sospetta attività di riciclaggio; questo in quanto il contratto di affitto della casa di Sacrofano era intestato alla stessa società alla quale era intestato il Blue Marlin, il negozio di abbigliamento della Marini, ovvero la Amc Industry srl, che sembrerebbe un acronimo di Alessia Marini Carminati.

Dall’ottobre 2011 sono dunque iniziate una serie di attività di pedinamento, oltre alle intercettazioni avviate già in settembre. Vengono verificati i comportamenti di Carminati, la residenza nella villa di Sacrofano, lo stazionamento presso il distributore di corso Francia. Le ipotesi di reato erano attività criminale associativa ai fini di riciclaggio: nello specifico i reati ipotizzati erano la rapina e l’usura.

Nel gennaio 2012 viene intercettata un’ ambientale in auto tra Carminati e Maurizio Caracciolo: l’intercettazione verteva su acquisizioni di immobili da parte di Carminati. Caracciolo era già indagato nel fallimento della Arc Trade, e questo porterà ad estendere i provvedimenti di intercettazione anche ai suoi danni. Caracciolo, come abbiamo visto è il cognato di Iannilli. Successivamente il secondo reparto, dopo quattro mesi, scopre che Maurizio è Agostino Gaglianone, soprannominato Maurizio, e quindi vengono avviate le intercettazioni su lui ed anche la video sorveglianza sulla sua attività, la IMEG srl, una rivendita all’ingrosso di materiale edile. Come vedremo, nella sede della IMEG si svolgeranno diversi incontri sia con Carminati che con Iannilli.

Nel febbraio 2012, a seguito di un servizio di osservazione e pedinamento vengono individuati altri soggetti nel circuito relazionale di Carmianti, e segnatamente Carlo Pucci e Fabrizio Testa.

Intanto dalle dichiarazioni di Roberto Grilli rilasciate nel procedimento a suo carico per traffico internazionale di stupefacenti, si evincono ulteriori informazioni sulle frequentazioni di Carminati; si effettua dunque un riscontro tecnico su questi contatti attraverso i tabulati telefonici. Il contatto tra Grilli e Carminati è Riccardo Brugia. Viene verificata anche la frequentazione con Roberto Lacopo e con il distributore di corso Francia, e successivamente viene identificato anche un tal Giovannone, alias Giovanni De Carlo, che utilizzava la stessa Smart in uso a Carminati.  Nel giugno 2012 vengono sottoposti a video sorveglianza il Blue Marlin ed il distributore di corso Francia. Nell’agosto 2012 viene censito un ulteriore contatto telefonico tra Riccardo Brugia ed Enrico Diotallevi. Vi è un servizio di osservazione che verifica le frequentazioni tra Brugia e Leonardo Diotallevi, figlio di Enrico. Nell’ottobre 2012 viene verificata la presenza di Ernesto e Mario Diotallevi con Carminati e Brugia, nei pressi del bar di via di Vigna Stelluti, abituale ritrovo di Carminati.

Nel settembre 2012 vengono implementate le intercettazioni ambientali nei luoghi frequentati da Carminati, in particolare il bar di Vigna Stelluti, assieme ad una video sorveglianza che però verrà attivata solo successivamente. Pochi giorni dopo, dal dicembre 2012 al gennaio 2013, vengono effettuate una serie di intercettazioni significative che individuano l’esistenza di un’associazione criminale con particolari caratteristiche, quelle della mafiosità. Ovvero l’esercizio e la minaccia della violenza, oltre all’utilizzo di questa al fine di coercizzare una serie di imprenditori legati all’amministrazione capitolina. Tale carattere coercitivo è  capace di influenzare anche le scelte dell’amministrazione Capitolina.

Il seguente 3 febbraio viene infine presentata alla Procura una nota informativa in cui il Reparto anticrimine identifica la presenza sul territorio di Roma di un sodalizio criminale di tipo mafioso, “originario e originale”, con caratteristiche tipiche del luogo e composto da individui locali che, pur confrontandosi allo stesso livello con altre organizzazioni mafiose, di ‘ndrangheta e camorra, detiene il potere di decidere chi fa e cosa, dietro il versamento di una parte dei ricavi.

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