Da Redazione Libero 24x7 -  1 marzo 2018

“Conferi’ tre incarichi all’avvocato Mariangela Panto’, che era la fidanzata del figlio della Saguto. Lavorava presso lo studio legale di Walter Virga. Mi fu indicata dallo stesso Virga”. A riferire questa circostanza oggi in aula, nell’ambito del processo contro il giudice Silvana Saguto e di altri 14 imputati, sulla “gestione allegra” dei beni confiscati alla mafia, e’ stato Filippo Lo Franco, un commercialista al quale Walter Virga si rivolse non appena venne nominato amministratore giudiziario di alcuni negozi e imprese. “Virga – ha spiegato Lo Franco – nel 2015 mi disse che avrebbe allontanato dal suo studio legale Panto’ perche’ c’erano troppe chiacchiere e articoli sui giornali per via del fatto che lei era la nuora della Saguto. Inoltre Virga mi disse, che nel luglio/agosto 2015 si sarebbe dimesso dagli incarichi di amministratore”. A proposito invece degli ammanchi di merce e soldi dai punti vendita dei negozi “Bagagli”, non appena il commercialista lo scopri’, disse parlando al telefono con Virga “se fossi io l’amministratore lo prenderei a calci. Si e’ fottuto i soldi”. I due si riferivano a un collaboratore di Virga che gestiva per l’appunto i negozi, Alessandro Kallinen Garipoli. “I primi ammanchi di cassa – ha detto Lo Franco – si verificarono alla chiusura del bilancio 2014. L’ammanco di cassa era imputabile a dei mancati versamenti. Nel gennaio 2015, informai Virga ma nessuno ha mai provveduto a ripianare gli ammanchi di cassa. Gli ammanchi, ma questa era una mia supposizione, erano da riferire a Kallinen. Nella nuova gestione non ci sono piu’ ammanchi di cassa”. Lo Franco seguiva anche altre 8-9 societa’ tra cui la “Nuova Sport Car”, anche questa sottoposta ad amministrazione giudiziaria e affidata a Walter Virga e appartenente all’imprenditore Rappa. In questo caso, il commercialista avrebbe rilevato problemi di liquidita’ esistenti gia’ prima dell’amministrazione giudiziaria. Il processo riprendera’ il prossimo 7 marzo.

 

TP24.it - 23/02/2018 - Beni sequestrati. Quando la Saguto diceva: "Siamo avamposto antimafia"

Due vertici della magistratura di Palermo sono stati chiamati a deporre nel processo che vede imputata a Caltanissetta Silvana Saguto, l'ex presidente della sezione misure prevenzione del Tribunale di Palermo che avrebbe gestito i beni sequestrati e confiscati come cosa propria. In aula ha deposto il presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Di Vitale. Chiamato a deporre anche il procuratore Francesco Lo Voi, cosa poi non avvenuta per un problema procedurale. Il pm Gaspare Spedale ha però riferito quanto dichiarò nel 2015. Di Vitale ha raccontato i giorni in cui si insediò a Palermo, nel maggio 2015, proprio poco dopo la trasmissione delle Iene che fece scoppiare il caso della gestione malata dell'antimafia. Il "sistema" Saguto secondo le indagini della Procura di Caltanissetta si basava sull'assegnazione di procedure più redditizie a pochi e fidati professionisti in cambio di incarichi per il marito, l'ingegnere Lorenzo Caramma. "Chiesi spiegazioni in modo formale - ha detto Di Vitale in aula - e la risposta fu una relazione in cui si parlava di campagna diffamatoria, di ragioni non limpide, di attacco alla sezione misure prevenzione che era un avamposto della lotta alla mafia". Poi aumentarono le richieste di chiarimenti, e partirono le indagini e le perquisizioni del Gico della Finanza, che portarono allo smantellamento della sezione. Di Vitale racconta anche dell'incarico di Caramma nella cava Buttitta di Bagheria: "La nomina era stata fatta da un collegio di cui la moglie non faceva parte. Si poneva una questione di inopportunità, perchè c'era un pericolo di campagna stampa contro la sezione". Stessa inopportunità che riguarda le nomine per l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, altro imputato. Di Vitale ha anche spiegato di aver attivato una sorta di commissione interna per monitorare gli incarichi agli amministratori giudiziari, per evitare di concentrare gli incarichi a pochi professionisti. "Volevamo evitare che una persona avesse da sola più del 10% degli incarichi". In più non c'era una legge che vietava di nominare parenti di magistrati ad amministrare i beni sotto sequestro: "Solo una regola prudenziale lo vietava, ma la legge non lo impediva". Non depone il procuratore Francesco Lo Voi, ma ci sono atti di indagine che portano la sua firma e non può testimoniare.

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