Nella corsa al voto del 4 marzo i partiti hanno in gran parte ignorato il tema del contrasto alla criminalità organizzata. Anche perché oggi fa indignare di più l'auto blu del politico rispetto alla collusione con il clan

L’Espresso - GIOVANNI TIZIAN - 01 marzo 2018

I social, le piazze virtuali e quelle reali, traboccano di indignazione. Sdegno per la casta, per i vitalizi, per il finanziamento alla politica, per rimborsi e scontrini sospetti. L’epoca del “vaffa” generalizzato ha sovvertito la scala di valori: è scandalosa l’auto blu, passano inosservati sindaci arrestati per mafia, appalti pubblici inquinati e le cricche miste mafiosi-tangentari-industriali che hanno avvelenato interi territori dal Nord al Sud. In questo cortocircuito i migranti sono tutti potenzialmente delinquenti, mentre gli evasori sono imprenditori vessati dal fisco, i corrotti dei perseguitati dalla giustizia o al massimo dei furbetti. E i mafiosi fanno parte 
del folklore meridionale.

La micro-etica ha rubato la scena del dibattito pubblico ed elettorale alle grandi questioni irrisolte del nostro Paese. Così la lotta alle mafie e alla corruzione è stata definitivamente declassata dall’agenzia di rating dell’indignazione. La politica dal canto suo ha scelto di conformarsi all’andazzo. Ignora le due patologie 
più gravi che tengono in ostaggio 
il progresso civile e lo sviluppo economico dell’Italia, per seguire l’onda dell’indignazione. E ha trasformato 
la campagna elettorale in un’arena 
in cui leader politici che sognano palazzo Chigi litigano peggio di due vicini che 
si contendono una porzione di giardino. Intanto le inchieste e i processi si susseguono a ritmo impressionante. L’ultima ripresa da tutti media è quella sui rifiuti e le mazzette a Napoli.

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Abbiamo esaminato i principali schieramenti alle prossime elezioni. Se i nomi proposti dai 5 Stelle hanno in media il titolo di studio più alto, la coalizione tra Forza Italia e Lega Nord è prima per coinvolti in procedimenti penali

Gran clamore, certo. Ma solo perché coinvolge il figlio di Vincenzo De Luca. 
Il suo nome monopolizza le cronache 
e le tifoserie si scatenano l’una contro l’altra sulla persona e non sul sistema. Ignorando il contesto, il vero dramma umano e sociale di tutta la vicenda: 
la monnezza, i veleni, l’omicidio dell’ambiente, il grande business della camorra. Così come vengono ignorati i maxiprocessi contro le cosche in Emilia, da cui emergono profili di collusione politico-amministrativa; i Comuni sciolti per mafia al Nord; decine di storie al mese di ordinaria corruzione che ormai digeriamo con grande naturalezza. Nei palazzi si parla di corruzione e di mafia solo se serve a colpire l’avversario.

E i programmi elettorali? Nessuno di questi dedica una sezione esclusiva 
a mafia e corruzione. Il Pd accenna qua 
e là al tema; i 5 Stelle ne parlano in maniera generica nel capitolo giustizia; nei dieci punti dell’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni c’è di tutto, ma la mafia 
e la corruzione no. Chi nei programmi azzarda due righe lo fa comunque in termini securitari. Roba da liquidare con due parole: ordine pubblico. Più polizia, più carabinieri, pene più severe, carcere più duro. Una ricetta con un unico ingrediente: la repressione. Utile nell’emergenza, insufficiente nel lungo periodo. E infatti oggi assistiamo al proliferare di una miriade di tangentopoli diffuse. E ci scontriamo con le quarte generazioni delle cosche, giovani rampanti, a Palermo come a Milano, indottrinati dai padri, gli unici a offrirgli un’opportunità concreta. È una delle conseguenze dell’aver ridotto queste grandi questioni di giustizia ed equità sociale a una faccenda di sole guardie 
e ladri.

Una lotta alla mafia, cioè, che non affronta alla radice il fenomeno mafioso né la corruzione, sempre più intrecciati l’uno all’altra. L’esercito in strada con i blindati può far poco contro organizzazioni che tramandano in casa l’arte del crimine di padre in figlio. I militari sono disarmati di fronte a clan che vivono del consenso di comunità abbandonate. La cultura del favore, la clientela si radica laddove troviamo ai margini milioni di giovani ricattati dal bisogno. Liberare dal bisogno le nuove generazioni dovrebbe essere la priorità. Insomma, la rimossa “questione meridionale”. Riportarla al centro, affrontarla per risolverla varrebbe molto più di un qualsiasi codice antimafia. 
Ma non in questa Italia, dove il respiro ideale dei partiti è sempre più corto. 
I risultati servono qui e ora, si incassa 
il 4 marzo. Poi si vedrà.

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